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Tendenze autunno inverno. Appunti per un’autonomia costituente

Un contributo frutto della discussione interna alla comunità politica dei Centri Sociali delle Marche negli ultimi mesi

Pubblichiamo un contributo frutto della discussione interna alla comunità politica dei Centri Sociali delle Marche.
Una traccia per forza di cose parziale, che riflette l’articolazione e la composizione multiforme dell’itinerario di riflessione teorica che muove dall’analisi delle recenti esperienze di protagonismo sociale e si sviluppa attorno al nodo dell’autonomia dei movimenti in una fase storica segnata da trasformazioni globali e fratture profonde.
Un testo che prova a restituire la prospettiva politica dentro la quale si inserisce il primo appuntamento di laboratorio politico promosso da Glomeda “La guerra che trasforma” di sabato 6 giugno a Fano.


Il bisogno e il desiderio di contare

Quello che è accaduto fra l’autunno e l’inverno scorsi – dalla sollevazione per la Palestina fino al voto per il No al referendum, passando per la manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna ed altri appuntamenti di mobilitazione che ne sono seguiti, come in occasione delle Olimpiadi invernali a Milano o contro il traffico di armi ai porti – non è stato semplicemente una somma di eventi politici separati.
È, piuttosto, il segnale di una tensione diffusa, di una volontà di espressione che attraversa soggetti diversi ma che fatica ancora a trovare una forma adeguata.

C’è una domanda politica che emerge con forza: una domanda di “esistenza”, prima ancora che di “rappresentanza”. Un “voler essere” che rifiuta tanto la passività quanto le forme già date della partecipazione istituzionale. Tuttavia, questa spinta, se non trova sbocco, se non riesce a confluire in un alveo dove questo accumulo possa prendere forma, tradursi in capacità organizzativa autonoma, rischia di disperdersi in due direzioni ugualmente sterili: da un lato un attivismo frammentato, spesso simbolico, incapace di incidere realmente; dall’altro il riflusso verso una sinistra istituzionale che continua a mostrarsi inadeguata, quando non apertamente ostile, rispetto a queste istanze.

Dentro questa difficoltà si inserisce il rischio di ridurre la politica a testimonianza.
Una politica che si limita a esprimere posizioni giuste, a prendere parola, a “esserci” nei momenti di mobilitazione, ma senza riuscire a imprimere modificazioni nei rapporti di forza.
La testimonianza, in questo senso, diventa una forma di consolazione: costruisce identità provvisorie, produce in apparenza riconoscimento reciproco, ma raramente apre spazi di trasformazione reale.

Una politica che non viene attraversata da una tensione organizzativa e da una capacità di costruzione, rischia di diventare una forma di adattamento, in ultima istanza compatibile con l’esistente.
Ridirezionare il deflusso della potenziale dispersione, in entrambi i casi, diventa esigenza fondamentale.
Da una parte per sottoporre a una critica serrata sia le derive teoriche, politiche e culturali che si sono innescate nel concetto di convergenza e di intersezionalità, sia la riduzione liberale del portato storico-materialista delle lotte; dall’altra per rialfabetizzare a un rifiuto radicale della delega istituzionale e del connesso dispositivo di rappresentanza.

È qui che torna centrale il tema dell’autonomia.
Non come semplice parola d’ordine identitaria o come rifugio minoritario, ma come forma politica creatrice. Parlare di autonomia come forma creatrice significa innanzitutto rompere con una concezione difensiva della politica. Non si tratta solo di resistere, di opporsi, di dire “no”. Si tratta di produrre mondi, relazioni, istituzioni altre. Di costruire qui e ora spazi di vita, di organizzazione e di conflitto che non dipendano né si subordinino alle compatibilità del sistema esistente.

L’idea di autonomia non deve essere confusa con il concetto di “autosufficienza”, separazione e con approcci “autarchici”. Al contrario la forza della nostra autonomia deve risiedere proprio nella capacità di coniugare insubordinazione del pensiero e della prassi con la massima estensione delle relazioni sociali all’interno delle quali agiamo, con il riconoscerci la massima libertà di azione al di fuori degli schemi precostituiti e del perbenismo moralista dell’“intellighenzia” della sinistra istituzionale e paraistituzionale.

Essere autonomi significa “darsi la propria legge”.
Ma questa legge non sorge dal nulla: si forma nella e attraverso la relazione con l’altro. L’altro non è un limite esterno all’autonomia, bensì la sua condizione di possibilità. Senza relazione, l’autonomia degenera in arbitrio o isolamento – e l’isolamento non è autonomia, ma assenza di politica. Non esistono soggetti politici pre-costituiti che poi decidono di entrare in relazione: è la relazione stessa a costituire il soggetto, ogni soggettività emerge sempre già in un campo di alterità. L’autonomia non è un attributo che si possiede una volta per tutte, ma una pratica continua, che va costantemente riaffermata.

