Ricostruzione post-sisma: quando le pietre non vanno contro le vetrine sono un affare
(Immagine di copertina – Colline maceratesi, giugno 2019 ndr)
La cronaca giudiziaria in queste ore sta riempiendo le prime pagine con la maxi-operazione condotta dalla guardia di finanza di Ancona sulla ricostruzione post-terremoto nelle Marche.
Diciamolo con chiarezza: chi in questi dieci anni aveva seguito le vicende legate al post sisma da vicino, con il concentrarsi a dismisura di appalti e subappalti e in generale con una gestione “disinvolta” della ricostruzione sapeva che, nella migliore delle ipotesi, le cose non stavano andando per il verso giusto.
Proprio per questo ad esserci d’interesse non è il dato processuale.
Ciò che merita un’analisi profonda e spietata è un fatto politico e sociale ben più gravoso: quanto da anni denunciavano comitati territoriali, associazioni dal basso e abitanti delle aree interne sulle speculazioni post-sisma è stato perennemente ignorato.
Per anni, chi ha vissuto tra le casette di legno, chi ha visto morire i propri paesi e spopolarsi gli altipiani, chi ha vissuto le estenuanti lungaggini burocratiche, ha urlato che l’affare della ricostruzione stava attirando logiche predatorie, scorciatoie e spartizioni d’interesse.
Per anni quelle denunce sono state bollate come “allarmismo”, “disfattismo” o semplice “rancore sociale”.
Eravamo e siamo di fronte ad un sistema complesso e ramificato in cui il denaro pubblico destinato a rimarginare la ferita del terremoto è diventato terreno di conquista.
Ad essere coinvolti non sono soggetti esterni o piccoli imprenditori arrivati per caso a racimolare qualche spicciolo, stiamo parlando dei massimi esponenti della politica e dell’imprenditoria locale.
Questo dettaglio ci dice che non si tratta di una sacca marginale, ma del cuore stesso dell’establishment economico e politico che ha gestito e indirizzato i flussi di denaro della ricostruzione.
L’immensa tragedia del terremoto del 2016 e 2017 si è trasformata in un banchetto.
Cosa emerge da tutto questo allargando lo sguardo e andando oltre gli eventuali illeciti?
Che ad essere messo in discussione è l’intero impianto della ricostruzione, se chi è coinvolto ha avuto per lungo tempo un ruolo rispetto a come (e a cosa) i soldi venissero destinati.
Questo quadro comproverebbe le risposte più plausibili a tutti quegli interrogativi che ci siamo posti di fronte alla miriade di interventi inspiegabili che negli anni abbiamo visto finanziare mentre interi paesi rimanevano cumuli di macerie e poco altro.
A confermare tutto ciò le dichiarazioni paradossali del presidente della regione Acquaroli, che nel corso della conferenza stampa per fare il punto sulla ricostruzione a dieci anni dal sisma – che sarebbe stata grottesca anche a prescindere dai recenti sviluppi – ha dichiarato di “aver sentito delle voci” nei riguardi del suo capo di gabinetto Pistarelli già nel 2025.
Peccato che queste “voci” circolavano mentre migliaia di persone aspettavano di rientrare in casa dal 2016.
Questo limbo in cui un intero territorio continua a vivere, sospeso tra ciò che era e cosa sarebbe dovuto e potuto essere sembra rinnovarsi in eterno, ben oltre lo stato di perenne emergenza e i solennemente stancanti tagli del nastro fatti a favore di telecamera.
Ciò che rende questo scenario ancora più stridente ed al tempo stesso simbolico è la coincidenza temporale con il clima politico e sociale che si fomenta mediaticamente nel paese.
Viviamo i giorni della “caccia al giovane”, della stretta repressiva sventolata come strumento d’ordine a seguito delle grandi manifestazioni di piazza che hanno attraversato l’Italia intera.
Assistiamo a un bombardamento mediatico quotidiano in cui la punizione esemplare e il carcere vengono invocati senza riserva per ragazzi di 12 o 13 anni.
Perdonateci per la retorica, ma siamo certi che mentre a livello sistemico si specula persino su una situazione come quella del post terremoto il problema sia sindacare sulle modalità di una protesta?
Ora consentiteci di lavorare con l’immaginazione, vorremmo ragionare per assurdo.
Di una ragazza nata nel 2014 nell’Appennino marchigiano che ha visto crollare la sua casa quando aveva due anni, della quale non ha quindi neanche un ricordo, se non in qualche foto.
Mettiamo sempre per assurdo che dopo dieci anni questa casa, tra lungaggini burocratiche e altro, ancora sia in fase di ricostruzione, con i nonni che nel frattempo sono morti nella loro abitazione provvisoria chissà dove lungo la costa.
Questa ragazza ora avrebbe 12 anni; facciamo finta sempre per assurdo che domani o fra qualche giorno questa ragazza prendesse il treno, andasse in Ancona sotto il palazzo della Regione e scagliasse qualche pietra della sua casa, portata in uno zainetto, contro quel grande palazzo bianco.
Andrebbe a finire nelle carceri minorili di cui parla il ministro Nordio?
La vetrina della sede della regione sarebbe così importante?
La speculazione su una tragedia collettiva non è una questione di codici e penali, ma un crimine sociale e politico, e questo rimarrà a prescindere dagli esiti giudiziari e mediatici perché è riscontrabile facendo un semplice giro in auto nell’entroterra a dieci anni da quel 2016.
L’inchiesta in corso nelle Marche non può che confermare che chi denunciava la rincorsa al profitto sulle macerie non faceva ideologia, ma vedeva la realtà meglio di chi governava.
Ora che il velo è caduto, resta la fotografia spietata di un paese inflessibile con gli ultimi e sempre pronto a proteggere e giustificare sé stesso e il suo sistema di potere.
Le piazze di queste settimane hanno anche il compito non semplice ma necessario di iniziare a spazzare via anche tutto questo.
