Lavoro

Il caso Electrolux: anatomia del dominio del capitale sul lavoro

Una vicenda industriale che è insieme uno specchio del capitalismo finanziarizzato, una requisitoria contro l’architettura dell’eurozona e un appello a non lasciare soli i lavoratori – Un contributo di Enzo Valentini, professore associato di politica economica Unimc

La vicenda: cronaca di una ristrutturazione

Il 25 maggio 2026, al tavolo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la multinazionale svedese Electrolux ha messo nero su bianco un piano che ha il sapore di una resa dei conti: 1.719 esuberi in Italia — quasi il 40% di una forza lavoro di circa 4.500 addetti — la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche (170 lavoratori, produzione di cappe), il ridimensionamento di Forlì (tre linee su sei) e di Porcia, lo storico quartier generale italiano dove il solo settore lavasciuga vale un terzo dei volumi.
Nessun sito risparmiato e una quota di produzione destinata a migrare all’estero.
Pochi giorni prima era arrivata la notizia della chiusura dell’impianto ungherese di Jászberény: la riorganizzazione, insomma, è continentale.

La reazione è stata immediata e compatta: stato di agitazione permanente, otto ore di sciopero nazionale, presidi davanti ai cancelli, un fronte che ha unito sindacati, Regioni, enti locali e — almeno a parole — il Governo. Sotto pressione, il 15 giugno l’azienda ha accettato di sospendere il piano per cinquanta giorni e di non assumere iniziative unilaterali durante la trattativa, impegnandosi a presentare una nuova proposta entro inizio agosto. I lavoratori l’hanno definita per quello che è: non una soluzione, ma una “tregua armata”.

Conviene fissare subito tre dati, perché serviranno a smontare la narrazione dominante. Primo: Electrolux non è un’azienda in perdita. Il gruppo ha appena varato un aumento di capitale da circa 970 milioni di dollari (9 miliardi di corone) per finanziare una partnership nordamericana con la cinese Midea e altre “misure di ristrutturazione”. Secondo: la proprietà è il ritratto stesso della finanziarizzazione.
La famiglia Wallenberg, tramite la holding Investor AB, controlla poco meno del 20% dei diritti di voto; il resto è in mano a grandi fondi svedesi e americani, su tutti BlackRock, il maggiore gestore di risparmio del mondo, e AMF, fondo pensione che raccoglie anche i risparmi dei sindacati svedesi.
Soggetti che, per loro natura, devono garantire rendimenti. Terzo: l’azienda ha incassato risorse pubbliche. Secondo il Registro nazionale degli aiuti di Stato, tra luglio 2016 e febbraio 2026 Electrolux Italia e altre società del gruppo hanno beneficiato di oltre 12,7 milioni di euro di aiuti diretti; a fine 2024 è arrivato un prestito BEI da 200 milioni per ricerca e innovazione, “realizzata prevalentemente a Pordenone” — cioè proprio dove oggi si taglia. A questi vanno aggiunti, secondo le stime sindacali, oltre 700 milioni di euro spesi in un decennio in bonus all’acquisto di elettrodomestici che hanno sostenuto, indirettamente ma sostanziosamente, le vendite del settore e quindi i profitti delle imprese che vi operano.

Tre dati che, messi in fila, raccontano una sola cosa: qui non si chiude perché si perde.
Si riorganizza per guadagnare di più.

Il contesto: la lunga fase di de-industrializzazione

Per cogliere appieno il significato della scelta di Electrolux Italia conviene fare un passo indietro e collocarla in un quadro più ampio. Il caso Electrolux non è un’anomalia isolata: è un episodio — particolarmente nitido — di un processo lungo e strutturale, la de-industrializzazione, che da decenni attraversa tutte le economie capitalistiche avanzate e che in Italia ha pesato moltissimo. I numeri parlano chiaro.
Alla fine degli anni Settanta l’industria manifatturiera occupava quasi il 30% dei lavoratori italiani; oggi, secondo l’ISTAT, ne occupa intorno al 15%. In poco più di una generazione, insomma, il peso occupazionale della fabbrica si è all’incirca dimezzato, mentre cresceva quello dei servizi.
Lo stesso movimento si legge dal lato della ricchezza prodotta: la manifattura, che intorno al 1990 valeva circa un quinto del PIL, oggi ne vale attorno al 15%. E la curva non si è fermata: dal solo inizio della crisi del 2007 l’industria in senso stretto ha perso quasi 700 mila unità di lavoro a tempo pieno, e a pagare il prezzo più alto sono stati i comparti tradizionali — il tessile-abbigliamento su tutti, dove gli addetti si sono ridotti di quasi il 40%.