Autonomia e organizzazione

L’evento politico che si è prodotto attorno alla questione palestinese ha mostrato una capacità reale di attivazione e di connessione. Ha attraversato scuole, università, quartieri, mettendo in relazione soggetti che spesso non si parlavano.
Ma allo stesso tempo ha anche inevitabilmente evidenziato un limite: la difficoltà di tradurre l’indignazione e la solidarietà in continuità organizzativa, in radicamento, in potenza autonoma.
Parlare di autonomia significa affrontare anche il tema dell’organizzazione, perché l’autonomia per essere davvero efficace sul versante dei cambiamenti, deve essere in grado di costituire una continuità e di elaborare le strategie all’interno di spazi dove le scelte possano essere vagliate attraverso il confronto e l’intelligenza collettiva. Se è vero che risorse conflittuali possono sedimentarsi anche in forma spontanea, perché tutto ciò possa poi tradursi in un processo politico e sociale di prospettiva, è necessaria l’organizzazione, ovvero l’ “autonomia organizzata”. L’organizzazione non è il contrario dell’autonomia, ne è la condizione.

Anche il voto per il No espresso nel referendum – al di là delle sue specificità – può essere letto come un rifiuto di una certa idea di partecipazione calata dall’alto. Ma un rifiuto, da solo, non basta.
Senza una pratica autonoma che lo sostenga, rischia di essere riassorbito rapidamente nei circuiti della rappresentanza o di cadere nell’irrilevanza. Il contesto tutto politico in cui si è giocata la partita referendaria ci aiuta a cogliere il contesto “singolare” che ne ha costituito il fondamento.

Appare evidente come gli “strascichi” delle mobilitazioni di settembre e ottobre e la radicale opposizione alle politiche del governo sul genocidio, sulla guerra e sul posizionamento di sudditanza a Usa e Israele, abbiano sovrascritto e “sormontato” il tema referendario. Ma tutto questo coglie solo in parte il punto più significativo, e quindi quello meno analizzato e volutamente ignorato: il voto contro, in questo contesto, è solo un’altra modalità di poter e voler contare.
Nessuno spazio per la rappresentanza, nessuna fiducia nell’alternativa del campo largo, ma la pura e semplice rivendicazione di una possibilità di contare. Un’articolazione di quel protagonismo sociale visto nelle piazze attraverso lo strumento non tanto del voto, ma del No più che alla riforma giudiziaria in quanto tale, alle politiche complessive del governo. Un’aspirazione a “esserci” e “contare” che, in mancanza di spazi politici autonomi per esprimersi, ha prodotto, per l’appunto, un ibrido “singolare”: una rivendicazione avanzata di protagonismo sociale incardinata sul terreno estremamente arretrato di un sostanziale giustizialismo, basato su una visione inquisitoria dell’ordinamento penale e dell’organizzazione della magistratura, opportunamente riabilitata attraverso la narrazione strumentale di chi si candida a gestire il futuro governo del paese.

E’ necessario quindi disaccoppiare l’analisi, divaricando le valutazioni sull’infrastruttura politico-propagandistica della campagna referendaria, piegata a un calcolo di profitto elettorale, da quelle sul meccanismo sociale che ha messo in moto o meglio che ha riattivato quella volontà di partecipazione e protagonismo sociale in una determinata composizione. Quella offerta dal referendum è stata un’occasione di contrarietà al governo, un’occasione che è stata sfruttata, né più né meno.

Relazionarsi con questa composizione sociale implica la messa a verifica del rapporto tra organizzazione e autonomia sociale a partire da occasioni e condizioni che saremo in grado di fornire e costruire a partire dalle nostre mobilitazioni e dal conflitto. E’ nella conflittualità che si esprime l’agire libero e quindi autonomo della soggettività. Il periodo storico che stiamo attraversando è caratterizzato da sconvolgimenti di enormi proporzioni alimentati da interessi e agglomerati di potere di dimensioni planetarie.
Non c’è allo stato proporzione tra i poteri in campo e il livello di conflittualità alla nostra portata.
Con quali modalità e in quali forme l’autonomia può sviluppare e sedimentare un “conflitto asimmetrico” capace di essere efficace nonostante la sproporzione dei rapporti di forza?

