Terremoto Centro Italia 2016

Ricostruzione, Castelli di carte, disuguaglianze

Se le inchieste e le cronache giudiziarie di questi giorni sulla ricostruzione nelle Marche rappresentano solo la punta dell’iceberg, il vero abisso da esplorare non si trova nei capi d’imputazione o nei confini tra ciò che è legale e ciò che è illegale. Il cuore marcio della ricostruzione post-sisma risiede altrove: nella gravità politica e morale delle scelte compiute.

C’è un equivoco di fondo che il potere ama alimentare: l’idea che un atto, per il solo fatto di essere formalmente legittimo, procedure alla mano, sia anche giusto o accettabile per la collettività.
È qui che il discorso si sposta dal perimetro del tribunale a quello della democrazia.

La vera voragine che ha inghiottito le risorse e il futuro delle aree interne non è fatta soltanto di reati da perseguire, ma di decisioni politiche scientemente prese.
È legale – o comunque tollerato dalle pieghe di una legislazione d’emergenza scritta su misura – decidere a chi assegnare le priorità, quali filiere economiche proteggere e quali territori condannare all’oblio.
È una scelta politica decidere di drenare fondi immensi verso i grandi circuiti della speculazione edilizia, lasciando che le briciole arrivino a chi la montagna la abita ogni giorno.

In questi dieci anni abbiamo visto applicare una legalità a geometria variabile, che si è trasformata nell’alibi perfetto per legittimare le disparità di classe.
Quando chi detiene il potere sceglie di usare la scure burocratica contro la piccola tettoia del ristoratore o la casetta mobile di una famiglia in difficoltà, quando blocca un progetto per una presa di corrente non prevista, sta operando una scelta di gravità inaudita: sta stabilendo che la norma vale come clava contro gli ultimi, mentre si piega, si interpreta o si riscrive per assecondare i piani dei grandi costruttori.
Le regole non sono uguali per tutti; la legge viene invocata come dogma inflessibile per strangolare il tessuto sociale minuto, mentre ai piani alti si banchetta sotto la copertura di delibere e varianti “a norma di legge”.

È qui che si consuma la frattura più profonda. Ciò che fa rabbia non è solo l’eventuale illecito del singolo faccendiere, ma il sistema di potere che ha reso normale e strutturale lo sfruttamento di una tragedia collettiva.

Le responsabilità apparentemente sommerse – perché protette dalla discrezionalità politica – riguardano la direzione impressa a un intero territorio.
Scegliere di spopolare l’Appennino trasformandolo in una riserva di caccia per interessi estranei alla comunità, preferire la cementificazione d’élite alla cura del suolo e delle persone, e trattare i diritti fondamentali come beni di lusso accessibili solo a chi ha liquidità non sono reati da codice penale: sono scelte politiche scellerate.

Finché continueremo a misurare la decenza di una classe dirigente esclusivamente sulla base delle sentenze dei giudici, faremo il gioco di chi governa.
Di fronte a un presidente di regione che “sente le voci” e un commissario speciale alla ricostruzione che si vanta del lavoro fatto senza un minimo di decenza, il vero banco di prova non è stabilire se un favore o un appalto abbiano varcato o meno la soglia del penale, ma giudicare la gravità inaccettabile di un sistema che ha istituzionalizzato la disuguaglianza sociale.

In questi giorni in molti – noi per primi – hanno accostato la parola “silenzio” a ciò che sta accadendo.
In realtà sarebbe più corretto parlare di “silenzi” al plurale: oltre a quello più evidente e grave dei media nazionali, ne riscontriamo infatti uno più locale, a “km zero”.
Parliamo del silenzio dei sindaci dei territori del cratere.
Di fronte a quanto sta emergendo ci si aspetterebbero prese di posizione dure, barricate e un dibattito acceso.
E invece no: quasi sempre le reazioni si limitano a vaghe esternazioni di preoccupazione per i cantieri a rischio stop – un tema fondamentale, cruciale certo per il futuro di molte famiglie, ma che non può e non deve esaurire l’intera discussione politica.

Se la reticenza della stampa nazionale si spiega soprattutto con una forma violenta di autocensura preventiva e con la storica marginalità delle Marche, da dove nasce invece il silenzio locale?
Proviamo a fare un’ipotesi che ha ben poco di azzardato: nasce dalla paura.
Il sistema fortemente verticistico impostato dalla gestione commissariale ha creato una dinamica perversa, in cui ogni amministratore teme che il minimo gesto di dissenso possa far crollare l’intera impalcatura.
È un meccanismo ben poco democratico nel quale il sindaco di un piccolo comune – pur senza voler assolvere nessuno dalle proprie gravi responsabilità – difficilmente trova il coraggio di rischiare l’isolamento o di essere tagliato fuori dal “giro che conta”.

E qui una macabra ironia della sorte si fa sottile, quasi simbolica.
Avete presente cosa succede quando si costruiscono Castelli di carte? Basta una singola carta posizionata male, una minima vibrazione del tavolo, perché tutto venga giù all’improvviso.
Oggi la ricostruzione assomiglia tragicamente proprio a quella fragile struttura: una serie di fragili Castelli di carte sorretti e dominati per l’appunto dalla figura dell’omonimo commissario.
Tutti temono di sfiorare anche soltanto una carta per paura di far crollare tutto, senza rendersi conto che restare fermi a guardare un impianto che non regge più non farà altro che travolgere tutti al primo soffio di vento.

Ci auguriamo che ci si renda conto il prima possibile, dopo dieci anni sarebbe anche ora, che la stragrande maggioranza delle persone non voleva Castelli, si sarebbe accontentata delle case.
Perché se nei primi anni il timore era quello di far cadere nell’oblio cosa aveva causato il terremoto, ora il rischio da scongiurare è quello del silenzio che potrebbe avvolgere questa versione malata della ricostruzione.

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