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Argentina – Minacce di sfratto ai popoli indigeni che resistono all’estrattivismo

Il resoconto della conferenza stampa internazionale di denuncia indetta il 4 settembre scorso dalle comunità indigene Mapuche – In collaborazione con Ya Basta! Marche

Il 6 agosto scorso è stata discussa a Buenos Aires una proposta di legge sulla “extranjerización”, definita anche legge dell’inviolabilità del diritto privato, che ha l’intenzione di eliminare il limite che impedisce alle persone fisiche o giuridiche estere, principalmente alle aziende multinazionali, di possedere più del 15 % dei terreni rurali a livello nazionale, provinciale e comunale e prevede la possibilità, finora vietata, d’acquistare terreni che comprendano laghi, fiumi e altri specchi d’acqua.

Una grande mobilitazione nazionale si è opposta al disegno di legge, culminata con una manifestazione nel giorno dei lavori parlamentari e duri scontri a Plaza del Congresso per oltre quattro ore sotto un forte temporale. Una mobilitazione che è riuscita a bloccare questa parte del progetto di legge volto a svendere indiscriminatamente il territorio argentino a capitali stranieri.

È stata però approvata dal senato una parte della legge denominata “desalojos exprés” che autorizza gli sfratti immediati di persone, famiglie e popolazioni indigene che vivono nei territori ancestrali – soprattutto in Patagonia, nelle zone umide del Litorale, nella zona del fiume Paraná e nelle aree minerali del nord-ovest argentino. Ancor peggio, pur non essendo ancora legge vigente – manca il vaglio della cámara de diputadossi sta già assistendo a sfratti, sgomberi e pressioni sulle comunità indigene.

Quanto sta accadendo in realtà non costituisce una novità, visto che tanto in Argentina quanto in tutto il sud America, da sempre le comunità indigene sono vittime di repressione e abusi perpetrati sia dallo stato che dai privati che hanno interessi economici in quelle terre.
Le notizie di questi giorni sui continui attacchi alle comunità si inscrivono però in un più ampio disegno di sfruttamento totale dei territori, che non vede alcuna cura né per l’ambiente né per le popolazioni che vi abitano.

Oltretutto, il portato di questa svendita di territorio determina un impatto che da locale diventa globale, in quanto colpisce ed intacca zone in cui sono presenti risorse naturali che costituiscono un bene comune importantissimo, da preservare in quanto barriera contro i cambiamenti climatici, tasselli fondamentali per la sostenibilità presente e futura del pianeta.

Nonostante ciò le comunità attaccate si trovano sempre più isolate e ignorate, non solo dalla politica nazionale e dall’opinione pubblica argentina, ma da tutta la politica internazionale.
Per far sentire la propria voce, denunciare quanto sta accadendo e consolidare il sostegno alla resistenza che stanno mettendo in campo, hanno allora deciso di fare appello alla solidarietà internazionale.
E’ infatti necessario che tutto il mondo si mobiliti, supportando le lotte e moltiplicando le pressioni e le denunce contro le azioni del governo argentino, per fermare questo piano che intende, attraverso sfratti e repressione, spianare la strada alle mire del capitalismo estrattivo.

Venerdì scorso, 4 settembre, è stata indetta una conferenza stampa virtuale internazionale alla quale la redazione di Glomeda ha partecipato insieme all’associazione Ya Basta! Marche; di seguito riportiamo i punti salienti emersi durante l’incontro.

La prima a prendere parola è Florencia Solìs da Jujuy – provincia del nord dell’Argentina, al confine con la Bolivia – del movimento delle Warmis (donne appartenenti alle comunità dei popoli indigeni della Puna, Quebrada, Valles e Yungas della provincia di Jujuy), raccontando di come abbiano dato vita ad una carovana che dai loro territori ha raggiunto Buenos Aires in difesa della Pachamama, per chiedere conto al parlamento su quanto sta accadendo.

