Lavoro

Fincantieri Ancona, una tragedia dentro la filiera degli appalti

Sfruttamento, precarietà e insicurezza all’origine della morte di Sofiane Boutraa e di Kabir Mohidul

*Articolo aggiornato mercoledì 28 ottobre – ndr*

Fincantieri – L’ennesima morte annunciata: il giovane lavoratore bengalese non ce l’ha fatta

A un mese di distanza dal drammatico incidente avvenuto la sera del 30 settembre nel cantiere navale di Ancona, si è spenta ogni speranza: il giovane operaio di origine bengalese è deceduto a causa delle devastanti ustioni riportate sul luogo di lavoro.
La notizia della scomparsa di Kabir Mohidul ha attraversato rapidamente la comunità bengalese della città, trasformando la speranza in un dolore profondo e pieno di rabbia.

L’incidente si era verificato intorno alle 22:15 all’interno di un capannone, quando una fiammata improvvisa ha investito due operai impegnati in lavorazioni a bordo di una nave.
Entrambi erano dipendenti di una ditta in subappalto, una di quelle realtà che costituiscono il livello più basso della catena dell’esternalizzazione: salari ridotti, ritmi serrati, tutele frammentate e diritti azzerati rispetto ai lavoratori assunti direttamente dalla casa madre.

Questa morte non è una sfortunata fatalità, ma la diretta conseguenza di un modello d’impresa basato sulla corsa al ribasso e sul ricatto della precarietà.
Quando i costi della sicurezza e la dignità del lavoro vengono sacrificati in nome dei ritmi di produzione, a pagare il prezzo più alto sono quasi sempre i lavoratori migranti, costretti ad accettare mansioni ad alto rischio pur di mantenere un reddito e un permesso di soggiorno.

L’ Ambasciata dei Diritti di Ancona: “ci stringiamo in un abbraccio alla comunità bengalese e ai familiari del giovane lavoratore. Torniamo a pretendere verità e giustizia: servono l’accertamento immediato di tutte le responsabilità lungo la filiera degli appalti e un blocco reale a un sistema di sfruttamento che continua a mietere vite invisibili.
Nessuna vita è sacrificabile al profitto”.


La morte di Sofiane Boutraa e le gravissime condizioni del collega riaprono una questione che nelle aziende della cantieristica navale ad Ancona non è nuova: quella della sicurezza dentro la lunga catena di appalti e subappalti.
La tragedia è arrivata poco dopo le ore 22.00 di martedì 29 settembre, quando nello stabilimento Fincantieri al porto di Ancona il turno non era ancora finito.
Una fiammata ha investito i due lavoratori impegnati all’interno di una nave in costruzione: Sofiane Boutraa, 55 anni è morto per le ustioni riportate, il collega Kabir Mohidul è rimasto gravemente ferito ed è ricoverato in situazione critica al Centro grandi ustionati di Pisa.

Il giorno successivo il cantiere si è fermato, per 8 ore di sciopero su due turni, principalmente si sono fermati i lavoratori diretti di Fincantieri per chiedere più sicurezza, formazione e un ripensamento dell’organizzazione del lavoro.
Gli altri operai, quelli delle ditte di subappalto, sono rimasti fuori, sapendo che per due giorni si sarebbe parlato dell’incidente e poi sarebbero tornati a lavorare alle solite condizioni.

La dinamica dell’incidente è ancora oggetto di indagine e la procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose gravissime.
Ma c’è una domanda che va oltre la dinamica della fiammata che ha travolto i due operai: in che condizioni e con quali tutele si lavora all’interno del cantiere, vanto del capoluogo marchigiano?

Intanto va ricordato che Fincantieri è un gruppo industriale, da tempo quotato in borsa, il cui principale azionista è CDP Equity S.p.A. che detiene il 64,79% di Fincantieri. CDP Equity è interamente controllata da Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Nel 2025 Fincantieri ha acquisito da Leonardo la divisione Underwater Armaments & Systems (UAS), confluita nella società Fincantieri WASS Submarine Systems e che, da come si legge nel sito web, ha come settori di competenza: sistemi di difesa subacquei, soluzioni complete con tecnologie acustiche e di rilevamento, progettazione e realizzazione di siluri pesanti e leggeri, sistemi di difesa antisiluro destinati a proteggere mezzi subacquei e di superficie, sistemi sonar innovativi per applicazioni militari e civili, sistemi di lancio per siluri e contromisure per navi e sommergibili.
Una storia del gruppo sempre più lontana dalla costruzione di navi.

Al cantiere di Ancona i dipendenti diretti di Fincantieri sono meno di un quarto rispetto a quelli delle ditte in subappalto: nello stabilimento ci sono 755 dipendenti Fincantieri, mentre i lavoratori delle ditte esterne possono arrivare a circa 4.000 unità. Il sistema degli appalti e subappalti, in sé, è a “norma di legge” però produce una filiera talmente lunga e frammentata da rendere difficile capire chi abbia realmente il controllo delle condizioni di lavoro, del rispetto dei diritti dei lavoratori, dei salari, della formazione, dei tempi e delle procedure di sicurezza.

Un sistema che produce sicuramente una certezza: tanto sfruttamento.
Tanti lavoratori delle ditte esterne raccontano di lavorare 6 giorni su 7, di non avere gli straordinari, di non avere le ferie.

Riportare direttamente dentro Fincantieri i lavoratori oggi impiegati dalle aziende esterne può garantire sicurezza?
Lavorare dentro una nave in costruzione è un mestiere ad alto rischio: lavori a caldo, saldatura, taglio dei metalli, movimentazione di materiali pesanti, lavori in quota, rumore, polveri, sostanze chimiche e, soprattutto, spazi strettissimi dove in estate tutto è bollente.
La sicurezza non può essere considerata soltanto una questione di dispositivi individuali.
Un casco, una maschera, una tuta ignifuga o un paio di guanti sono indispensabili, non bastano se l’organizzazione complessiva del lavoro ha creato lavoratori di serie a, serie b e serie c.

Come si esce da questa situazione che produce morti e sfruttamento?
Non c’è una ricetta preconfenzionata e definitiva, in tutti questi anni non sono state utili le denunce, non lo sono state le vertenze sindacali. Ma sicuramente il primo passo, tanto urgente quanto necessario, è bloccare il meccanismo malato dei subappalti che produce sfruttamento, precarietà e insicurezza.

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