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La nuova Asia occidentale dopo la guerra imposta all’Iran e il memorandum

Dopo le violazioni dell’intesa e la ripresa degli attacchi Usa, seguiti dalla reazione iraniana contro le basi militari nel Golfo, una nuova fase di stallo – L’intervista a Lorenzo Forlani, giornalista freelance e analista politico

Siamo giunti al quarto giorno consecutivo di bombardamenti statunitensi contro la repubblica islamica dell’Iran, che ha reagito colpendo le basi militari Centcom nel Golfo.
La ripresa degli attacchi è avvenuta nell’ultimo giorno delle cerimonie funebri per l’Ayatollah Khamenei, quando la linea ferroviaria che collega Teheran e Mashhad è divenuta obiettivo dell’aggressione Usa, in violazione dei termini del memorandum of understanding e profanando il periodo di lutto per le esequie solenni della guida suprema.

Con la tumulazione a Mashhad, città natale di Khamenei, si sono concluse le celebrazioni durate sei giorni che hanno attraversato l’Iran, da Teheran passando per Qom, fino a raggiungere le città sacre di Karbala e Najaf in Iraq. I funerali solenni del capo politico e spirituale iraniano, a cui hanno preso parte milioni di persone, sono stati al contempo una sfida vinta sotto il profilo logistico-organizzativo – una sfida complessa considerati i rischi per la sicurezza – e una dimostrazione di forza e compattezza da parte della repubblica islamica.

Mashhad, Iran – 9 luglio 2026

Prima della ripresa delle ostilità, gli Usa e i paesi del Golfo avevano contravvenuto ad un’altra clausola del memorandum, quella relativa all’amministrazione dello stretto di Hormuz nei primi 60 giorni.
L’Irgc (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) ha reagito con colpi di avvertimento, dichiarando chiuso lo stretto al transito navale. Gli Usa hanno replicato annunciando nuovamente il ‘blocco del blocco’ (con Trump che ha già smentito la proposta del supposto pedaggio del 20%, ndr), che a livello militare non sono in grado di garantire, perché la flotta statunitense staziona a una considerevole distanza dall’istmo, fuori dal raggio di azione delle difese iraniane.

La guerra che trasforma, la guerra imposta all’Iran, ha senza dubbio radicalmente trasformato l’Asia occidentale, ha sconvolto gli equilibri nell’area del Golfo e ha visto emergere una nuova potenza – non solo – regionale, quella rappresentata dalla repubblica islamica, capace di stabilire un’equazione di deterrenza che non ha precedenti, così come i contenuti del memorandum riflettono inequivocabilmente.

Piazza Enqelab, Tehran

L’Asse della Resistenza, l’alleanza politico-militare delle milizie e dei gruppi armati che combattono Israele e l’occidente, formatasi per tramite della Forza Quds, è espressione della proiezione dell’influenza iraniana nella regione.

Alti rappresentanti persiani nel corso di questi ultimi mesi non hanno mai mancato di riaffermare come “la risoluzione dei fronti aperti dalle forze della Resistenza”, dal Libano all’Iraq, dallo Yemen alla Palestina, fosse tema essenziale nell’approccio negoziale.
E’ dentro questa cornice che va interpretata la centralità della questione libanese, menzionata non a caso al primo punto del memorandum.

Attorno al cessate il fuoco nel paese dei cedri si è sovrapposto un canale diplomatico parallelo intrapreso dagli Stati Uniti, che per le autorità libanesi sta assumendo i contorni di una capitolazione davanti alle pretese israelo-americane. Una complicazione nel disegno diplomatico iraniano, ma che poggia sulle fondamenta fragili offerte da un governo ormai di fronte all’anticamera di una guerra civile, e da un esercito che non può e non vuole procedere al disarmo di Hezbollah.

Hezbollah che si è dimostrato ancora una volta capace di respingere il tentativo di invasione israeliana, anche attraverso l’utilizzo di soluzioni tecnologico-militari – come i droni FPV a fibra ottica – che hanno sorpreso l’esercito occupante privo di difese: le perdite sioniste sono ingenti, solo da fonti ufficiali sono un migliaio, potrebbero essere anche il triplo.

“Nessuno prima delle rappresaglie iraniane aveva mai visto, almeno negli ultimi quarant’anni, missili su Tel Aviv”. Dalla firma del memorandum emerge con sempre più evidenza la differenza di interessi strategici fra Stati Uniti e Israele, una divaricazione che tendenzialmente rischia di mettere in crisi il rapporto fra i due alleati, “ma anche la stessa sopravvivenza di Israele in quanto stato fondato su questi presupposti”.

Nessun cambio di regime, nessuno stop al programma nucleare, un arsenale missilistico pressoché intatto (le “missile cities” sotterranee non sono alla portata dei bombardieri statunitensi che ignorano la loro reale estensione), una solida rete di rapporti con i suoi proxies: un “capolavoro al contrario” , che ha permesso all’Irgc di assumere il controllo dello stretto di Hormuz, provocando “il più grande schock petrolifero della storia”, secondo la Banca Mondiale.

Al blocco di Hormuz si è aggiunto il 20 luglio quello dello stretto di Bab el-Mandeb da parte di Ansar Allah, gli Houthi, come ritorsione verso l’assedio saudita che da undici anni provoca una catastrofe umanitaria in Yemen.
Riapertura dei chokepoint diventata ormai unico realistico obiettivo diplomatico per gli Stati Uniti al fine di scongiurare la “recessione globale” alle porte (stando ancora alla Banca Mondiale, ndr).

In uno scenario di neutralizzazione di fatto delle installazioni militari nel golfo – dove il livello di censura sulle stime delle perdite umane sta superando anche quello ossessionato e paranoide di Israele – si aggiunge il raggiungimento della soglia critica per le riserve missilistiche, specie quelle essenziali ai sistemi di difesa; sarebbe esaurito o distrutto l’80% dei dispositivi THAAD (Terminal High Altitude Area Defense).
A febbraio “si sarebbe fatto fatica ad immaginare uno scenario più favorevole all’Iran di quello attuale.

Tehran, 3 agosto 2026

Pubblichiamo le tre puntate dell’intervista di approfondimento insieme a Lorenzo Forlani

– Ascolta l’intervista a Lorenzo Forlani, giornalista freelance, analista politico esperto di Libano e Asia occidentale

[Prima parte]

[Seconda parte]

[Terza parte]

(Articolo e intervista del 15 luglio 2026 – Articolo aggiornato il 23 luglio e il 6 agosto 2026, ndr)

Karbala, Iraq – 9 luglio 2026

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