Electrolux, dunque, va letta dentro questa traiettoria. Capire perché un’azienda profittevole decida di tagliare in Italia richiede anche domandarsi perché, da mezzo secolo, la manifattura arretra nei Paesi ricchi.

La letteratura sulla de-industrializzazione: cause, implicazioni

Prima di azzardare un’interpretazione, vale la pena ricostruire i fattori che la letteratura economica indica come motori della deindustrializzazione nelle economie avanzate. Sono fattori distinti, spesso intrecciati: alcuni agiscono come cause dirette, altri come meccanismi che ne amplificano gli effetti, e ciascuno pesa in modo diverso da paese a paese.

La legge di Engel (lo spostamento della domanda). È la spiegazione più “fisiologica” della deindustrializzazione, e la più antica. Prende nome dallo statistico Ernst Engel, che a metà Ottocento osservò come, al crescere del reddito, le famiglie destinano una quota decrescente della spesa al cibo.
Generalizzata, l’intuizione vale per l’intera struttura dei consumi: man mano che una società si arricchisce, la domanda si sposta progressivamente dai beni primari ai prodotti manifatturieri e infine ai servizi. Poiché l’elasticità della domanda di servizi rispetto al reddito è più alta di quella dei beni industriali, nelle economie avanzate la quota di spesa — e quindi di valore aggiunto e di occupazione — destinata alla manifattura tende a contrarsi a vantaggio del terziario. Non è un dramma né un complotto: è, in parte, il segno di un Paese che è diventato più ricco. Per questo si parla di deindustrializzazione “matura” o “attesa”, da tenere ben distinta da quella prematura o subìta di cui si occupano le cause successive.

La tecnologia. Il progresso tecnico è un candidato “innocente”, che assolve tutti perché non ha intenzioni. L’automazione aumenta la produttività e riduce il fabbisogno di lavoro per unità di prodotto: nel settore manifatturiero questo si traduce, da decenni, in più output con meno occupati.
La storia delle rivoluzioni industriali insegna che, nel lungo periodo — almeno fino agli anni Sessanta — gli effetti depressivi sull’occupazione venivano compensati dalla crescita complessiva. Ma a partire dalla Terza rivoluzione industriale qualcosa si è rotto: è emerso quello che Brynjolfsson e McAfee hanno chiamato il Great Decoupling, il disaccoppiamento tra produttività e redditi.
La produttività continua a crescere, salari mediani e occupazione ristagnano. Il punto, però, è che la tecnologia di per sé non determina chi vince e chi perde: lo determinano le istituzioni e le politiche. Non c’è automatismo, non c’è determinismo.

L’arbitraggio geografico del costo del lavoro (offshoring). È la causa più immediatamente visibile.
Dagli anni Settanta, e in modo massiccio dalla metà degli anni Novanta con l’ingresso della Cina e dei BRICS nel mercato globale, le imprese dei paesi ricchi hanno spostato le produzioni dove il lavoro costa meno e le regole ambientali sono più blande. Le catene globali del valore hanno frammentato la produzione lungo i confini, mettendo in concorrenza diretta i lavoratori dei diversi paesi e comprimendo i salari di chi resta “indietro”. Il caso Electrolux conosce bene questa logica: già nel 2014 l’azienda minacciava il trasferimento in Polonia chiedendo ai lavoratori italiani tagli salariali del 30-40%. All’epoca un’analisi puntuale dimostrò che il differenziale non si spiegava col cuneo fiscale né con la produttività, ma in larga misura con il cambio reale: la Polonia, restata fuori dall’euro, beneficiava di uno zloty strutturalmente sottovalutato. Un dettaglio che torna utile più avanti.