La marcia rivendica che le comunità indigene siano trattate come soggetti di diritto e riconosciute come sovrane dei territori in cui da sempre risiedono. Questi territori sono ricchi di risorse naturali, tra cui terre rare, che vengono sfruttate dalle multinazionali senza alcun controllo.
Non esistono informazioni pubbliche in materia ambientale, non esistono studi e nessuna azione di tutela dell’ambiente è stata introdotta dai governi.
L’impatto socio-ambientale delle attività minerarie nel bacino della Laguna de los Pozuelos è completamente ignorato, nonostante le pesanti ripercussioni sulle popolazioni, nessuna protezione viene garantita nemmeno a luoghi dichiarati patrimonio dell’Unesco come ad esempio Ranar.
Ovviamente nessuna risposta è arrivata dalle istituzioni, cosa che non stupisce visto il costante disinteresse nei confronti delle rivendicazioni delle popolazioni indigene.

Viene inoltre sfruttata la vulnerabilità socio-economica di numerose famiglie per indurle ad accettare l’insediamento di iniziative imprenditoriali estrattiviste con la promessa di sviluppo e sostenibilità, promessa poi smentita da quanto sta accadendo. A questo si aggiunge il fatto che le persone vengono cacciate dai territori con l’intervento delle forze dell’ordine e l’utilizzo di macchinari pesanti per distruggere le case e gli insediamenti.

Successivamente prende parola Estela Maris Molina della comunità Colla di Iruya – altra regione al nord dell’Argentina, subito a sud del Jujuy.
Anche loro, insieme a diverse comunità come la Diaguita Cachaquí, i Wichí e gli Ava Guaraní, stanno denunciando quanto accade nei loro territori. L’avanzata dell’estrattivismo, soprattutto ad opera di multinazionali minerarie che estraggono litio come principale prodotto – tra queste troviamo aziende inglesi, francesi, cinesi, sudcoreane ed israeliane – sta distruggendo e inquinando le terre oltre ad ostacolare il vivere quotidiano delle comunità.
La regione di Salta ha perso 15.129 ettari di foresta nel corso del 2025 e 11.960 tra gennaio e giugno del 2026. 1,8 milioni di ettari appartenenti a territori indigeni sono oggi in mano a proprietà straniere.

La questione delle estrazioni minerarie riguarda anche lo sfruttamento indiscriminato delle risorse idriche che sta prosciugando i bacini della zona, precisamente nelle comunità di Las Pailas a Diaguitas Calchaquies, Salinas Grandes, Lagune di Guasatoc.

Un’altra situazione critica riguarda le privatizzazioni imposte attraverso la costruzione di recinzioni o attraverso pressioni per spingere le persone ad abbandonare le loro terre.
Viene deviata l’acqua destinata all’irrigazione per essere utilizzata nelle miniere o, nel caso del nord, nell’agroindustria per le mega-colture di soia e di altre colture altamente inquinanti.

Anche il costo dei servizi, come ad esempio l’energia elettrica, è aumentato in maniera spropositata, pesando sulle famiglie che vivono in questi territori.
In generale, l’iniziativa autonoma delle comunità viene ostacolata attraverso leggi che limitano la possibilità di vendita dei prodotti coltivati o la pratica del pascolo transumante, attività che storicamente fanno parte dell’economia delle comunità.
Tutto ciò si somma alle intimidazioni e agli sfratti delle comunità da parte delle forze dell’ordine con l’obiettivo di mettere le persone alle strette e costringerle così a lasciare quei territori non più vivibili “volontariamente” e poter dire in questo modo che “sono loro ad essersene andati”.

Prendono poi la parola due lonko (autorità ancestrale della comunità Mapuche ndr) Amancay della Lof (comunità ndr) Quintriqueo e Nohelia della Lof Melo nella Patagonia argentina, San Carlos de Bariloche e Villa Longostura. Questi territori appartengono da sempre a queste comunità, nonostante le campagne genocidarie contro il popolo Mapuche per sfruttarne la manodopera e le risorse.

Era il 1870 quando il presidente Roca, detto il “genocida”, ha concesso titoli di proprietà sui territori in cui le comunità vivevano. Le comunità però non si sono arrese e hanno continuato a resistere, nonostante i tanti momenti difficili attraversati. In particolare dagli anni 2000 si sono moltiplicate le azioni per rivendicare il territorio, per recuperare terre e identità e riaffermare l’orgoglio di essere Mapuche.

