LavoroStato di guerra

La logistica armata

Il caso scuola del porto di Ravenna. L’intervista con Linda Maggiori, giornalista e attivista

Per conoscere numeri e dati della filiera il giornalismo di inchiesta utilizza le informazioni che le istituzioni sono obbligate a rendere note.
Il caso del porto di Ravenna sta facendo scuola: l’agenzia delle dogane ha bloccato per mesi l’accesso ai dati, fino a quando, il 16 ottobre 2026, è arrivata la sentenza del consiglio di stato che ha respinto l’appello confermando l’obbligo di rendere accessibili i dati aggregati sulle quantità di materiali d’armamento e componenti militari transitati dallo scalo romagnolo.

La vicenda era cominciata nel gennaio 2026, quando la giornalista Linda Maggiori aveva presentato una richiesta di accesso civico generalizzato per conoscere i quantitativi di componenti d’armi imbarcati dal porto di Ravenna. L’agenzia delle dogane aveva opposto un diniego complessivo, invocando la sicurezza nazionale, la difesa e le relazioni internazionali. Il tribunale amministrativo regionale dell’Emilia Romagna a luglio aveva riconosciuto il diritto di conoscere i dati quantitativi, lasciando invece fuori dall’accesso le informazioni sui Paesi di provenienza e destinazione.
Le dogane avevano quindi presentato appello, respinto dal consiglio di stato con la sentenza n. 6259/2026.
Il punto centrale della decisione riguarda la necessità di dimostrare un pregiudizio concreto alla sicurezza pubblica o ad altri interessi protetti dalla legge.

Non basta richiamare genericamente ragioni militari per sottrarre all’accesso informazioni aggregate sui quantitativi di materiale bellico. I giudici hanno inoltre richiamato il fatto che altre amministrazioni doganali, tra cui quella di Livorno, avevano già fornito dati analoghi.
La sentenza non rende pubbliche automaticamente tutte le informazioni sui traffici militari, né impone di divulgare le destinazioni dei carichi. Stabilisce però un principio rilevante: la riservatezza non può trasformarsi in un segreto generalizzato e il diritto di accesso deve essere valutato sulla base di motivazioni concrete e proporzionate.

È una questione che va oltre il caso ravennate. Senza dati accessibili, infatti, diventa difficile per giornalisti, cittadini e associazioni verificare il ruolo dei porti nella filiera bellica, comprendere la dimensione dei traffici e chiedere conto alle istituzioni delle proprie decisioni.

Con Linda Maggiori ricostruiamo i passaggi che hanno portato alla sentenza del consiglio di stato.
– Ascolta l’intervista

Alcuni giorni dopo la sentenza è uscito il libro ‘La logistica delle armi. Dai porti al genocidio: la rotta mondiale della filiera bellica‘, dove Linda Maggiori ricostruisce la rete di trasporti, aziende, infrastrutture e procedure che permette alle armi e ai materiali militari di raggiungere i luoghi dei conflitti.
Un’inchiesta che guarda all’Italia e al ruolo dei porti, interrogandosi sulle responsabilità politiche, economiche e giuridiche che accompagnano questi traffici.

Questo libro parla anche di portuali, ferrovieri, militanti e attivisti che scelgono di non restare a guardare e che si mobilitano per impedire il passaggio dei carichi militari.
A febbraio 2026 lo sciopero congiunto di 22 porti nel Mediterraneo ha segnato un punto cruciale nella solidarietà internazionale dei lavoratori contro la guerra.
Il 30 ottobre con lo sciopero generale, nato dall’iniziativa internazionale indetta dai portuali e dai sindacati, ci si oppone al piano Rearm Europe e alla mobilità militare che vuole convertire porti, ferrovie e aeroporti in infrastrutture belliche.

Gli appuntamenti nelle Marche per la presentazione del libro sono il 14 novembre a Fano allo Spazio Autogestito Grizzly e il 19 novembre ad Ancona presso la sede dell’Ambasciata dei Diritti.

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