La concorrenza delle importazioni (il “China shock”). Distinta ma complementare all’offshoring è la pressione esercitata sul mercato dalle merci a basso costo prodotte all’estero.
Qui non è l’impresa nazionale a delocalizzare la propria produzione: sono i produttori esteri — la Cina dopo l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, ma prima ancora le “tigri” asiatiche come Taiwan e la Corea del Sud — a conquistare quote di mercato spiazzando le produzioni dei paesi ricchi. Un’ampia letteratura, a partire dagli studi di Autor, Dorn e Hanson sul cosiddetto “China shock”, ha mostrato come l’impennata delle importazioni a basso prezzo abbia eroso occupazione e stabilimenti manifatturieri nei territori più esposti delle economie avanzate, con effetti particolarmente severi sui settori ad alta intensità di lavoro e a minore contenuto tecnologico — proprio quelli in cui l’Italia era storicamente specializzata, dal tessile alle calzature. È la faccia “di mercato” della globalizzazione: l’apertura commerciale, presentata come un gioco a somma positiva da cui tutti escono vincitori, ha prodotto in realtà vincitori e vinti, scaricando i costi dell’aggiustamento soprattutto sui lavoratori dei comparti tradizionali.

La finanziarizzazione dell’economia e lo short-termism. Qui entriamo nel cuore del problema contemporaneo. La libertà di movimento dei capitali rende gli investimenti finanziari liquidi più attraenti di quelli industriali, lenti e a lungo termine (impianti, macchinari, ricerca e sviluppo).
I manager, pressati da azionisti globali che cercano profitti immediati, preferiscono destinare i flussi di cassa al riacquisto di azioni proprie e al pagamento di dividendi elevati piuttosto che al capitale fisso.
Il risultato, nel lungo periodo, è l’indebolimento della competitività tecnologica della manifattura nazionale.
È la lezione che Luciano Gallino aveva consegnato con lucidità in Finanzcapitalismo e La lotta di classe dopo la lotta di classe: il capitale finanziario non produce ricchezza reale, la estrae, e tratta le fabbriche come asset da spremere e poi dismettere. La letteratura accademica ha formalizzato questa intuizione: la finanziarizzazione è tra i fattori che spiegano la caduta della quota salari e il declino della produttività (Stockhammer, Pariboni e Tridico, tra gli altri).

I flussi di capitale speculativo. Strettamente legati al punto precedente, i movimenti di capitale a breve possono drogare il cambio reale, gonfiare bolle e poi ritirarsi all’improvviso, lasciando macerie nell’economia reale. La crisi del 2008, nata a Wall Street e propagatasi in pochi mesi all’intero sistema globale, ha mostrato l’instabilità intrinseca di un sistema iperconnesso in cui un singolo shock può destabilizzare l’intera rete.
La libertà di movimento dei capitali, presentata come efficienza, è anche un potente moltiplicatore di fragilità. Non è solo teoria: un’ampia analisi econometrica recente, condotta su decine di economie avanzate ed emergenti lungo quasi quarant’anni, mostra che proprio i periodi di “abbondanza” finanziaria — picchi di afflussi di capitale a breve, investimenti di portafoglio e credito internazionale — tendono a comprimere il peso della manifattura e a ridurre la complessità tecnologica delle economie che li ricevono, attraverso l’apprezzamento del cambio reale e lo spostamento di risorse verso i settori non esposti alla concorrenza internazionale. Il capitale speculativo, in altre parole, non si limita a destabilizzare nel breve: erode la base produttiva nel lungo periodo.

Un corollario trasversale: la concorrenza fiscale al ribasso (tax competition). Le forze appena viste — offshoring, finanziarizzazione, flussi speculativi — condividono una radice comune: la mobilità pressoché perfetta dei capitali. Da quella stessa radice discende anche la concorrenza fiscale al ribasso, che però agisce in modo differente. Più che spingere direttamente le imprese ad andarsene, erode dall’interno la capacità dello Stato di sostenere la manifattura. È dunque, più che una causa autonoma della deindustrializzazione, una sua potente implicazione e un suo amplificatore. Il meccanismo è noto: la perfetta mobilità dei capitali consente alle imprese di spostare i profitti contabili verso paradisi fiscali o paesi a tassazione agevolata.
Per trattenere quei capitali, i governi delle economie avanzate sono spinti a ridurre le imposte sulle società e a tagliare gli investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione e sostegno industriale, indebolendo proprio l’ecosistema che tiene in piedi la manifattura. La conseguenza distributiva è una sola: meno tasse sul capitale, più tasse sul lavoro. E in Italia c’è un’aggravante specifica — il capitale “finanziario” gode di un trattamento fiscale di favore rispetto al capitale produttivo, premiando la rendita rispetto all’investimento.
La frammentazione delle catene globali del valore, peraltro, rende sempre più difficile persino calcolare dove il valore venga prodotto e quindi dove andrebbe tassato.

