Bruxelles, 14 giugno – Freedom Not War
Un appello aperto dei Centri Sociali Marche verso la manifestazione ‘Welfare Not Warfare’
Dalle nostre assemblee di confronto e analisi sulla guerra è nato l’appello che riportiamo di seguito. Nell’appello vengono riassunti i contenuti sulla base dei quali abbiamo deciso la nostra presenza alla manifestazione che si terrà a Bruxelles il 14 giugno.
L’appello non è firmato perché chiunque lo condivida possa farlo proprio.
Centri Sociali Autogestiti Marche – Italia.
FREEDOM NOT WAR
Contro la guerra che arruola città, vite, territori
Praticare l’autonomia delle lotte e dei movimenti
Anche se viviamo in territori lontani dai bombardamenti la guerra è intorno a noi.
La guerra arruola le nostre vite, le nostre risorse, le nostre città.
La guerra espropria beni e ricchezze dirottati dai bisogni sociali alle casse dei produttori di armi, delle lobby del fossile e delle big tech. La guerra piega la cultura e l’informazione alla sua propaganda.
La guerra uccide, distrugge e nel contempo trasforma, impone la sua economia, cambia il mondo sulla base delle strategie di sopravvivenza ed espansione dei capitali e dei mercati.
Questa guerra è globale e costituente: non serve a risolvere una crisi localizzata ma a ridisegnare i dispositivi generali di esercizio del potere e di controllo delle risorse.
L’intero impianto delle istituzioni internazionali accreditate come quelle preposte alla mediazione dei conflitti e alla tutela dei fondamentali diritti individuali e collettivi, è stato ridotto in macerie: la retorica delle nazioni unite e della civiltà giuridica è morta con il genocidio del popolo palestinese.
Anche le istituzioni interne ai singoli paesi di un Occidente che si è sempre narrato come la culla della “democrazia” stanno cambiando velocemente.
Nuove leggi hanno ripristinato i reati di opinione e ridotto drasticamente gli spazi di critica, mentre i poteri di polizia e le misure carcerarie sono stati costantemente incrementati con l’obiettivo di colpire in maniera sempre più profonda e capillare qualsiasi forma di insubordinazione.
Non si tratta solo di “torsioni autoritarie” realizzate dai governi di destra: è un processo molto più profondo e complessivo a cui concorrono anche i governi cosiddetti “progressisti” e le scelte politiche della sinistra istituzionale. Le politiche criminali dell’Unione Europea e della Commissione Europea rendono evidente la trasversalità delle responsabilità politiche nella guerra, nel riarmo e nel genocidio palestinese.
Gli appelli all’ONU e al diritto internazionale così come la propaganda elettorale di quelle forze che vogliono cogliere l’occasione per conquistare i banchi del governo, sono oramai parole vuote che non vogliono assumere fino in fondo la realtà di quello che sta accadendo.
Assumere fino in fondo la realtà storica che stiamo vivendo è, invece, necessario per organizzare in maniera efficace la nostra risposta. Le mobilitazioni contro il genocidio palestinese hanno dimostrato concretamente la forza delle lotte, che nascono dal basso e crescono nell’autonomia delle proprie forme organizzative.
Opporsi alla guerra oggi significa opporsi a un’idea di mondo.
Resistere alla guerra oggi significa lottare per un’altra idea di mondo.
Ai cambiamenti indotti dalla guerra dobbiamo contrapporre non il passato, ma l’azzardo del futuro che desideriamo. Non bastano posizioni di principio o atti simbolici: servono azioni concrete.
Possiamo opporci alla guerra e nel contempo cominciare a costruire un futuro diverso.
Le strategie di guerra ricalcano le strategie del fossile: con la guerra la crisi climatica è stata totalmente oscurata e le lobby del fossile hanno ripristinato centralità, potere e ampi margini di azione.
Le catene del fossile attraversano i nostri territori: li occupano, li devastano, ma sono anche alla portata delle nostre azioni. Opporsi all’arruolamento nella guerra significa immediatamente dare centralità alle mobilitazioni e alle azioni contro le catene del fossile, riaffermare con la pratica l’urgenza dell’uscita dal fossile attraverso modelli energetici decentrati, compatibili con l’eco-ambiente e controllabili dal basso.
Anche le catene di produzione e commercializzazione delle armi attraversano i nostri territori e i nostri porti: proprio per questo sono alla portata delle nostre azioni di lotta e devono diventarne un obiettivo primario.
Si tratta di strategie di azione che i movimenti hanno già individuato e che dobbiamo incrementare intensificando le capacità organizzative e di coordinazione comune.
La Commissione Europea e le forze politiche che la sostengono, devono essere delegittimate: devono rispondere delle politiche criminali di cui sono responsabili e di quel furto enorme di risorse che chiamano riarmo, non nelle lussuose sale istituzionali, ma nelle piazze.
I movimenti devono tornare ad occupare lo spazio europeo: per fare questo è necessario che siano radicati nei territori dei singoli paesi che lo compongono.
Ma perché ci sia un reale radicamento, perché i movimenti possano esprimere una realistica progettualità che agisce nel presente per costruire un futuro, è prima di tutto necessario che i movimenti siano autonomi, autorganizzati, liberati dai tatticismi politico-istituzionali che costantemente ne minano i percorsi per omologarli, renderli compatibili, farne un serbatoio di voti per la prossima tornata elettorale.
Alla guerra costituente dobbiamo opporre l’autonomia costituente dei movimenti.
Alla guerra che cambia dobbiamo contrapporre le lotte che liberano.
All’antifascismo che accomuna pratiche e movimenti in tutta Europa, dobbiamo dare un significato nuovo perché il fascismo di questa epoca di grandi trasformazioni, non è dato dalle politiche autoritarie di qualche governo di destra, ma dalla visione totalitaria del mondo che con la guerra si vuole imporre e a cui si allineano i governi, a prescindere dal loro colore politico e dalle differenze che nei processi globali in atto restano marginali e inefficaci. Se vogliamo che i nostri corpi non siano arruolati in questa guerra, dobbiamo impedire che siano arruolati i nostri territori, le nostre città, il nostro pensiero, le nostre forme organizzative.
Contro ogni arruolamento non esiste strumento più efficace dell’autonomia delle lotte e dei movimenti.
Il 14 giugno saremo alla manifestazione che si terrà a Bruxelles.
In un momento come quello che stiamo vivendo gli spazi di espressione che si producono a livello europeo e internazionale sono importanti e devono essere agiti.
Ci saremo con le compagne e i compagni che con noi condividono i contenuti e, soprattutto, il “sentire” di questo documento.
Ci saremo perché i percorsi contro la guerra, il riarmo, il fossile, non possono che essere nello stesso tempo azione, ricerca, sperimentazione e azzardo: esserci significa dare voce a un pensiero, intrecciare storie comuni, provare a costruire insieme nuovi riferimenti.
Contro guerra, genocidio e complicità della Commissione Europea
Siamo tutte antifasciste, siamo tutti antifascisti!
