Un’altra medicina è necessaria
In occasione della presentazione allo Spazio Autogestito Arvultùra, una recensione del libro di Vittorio Agnoletto “L’industria della salute”
Venerdì 9 ottobre lo Spazio Autogestito Arvultùra ha ospitato la presentazione del libro “L’industria della salute. Farmaci, privatizzazioni e affari. Ecco perché un’altra medicina è necessaria” (Paper First, 2026).
Una recensione del libro a cura di Sergio Sinigaglia
La nascita, nel 1978, del Servizio sanitario nazionale con la legge 833, nell’interrompere il criticabile e selettivo sistema delle mutue, sancì che il diritto alla salute per tutti e tutte era un diritto basilare.
Fu il frutto della nascita dei movimenti di allora, nel ciclo di lotte iniziato alla fine degli anni Sessanta e proseguito per l’intero decennio successivo, che portò ad altre importanti conquiste.
Negli anni Ottanta, come è noto, iniziò quel processo di restaurazione capitalista neoliberista, il cui fulcro furono le politiche reaganiane e thatcheriane.
Il welfare venne gradualmente attaccato e drasticamente ridimensionato, e la sanità fu uno degli ambiti che subirono conseguenze estremamente pesanti.
La riduzione del mondo a mercato e la mercificazione della vita sancirono che anche la salute dovesse sottostare alle leggi economiche.
Oggi quel processo è in fase molto avanzata e il nostro paese ne è un esempio lampante, con una situazione di gran lunga peggiore rispetto a quella di buona parte dei paesi europei.
Recentemente è uscito un libro molto importante che ci accompagna dentro il disastro della sanità pubblica italiana: L’industria della salute, con l’eloquente sottotitolo Farmaci, privatizzazione, affari.
Si tratta di un contributo fondamentale.
Lo ha scritto, per i tipi di Paper First, Vittorio Agnoletto, che da decenni è in prima linea nella battaglia per opporsi alla deriva sopra descritta. Medico del lavoro, già presidente della LILA, conduce anche una seguitissima trasmissione su Radio Popolare, ’37 e 2′, nella quale fornisce sistematicamente un servizio essenziale, raccogliendo le denunce delle persone e informando costantemente sulle malefatte della sanità privata, di cui la Lombardia è stata capofila nel processo di privatizzazione.
Il volume è molto ricco ed estremamente documentato, con una notevole mole di dati.
Nei suoi sette capitoli affronta tutti gli aspetti delle politiche sanitarie in Italia, con ampi riferimenti internazionali.
Il concetto principale del saggio, ben illustrato nella breve ma efficace premessa del professor Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto Mario Negri, è quello di mettere al centro la salute, non la malattia.
È evidente che, se la sanità pubblica si basa, o dovrebbe basarsi, sulla prevenzione, per il privato vale una logica opposta: più malati ci sono, più si trae profitto.
Le persone sono «clienti», non cittadini e cittadine.
Emblematico, tra i tanti esempi forniti, è quello segnalato proprio in occasione della trasmissione citata.
Una società privata, una di quelle che gestiscono in convenzione con la regione il servizio sanitario, a un certo punto ha deciso di offrire incentivi economici agli operatori del proprio CUP, affinché, al termine del colloquio con chi richiedeva una visita, indirizzassero le persone verso il privato anziché verso il pubblico.
La denuncia ha fatto clamore e la cosa è poi, almeno per ora, rientrata.
Un altro aspetto grave e noto è il ruolo di «Big Pharma» e la vicenda dei farmaci generici, il cui ingresso sul mercato dopo la scadenza dei brevetti viene ostacolato dalle multinazionali.
Un esempio lo abbiamo avuto durante il covid, con i vaccini delle grandi aziende farmaceutiche preferiti rispetto ad altri prodotti da aziende di altri Paesi.
Un altro aspetto evidenziato nel libro di Agnoletto è, nel contesto della privatizzazione, «il Far West dei farmaci». La medicalizzazione è ormai una costante e chiunque abbia bisogno di cure verifica spesso la tendenza a un uso eccessivo dei farmaci.
Un recente rapporto dell’AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco, evidenzia che nel 2024 la spesa farmaceutica in Italia è arrivata a 27,2 miliardi di euro, con un aumento di 2,8 miliardi in un anno.
Le statistiche fornite sono numerose: dagli investimenti del nostro governo nella sanità pubblica, con un confronto imbarazzante con i principali paesi europei, alla nota e annosa carenza di personale.
Mancano 65.000 infermieri; i medici che vanno in pensione non vengono rimpiazzati e, in dieci anni, il numero dei medici di medicina generale è diminuito di 7.220 unità.
A ciò si aggiungono la fuga del personale, dovuta alle retribuzioni estremamente basse, la scelta di optare per il privato e il ricorso ai cosiddetti «gettonisti».
Diminuiscono anche gli ospedali: nel decennio 2013-2023 sono passati da 1.070 a 996.
Calano pure i posti letto: secondo i dati del 2023, l’Italia ne conta complessivamente 179.372, pari a 304 ogni centomila abitanti, con una diminuzione di oltre ventimila posti in vent’anni.
Una delle conseguenze più tragiche, forse la peggiore, è che, di fronte all’impossibilità pratica di prenotare una visita nel «pubblico» a causa di tempi d’attesa biblici, se vuoi curarti, e magari evitare di morire, o paghi o rinunci. Ben 5.900.000 italiani, nell’ultimo anno, hanno rinunciato a curarsi perché non erano in grado di attingere alle proprie già magre risorse economiche.
Un capitolo interessante è dedicato proprio a quanto i determinanti sociali incidano sulla salute, secondo una logica spietata di classe.
Di fronte a questo scenario si pone la classica domanda: che fare?
La risposta è tanto semplice quanto difficile da attuare: serve mobilitarsi e lottare, perché, per «curare la democrazia, bisogna democratizzare la cura».
Del resto, nonostante le difficoltà, alcuni esempi positivi non mancano, anche oltre confine.
Nelle numerose presentazioni del libro che sta tenendo, Vittorio Agnoletto ne cita diversi, dalla Spagna al nostro paese.
In definitiva, L’industria della salute è un contributo rilevante e, direi, militante: uno strumento prezioso per discutere e confrontarsi e, come invita a fare l’autore, per non deprimersi, ma trasformare la rabbia in lotta e protagonismo sociale.
Sergio Sinigaglia