Azioni dirette di recupero di territorio sono state messe in campo nonostante la repressione e l’opposizione del governo. Dal 2016 ad oggi hanno resistito ad otto tentativi di sfratto, fino allo scorso 19 agosto dove la violenza del governo è riuscita a strappare una parte del territorio alle comunità.
Tutto questo ovviamente illegalmente, in quanto nessuna azione è stata preavvisata né è stata data la possibilità e il tempo alle comunità per difendersi legalmente.
Inoltre, è stata recentemente abrogata la legge internazionale 26160 che garantisce alle comunità indigene di vivere nei propri territori, cosa che diminuisce ulteriormente le garanzie in loro possesso.

In ultimo riportiamo quanto detto nel suo intervento dal lonko del Lof Pillan Mawiza, nella provincia di Chubut in Patagonia. Un fatto importante che viene sottolineato è la progressiva trasformazione degli stati latinoamericani in stati tirannici, di cui l’Argentina è stata l’apripista.
Uno stato tirannico determina lo svuotamento del potere democratico per trasformarsi in forza repressiva, il governo di estrema destra di Milei ne è un lampante esempio.

In Patagonia vivono migliaia di famiglie del popolo Mapuche che hanno da sempre abitato questi territori ed ora sono sotto attacco. Peter Tiel è sbarcato in Argentina per creare data center nei territori Walmapu, con conseguenze estreme in termini di utilizzo del territorio e delle risorse, acqua ed energia su tutte.
La svendita della Patagonia alle multinazionali straniere non riguarda solo le popolazioni che vi risiedono, ma avrà conseguenze assai più ampie.

Come è ormai comprensione comune la fondamentale necessità di mettere fine alla devastazione dell’Amazzonia, è necessario oggi capire che le minacce dirette alla Patagonia avranno ripercussioni sull’umanità tutta e sul pianeta nella sua interezza. I ghiacciai sono in pericolo e questo ha conseguenze non solo perché alimentano l’acqua del territorio in cui sono situati, ma perché contribuiscono a tenere a freno il riscaldamento globale. Lottare per far sì che il mondo rimanga vivibile significa essere solidali con chi lotta, con chi è perseguitato, ucciso, incarcerato e spogliato del proprio territorio in sud America.

In Argentina si stanno vagliando leggi che garantiscono la proprietà privata – che oltretutto non è mai stata a rischio – e non tutelano invece la garanzia di autonomia e sovranità nel poter vivere nei propri territori per le popolazioni indigene. Il governo Milei sta aggravando una situazione che non è mai stata rosea, puntando sull’apparato repressivo e di spionaggio. Costantemente droni, elicotteri e polizia in borghese intimidiscono e controllano le popolazioni indigene per proteggere e salvaguardare gli insediamenti delle multinazionali dei tecno-magnati bellicisti che mirano ad acquistare ed occupare quei territori.

Benetton rappresenta una delle aziende presenti sul territorio da molto tempo – era il 1991 anno in cui il neoliberismo faceva ingresso in Argentina – arrivando ad essere proprietaria di quasi un milione di ettari.
A ovest, a est, a nord, a sud Benetton c’è sempre.
In questo momento sta favorendo lo sgombero della Lof Kurache, ma è solo l’ultima di tante azioni violente e di saccheggio rimaste impunite, come l’assassinio di Santiago Maldonado.

“C’è urgente bisogno della solidarietà internazionale! Tutto il mondo deve venire a conoscenza di quanto sta accadendo e soprattutto del fatto che, nonostante i continui attacchi, le popolazioni indigene stanno lottando e resistendo per porre un freno alla tirannia internazionale sui loro territori.
Questa è l’unica possibilità per far sì che i popoli indigeni continuino ad esistere.

E’ fondamentale che la comunità internazionale si attivi, alzando la voce per far sapere quanto sta accadendo in Argentina, mettendo in campo il più ampio numero di iniziative ed azioni di supporto e denuncia e facendo pressione sulla politica nazionale ed internazionale affinché tutto questo venga fermato!”

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