Una “soggettività autonoma” è una “soggettività rivoluzionaria”. L’idea di rivoluzione ci riporta inevitabilmente a recuperare quel grande patrimonio culturale, pratico e politico che è stato lo zapatismo.
Un patrimonio che esprime ancora una forza di attrazione e contaminazione, come raccontano i portavoce, senza volto e dall’alias immortale, delle diverse fazioni della resistenza palestinese.
La “rivoluzione” dunque come componente “immanente” dell’agire nel presente, come processo “in itinere” e permanente, una “rivoluzione” che si autodefinisce nel percorso, volta no alla conquista del “palazzo”, bensì alla redistribuzione sociale del potere e del reddito come dinamica progressiva di insediamento di forme di “potere altro” nel sociale.

Concepire l’autonomia come forma creatrice, come forza organizzata, significa allora essere in grado di rispondere ad altre domande determinanti: come trasformiamo queste spinte in organizzazione reale?
Come garantiamo continuità tra momenti di mobilitazione?
Come evitiamo che l’energia politica venga catturata o neutralizzata?
Quando una mobilitazione smette di essere un evento isolato e diventa progettualità politica complessiva, capace di unire frammenti di resistenza in un’unica aspirazione di rottura, allora diventa una vera minaccia.

I centri sociali

I centri sociali, in questo senso, non possono essere dati per scontati come luoghi automaticamente politici.
La loro stessa esistenza oggi è attraversata da una crisi di senso: possono ancora essere laboratori politici, oppure rischiano di funzionare come spazi di mera aggregazione o, peggio, come luoghi di riproduzione di codici interni sempre meno leggibili all’esterno?

È evidente che molti dei simboli, dei linguaggi e delle pratiche sedimentate negli anni non risultino più immediatamente intellegibili per una nuova composizione che pure si affaccia al conflitto.
Questo non significa che l’esperienza dei centri sociali sia esaurita, ma che va radicalmente interrogata: non tanto per essere difesa, quanto per essere trasformata. Se “fare male” è il criterio, allora reimmaginare i centri sociali oggi non può significare conservarli. Significa rischiare di perderli pur di trasformarli.
Se vogliono continuare a esistere come spazi politici, devono misurarsi con la necessità di riaprire i propri codici, di rendersi attraversabili, di produrre forme di organizzazione che non presuppongano appartenenza ma la producano.

Spazi di analisi, basi organizzative, strumenti attivi di prossimità territoriale, cabine di regia di vertenze sociali e ambientali. Spazi progettuali liberi e laboratori di sperimentazione dell’agire politico, di nuove ipotesi di riappropriazione, di forme di vita che si sottraggono allo sfruttamento; nodi dell’autorganizzazione come alternativa sociale concreta. I centri sociali rappresentano l’ambito primario entro cui costruire relazioni, sviluppare autonomia, praticare contropotere materiale a partire dai bisogni primari e ricostruire rapporti di forza in grado di strappare porzioni di diritto – e, soprattutto, porzioni di vita liberata e dignitosa.

Centri sociali come motori che alimentano, estendono, diffondono lo spazio dell’autonomia nel sociale, come luoghi di organizzazione della soggettività, di organizzazione degli interessi di classe.

Essere disposti a riaprire i propri codici significa essere anche pronti ad abbandonarli.
Non aggiornarli, non comunicarli meglio: ma lasciarli andare, se necessario.
Perché se non producono più effetti, se non sono più intellegibili o vengono immediatamente riassorbiti, allora sono un problema, non una risorsa. Vuol dire accettare l’errore come condizione della prassi politica.
Non come incidente, ma come metodo. Smettere di muoversi solo dentro ciò che conosciamo, dove sappiamo già come andrà a finire, dove ogni pratica è già riconoscibile. Lì non si apre niente.
Vuol dire anche fare i conti con noi stessi. Attaccare i “vecchi sé” che tornano sotto forma di nostalgia, di pratiche che funzionavano, di immaginari che rassicurano. Non perché fossero sbagliati allora, ma perché riprodotti oggi rischiano al più di diventare caricature. E le caricature non fanno male a nessuno.

Allo stesso tempo, significa muovere altrove. Andare verso terreni che non controlliamo, linguaggi che non padroneggiamo, soggettività che non ci somigliano. Senza la pretesa di tradurle subito nei nostri schemi.
Esporsi, quindi. A un mondo che non è più quello in cui siamo cresciuti politicamente.
Un mondo più frammentato, più ambiguo, meno leggibile. Forse anche meno governabile.
Ma è esattamente lì che si gioca la possibilità.
Perché “fare male”, oggi, non passa dalla ripetizione di pratiche consolidate, ma dalla capacità di aprire campi imprevisti.
Dove non siamo già riconosciuti, dove non siamo già compatibili.