A queste si può aggiungere un fattore che lega tutte le altre: l’asimmetria interna all’eurozona. Come ha mostrato la letteratura critica sull’unione monetaria, la rigidità del cambio nominale ha prodotto una sopravvalutazione reale per i paesi mediterranei e una svalutazione reale per la Germania e la sua area di influenza, alimentando una riconfigurazione gerarchica delle filiere industriali a danno dell’Italia.
Una “centralizzazione senza concentrazione” del capitale, in cui le scelte di un nucleo di imprese determinano la divisione del lavoro sull’intero continente.

Tre cause, un solo nome

Applichiamo ora questa griglia al caso Electrolux. La prima cosa da dire è che le spiegazioni più “fisiologiche” e di mercato qui non c’entrano: non è la legge di Engel, non è la tecnologia, non è la concorrenza delle merci a basso costo dell’Est. Non siamo davanti a un’azienda la cui domanda si è spostata altrove, né travolta dall’innovazione altrui o spiazzata sul mercato dai prodotti dei concorrenti asiatici: gli elettrodomestici si vendono, ed Electrolux li vende con profitto, raccoglie capitale fresco, stringe alleanze globali — anzi, proprio con un colosso cinese. Non è un’impresa che perde la partita competitiva; è un’impresa che, pur vincendola, sceglie semplicemente dove collocare la produzione. Il problema non è la sopravvivenza dell’impresa. È la quantità e la destinazione dei suoi profitti: non si accontenta di guadagnare, vuole guadagnare di più — e per riuscirci sposta altrove la produzione.

Contano, e molto, le tre forme della mobilità del capitale: l’offshoring, la finanziarizzazione e i flussi speculativi — con la concorrenza fiscale al ribasso a fare da moltiplicatore.
E hanno un elemento in comune: rinviano tutte al dominio del capitale sul lavoro — un dominio intrinseco al capitalismo, ma portato alle estreme conseguenze a partire dagli anni Ottanta, dentro quel progetto che possiamo chiamare, a piacere, “neoliberale”, “Washington Consensus” o, più ampiamente, “nuova grande trasformazione”: liberalizzazioni, deregolamentazioni, mobilità totale dei capitali, compressione del potere contrattuale dei lavoratori.

Il problema di fondo è un atto di fede: la fiducia negli automatismi del mercato, nella sua presunta tendenza all’equilibrio. Se i capitali sono liberi di muoversi, recita la teoria, le risorse si allocheranno dove rendono di più, e tutti — prima o poi — ne trarranno beneficio. La realtà è un’altra.
Come ha mostrato Mauro Gallegati in Il mercato rende liberi, e altre bugie del neoliberismo, l’immagine di un mercato pulito e autoregolato, che converge da solo verso l’ottimo e si lascia descrivere con eleganti formule matematiche, è più un atto di fede che una descrizione del mondo reale. La deindustrializzazione non conduce ad un nuovo equilibrio virtuoso: genera squilibri e drammi sociali. Produce territori svuotati, competenze disperse, comunità impoverite. Lo si è visto nelle regioni del Sud Europa dopo il 2008, dove la crisi ha interrotto la convergenza che durava dagli anni Ottanta e ha lasciato indietro proprio le aree che avrebbero avuto più bisogno di politiche espansive — e che invece, per i vincoli di bilancio, hanno dovuto fare l’opposto. È la dinamica che Karl Polanyi descriveva ottant’anni fa ne La grande trasformazione: quando il mercato viene “sganciato” dalla società e lasciato autoregolarsi, non genera armonia, genera disgregazione. E che a decidere l’esito siano le scelte politiche, non un presunto destino tecnologico o di mercato, lo conferma il confronto tra le economie emergenti: gli stessi shock finanziari hanno accelerato la deindustrializzazione in America Latina — che fra anni Ottanta e Novanta smantellò la politica industriale nella stagione delle “terapie d’urto” neoliberali — mentre l’Asia orientale, mantenendo politiche industriali e macro-finanziarie attive, è riuscita a difendere e far crescere la propria manifattura.
La differenza non l’ha fatta il mercato: l’hanno fatta le istituzioni e le scelte pubbliche.

