Lampedusa, avamposto del regime di frontiera e della militarizzazione Ue
L’intervista a Edoardo Avio, collaboratore dell’associazione Maldusa e operatore socio-umanitario sull’isola alla vigilia dell’entrata in vigore del Patto Europeo su Immigrazione e Asilo
Approvato nel 2024, il Patto Europeo sull’immigrazione e l’asilo entrerà in vigore il prossimo giugno.
Si tratta di un complesso apparato normativo che, nel tentativo di uniformare il sistema comune di asilo, determina una forte riduzione dei diritti e delle garanzie dei richiedenti protezione internazionale.
Verso l’implementazione del patto, l’isola di Lampedusa dallo scorso ottobre è sede di una sperimentazione condotta congiuntamente da Frontex, Europol e Agenzia europea per l’asilo (EUAA), in collaborazione con le autorità italiane.
Una fase di test del nuovo “Screening Toolbox”, un sistema di controllo integrato che dovrebbe ottimizzare le procedure di sicurezza ed identificazione, ma che in realtà persegue l’obiettivo di raccogliere il maggior numero di informazioni sulle persone che giungono in Europa e di operare un primo filtraggio finalizzato a comprimere drasticamente il diritto d’asilo.
La gravità nell’adozione di questo strumento emerge con chiarezza se ne si approfondisce il suo funzionamento: un’allarmante violazione della privacy nel rilevamento di dati biometrici, anagrafici, impronte digitali, informazioni sul viaggio, dati sensibili che dovrebbero essere protetti da riservatezza e accessibili unicamente alle autorità che hanno in carico la richiesta di protezione internazionale.
Di fatto si tratta di veri e propri interrogatori di polizia, un ulteriore inasprimento delle pratiche già abusate da parte delle forze dell’ordine, aggravate dall’estrema criticità dell’utilizzo esteso nei confronti dei minori, anche non accompagnati.
Attualmente si prevede che queste ed altre tipologie di screening, per caratteristiche dell’isola e per modalità di gestione di arrivi e trasferimenti, non verranno implementate a Lampedusa, nel timore di un collasso del sistema, ma saranno rese operative a Porto Empedocle, Agrigento o in altri porti italiani.
Mentre si sperimentano nuovi dispositivi repressivi destinati a moltiplicare respingimenti e detenzioni amministrative, nel mar Mediterraneo si continua a morire in una colpevole indifferenza.
Il più grave degli eventi drammatici recenti si è consumato il 1 aprile, quando le autorità, pur al corrente dell’emergenza in corso, hanno atteso giorni prima di intervenire.
17 persone sono decedute per ipotermia dopo il trasbordo sulla nave della capitaneria di porto, decedute per la mancanza a bordo di mantelline isotermiche.
Una vicenda tragica, 17 persone vittime delle politiche mortifere di Italia ed Unione Europea.
La criminalizzazione delle persone migranti trova un’odiosa manifestazione nello stigma verso i cosiddetti “capitani” : migranti come gli altri, ma costretti, già dalla Libia, a guidare imbarcazioni di fortuna in cambio della possibilità di raggiungere le coste italiane. Additati come scafisti, sono in realtà persone come le altre che scappano da povertà e paesi in guerra.
L’ipermilitarizzazione dell’isola – 500 poliziotti per 5000 abitanti – determina una drastica riduzione delle risorse su altri fronti: ad oggi non è presente un ospedale, ma solo un poliambulatorio, il Punto Territoriale d’Emergenza. Gli investimenti sono esclusivamente di natura tecnologico-militare: gli stessi droni di sorveglianza di produzione israeliana, utilizzati dall’Idf nel corso del genocidio a Gaza, vengono impiegati da Frontex per l’intercettazione in mare
“E’ necessario decostruire le narrative dominanti che alimentano la criminalizzazione delle persone in movimento, rilanciare l’opposizione all’impianto fortemente razzista che sottende le politiche ue, che puntano ad annullare il diritto d’asilo e ad impedire che le persone possano raggiungere l’Europa in maniera dignitosa e sicura.
La mobilitazione sociale antirazzista si batte contro la corsa al riarmo che si materializza sull’isola e innerva lo sforzo quotidiano di condurre lotte che tengano insieme il diritto a una vita degna di chi l’isola la abita con la libertà di movimento di quanti la raggiungono”.
Queste le parole di Edoardo Avio, operatore socio-umanitario e collaboratore dell’associazione culturale Maldusa, che fa parte del Forum Solidale di Lampedusa.
Dispone di due sedi, una sull’isola e una a Palermo, e ha come obiettivo principale quello di dare supporto alle persone che attraversano il mar Mediterraneo per seguire il proprio progetto di migrazione.
– Ascolta l’intervista