Dentro la realtà materiale, contro il sistema che la determina

Non è possibile ridefinire compiutamente il concetto e la pratica dell’autonomia se non si recupera e attualizza il concetto di “autonomia degli interessi di classe”. Non può esistere una “soggettività autonoma” che non affondi le proprie radici nella capacità di analizzare e praticare l’autonomia degli interessi di classe.
Come definire e individuare oggi gli interessi di classe? Una domanda che inevitabilmente rimanda anche a cosa è la classe oggi e quindi inevitabilmente a cosa oggi possiamo definire come “lavoro”.

Oggi il “dentro” non è più solo la fabbrica, l’università, il quartiere.
È un’infrastruttura diffusa, opaca, fatta di piattaforme, algoritmi, dispositivi che organizzano comportamenti, visibilità, relazioni. Per essere dentro questo mondo e nel contempo contro di esso, occorre darsi una propria progettualità e una propria organizzazione.
“Nell’epoca digitale i processi di valorizzazione si basano essenzialmente su un sistema di “flussi” […] la “classe” non si sottrae a questa dinamica generale”, affermavamo in Flowing, nel 2021.

Una società algoritmica che non si attraversa semplicemente occupando spazi, ma entrando nei flussi che producono realtà. “Dentro”, allora, significa stare in questi circuiti, comprenderli, usarli, forzarli.
Ma per farlo serve una rottura netta:
il linguaggio e le pratiche non possono più essere quelli del movimentismo ereditato che rischiano di tradursi in politichese. Non funzionano lì dentro, non aprono, non incidono. A volte insistiamo su contenuti giusti, su pratiche anche efficaci, ma le esprimiamo in forme che questo tempo non riconosce, o peggio, neutralizza immediatamente. Dobbiamo saper interpretare le condizioni politiche, sociali, economiche, culturali e tecnologiche entro le quali ci troviamo ad agire.

E se la classe “in sé” assume le caratteristiche di un flusso dinamico di persone, vite e conoscenze, la classe “per sé”, ovvero il processo di soggettivazione, assume tendenzialmente le caratteristiche della capacità di “re-direct” del flusso, ovvero della sua deviazione. […] Il flusso travolge e valorizza tutto ciò che ne fa parte, anche le forme di “dialettica critica”, laddove questa non si traduca in una deviazione, strozzatura, ostruzione del flusso.” (Flowing, 2021)

Dove individuiamo il punto di “deviazione, strozzatura, ostruzione del flusso”? Come materializziamo il nostro stretto di Hormuz? Attraverso quale “orografia” della cooperazione sociale possiamo immaginare politicamente di sottrarre e assumere il controllo del flusso?
Contro”, allora, non può essere opposizione esterna, ma capacità di deviare e riscrivere quei flussi con codici nuovi, opachi al recupero, capaci di produrre attrito reale.
Non adattarsi, ma disallinearsi. Non parlare meglio, ma parlare altrove.

L’autonomia, nella sua storia, non è mai stata una forma fissa, ma una pratica in continua trasformazione. Proprio nei momenti di crisi e di chiusura degli spazi politici tradizionali ha saputo reinventarsi: ideando nuove modalità di organizzazione, ibridando strumenti, ridefinendo linguaggi e terreni di intervento.
Dalle esperienze di autogestione ai percorsi di mutualismo, dalle pratiche di inchiesta militante alle forme di coordinamento reticolare, l’autonomia ha mostrato di poter produrre prassi politiche inedite a partire dai bisogni e dalle contraddizioni del presente.

Oggi questa capacità di reinvenzione torna ad essere decisiva: non si tratta di applicare modelli dati, ma di sperimentare, contaminare, produrre nuovo immaginario, aprire processi che sappiano tenere insieme conflitto e costruzione, immediatezza e prospettiva.
L’autonomia, se è davvero creatrice, non è nostalgia né testimonianza.
È capacità di anticipazione. È capacità di determinare i rapporti di forza a partire da ciò che già esiste, ma che ancora non ha forma.

Oggi più che mai, di fronte a una crisi profonda delle forme tradizionali della politica, questa prospettiva non è un’opzione tra le altre. È una necessità.
Se quella “voglia di essere” che abbiamo visto emergere non vuole esaurirsi in un gesto episodico o essere riassorbita da ciò che già conosciamo, deve trovare nell’autonomia non un rifugio, ma un terreno fertile di sedimentazione. Un terreno in cui l’organizzazione non soffochi la spontaneità, ma la renda efficace; in cui il conflitto non sia solo espressione, ma trasformazione.

È una sfida aperta. Ma è anche, probabilmente, l’unico modo per dare continuità e senso a ciò che si è mosso, per tornare a incidere davvero.

Centri Sociali Marche – Gennaio / Aprile 2026

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