E qui il dramma sociale si lega a una seconda assenza: quella delle reti di salvataggio. Un licenziamento di massa è sempre devastante, ma lo è molto di più quando lo Stato, oltre a non offrire ammortizzatori adeguati, ha eroso anche il “salario indiretto” — la sanità pubblica, l’istruzione, i servizi che integrano il reddito monetario. Le politiche di austerità hanno cronicizzato il problema: hanno colpito proprio chi aveva più bisogno di protezione, in un Paese in cui negli ultimi decenni la quota di reddito del decile più ricco è cresciuta mentre quella del 20% più povero è calata. A pagare la crisi, sistematicamente, sono i più poveri.

C’è poi il livello istituzionale, ed è decisivo. Il disegno dell’area euro segue esattamente questo approccio monetarista e liberista. Una moneta unica gestita da una banca centrale con il solo mandato di controllare l’inflazione; una politica di bilancio frammentata, senza bilancio comune né debito comune, vincolata dal Patto di Stabilità; politiche industriali di fatto inesistenti, perché subordinate al principio della concorrenza; la flessibilità del lavoro presentata come unico ammortizzatore degli shock.
È un’architettura che, per costruzione, non offre strumenti pubblici di intervento di fronte a una vicenda come quella di Electrolux. E dietro questa impotenza c’è un assunto preciso, quasi mai dichiarato: che gli squilibri vadano scaricati sul lavoro. Sono i salari a doversi adeguare, è l’occupazione a fare da cuscinetto. Il capitale resta mobile e libero; il lavoro resta inchiodato al territorio e chiamato a pagare il conto.

A chiudere il cerchio, l’aiuto di Stato. Electrolux ha incassato risorse pubbliche — aiuti diretti, un prestito europeo per la ricerca, e un decennio di incentivi al consumo che ne hanno sostenuto le vendite — e oggi licenzia. È l’esempio più “plastico” del meccanismo di fondo: un drenaggio di risorse dalla collettività verso il capitale. Socializzazione dei sostegni, privatizzazione dei profitti, e infine la fuga.
Non sorprende che la richiesta sindacale più immediata sia diventata: se delocalizzate, restituite i soldi dei cittadini. È una richiesta sacrosanta, ma la sua stessa necessità segnala il vuoto a monte — l’assenza di vincoli e contropartite vincolanti per chi riceve denaro pubblico.

Una lezione da non disperdere

La vicenda Electrolux, indipendentemente da come andrà a finire, ci consegna una lezione limpida.
È un esempio da manuale del conflitto tra capitale e lavoro, e mostra senza ambiguità chi vince — sempre, e soprattutto in questa fase storica: un’azienda profittevole, sostenuta con denaro pubblico, controllata da fondi che esigono rendimenti, decide di dimezzare la propria presenza in un Paese non perché non guadagni, ma perché può guadagnare di più altrove.
È la logica del capitale finanziarizzato nella sua forma più nuda. Riconoscerlo non è un esercizio ideologico: è la condizione per non illudersi che basti “trattare meglio” con questa o quella multinazionale.
Come argomenta Clara Mattei in L’economia è politica, il capitalismo non è un ordine naturale ma uno fra i tanti sistemi possibili, e presentare le scelte economiche come questioni tecniche e neutrali serve precisamente a sottrarle al conflitto politico e democratico: finché la disponibilità del lavoro umano resta subordinata alla convenienza del capitale, vicende come questa non sono incidenti, ma il funzionamento ordinario del sistema. L’architettura attuale dell’eurozona è parte del problema, ma la risposta non può essere la nostalgia della sovranità monetaria nazionale e l’uscita dall’euro; si tratta piuttosto di costruire un’Europa più solidale, con maggiore cessione di sovranità da parte degli Stati e più spazio per l’intervento pubblico di quanto non ne conceda quella odierna, la cui governance è di fatto disegnata su principi liberisti.

Enzo Valentini
Professore associato di Politica Economica
Unversità di Macerata
Dipartimento di Scienze Politiche, della Comunicazione e delle Relazioni Internazionali

Bibliografia/per approfondire

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