Frammenti di una crepa che si allarga: la nuova geografia della rabbia giovanile
Sembra affacciarsi sullo scenario pubblico la riemersione improvvisa e conflittuale di una generazione globale che riconosce una medesima grammatica d’oppressione
Nelle analisi vengono descritte spesso come mobilitazioni prive dell’eleganza geometrica delle vecchie avanguardie, o della riconoscibilità dei manifestanti d’inizio millennio (come se in questi casi venisse riservato un trattamento diverso o giudizi di ammirazione).
Le “giornate di Milano” – culminate negli scontri in piazza Duomo, tra cariche della polizia, idranti, vetrine infrante, fumogeni, saccheggi e barricate di fortuna nel cuore della metropoli – e allo stesso modo le altre piazze appaiono come l’esplosione di una marea spuria, nuova e spiazzante. Per fortuna.
Chiunque cerchi di incasellare quello che è successo all’ombra della Madonnina nelle rassicuranti e stantie categorie del passato rischia di non capirci nulla.
È una rabbia giovanile difficile da addomesticare o da raccontare con i soliti codici: mette in piazza ragazzini delle periferie, studenti, precari e giovani lavoratori, mescolando pratiche di contestazione metropolitana, azione diretta diffusa e rifiuto delle regole del gioco.
Eppure, proprio in questa apparente disomogeneità e nell’imprevedibilità di queste piazze risiede la loro forza più radicale. È il segno tangibile di un’inversione di tendenza, una crepa che si apre nel muro della rassegnazione in un contesto storico che si voleva dominato dalla passività e dall’assuefazione.
Ciò che si è visto non è un episodio isolato né una semplice intemperanza.
Si inserisce direttamente in un’ondata di rifiuto generazionale che travalica i confini nazionali, collegando le strade italiane alle violente sollevazioni giovanili in Francia e alle piazze che in Spagna e nel resto d’Europa sfidano da mesi le logiche dell’austerità e del militarismo.
Sembra affacciarsi sullo scenario pubblico la riemersione improvvisa e conflittuale di una generazione globale che riconosce – senza troppi filtri o profonde categorie interpretative – una medesima grammatica d’oppressione, rifiutando di accettare il ruolo di spettatrice passiva di una crisi sistemica multilivello.
La novità di questo passaggio politico sta nella capacità dei collettivi e – in maniera ancor più rilevante – delle nuove soggettività giovanili di saldare livelli di critica che le istituzioni vorrebbero mantenere rigorosamente separati.
Il no alla guerra e al riarmo: la contestazione viscerale delle spese militari e delle politiche belliciste.
Non un pacifismo astratto, ma l’individuazione chiara di come le risorse pubbliche vengano sottratte ai diritti sociali per alimentare l’economia di guerra e i massacri internazionali.
L’opposizione al carovita e alla precarietà esistenziale: la risposta concreta all’inflazione, ai salari da fame, all’impossibilità di trovare una casa o di vivere dignitosamente in città sempre più escludenti come, per l’appunto, Milano. Una stretta economica che soffoca i giovani ben prima che facciano il loro ingresso strutturale nel mercato del lavoro.
La critica alle istituzioni e al modello securitario: il rifiuto di una società-caserma, della militarizzazione dello spazio pubblico e di un sistema che risponde ai bisogni e alle ansie di un’intera generazione soltanto con la repressione, la polizia in tenuta antisommossa e i decreti punitivi.
Le immagini delle piazze di questi giorni gridano un dato elementare quanto dirompente: non ci sono risorse per il futuro dei giovani, per gli stipendi, per le case, per la salute e per “la vita”, ma si trovano sempre risorse per le bombe, i manganelli e la repressione.
Siamo solo all’inizio.
La sensazione diffusa è che non ci si trovi al punto d’arrivo di una protesta estemporanea, ma all’inizio di un percorso lungo, imperfetto e inevitabilmente conflittuale.
Un autunno che promette improvvisamente – come quando le temperature si abbassano drasticamente in poche ore – di scombinare i piani di chi immaginava una generazione ormai rassegnata al peggio.
La tensione e la forza espressa dalle piazze giovanili di queste ore anticipano i prossimi appuntamenti, primo fra tutti la giornata di sciopero generale del 30 ottobre.
Una data centrale, in cui lo sciopero internazionale dei porti si salderà con il blocco della didattica e la protesta sociale dei giovani e dei lavoratori, in una grande mobilitazione contro guerra e carovita.
