Intervista alle Brigadas de Apoyo Mutuo di Ceuta
Intervista alle compagne e ai compagni delle Brigadas de Apoyo Mutuo di Ceuta che da mesi sostengono le persone migranti sul posto, documentano e denunciano quanto sta succedendo nell’exclave spagnola: dalla violenza dello stato ai cosiddetto “rimpatri volontari” di cui si vanta il governo spagnolo, ma che dimentica di parlare degli inganni con cui inducono le persone migranti a firmare la documentazione necessaria, né gli interessi che ci sono dietro.
Come nascono, e perché, “las brigadas de apoyo mutuo”? Come vi autogestite?
Le brigate nascono per rispondere a ciò che sta accadendo a Ceuta.
Per essere presenti e per metterci il corpo di fronte a una situazione che rifiutiamo.
Siamo una struttura autorganizzata e orizzontale che si articola a partire dalla solidarietà e dal mutuo appoggio, da diversi spazi di militanza, insieme alle persone migranti e sostenendo le loro forme di organizzazione e resistenza.
Ci organizziamo di fronte a un regime basato su qualcosa di artificiale come lo Stato e la frontiera, che stabilisce e categorizza chi ha diritto di muoversi, di occupare spazi, chi accede a determinati diritti e chi no.
E di fronte a questo, la nostra risposta è organizzarci e assumere la responsabilità che la nostra posizione ci impone.
Nelle brigate coordiniamo diverse attività: alimentazione, vestiario, medicinali e primo soccorso; supporto per accedere all’assistenza sanitaria e ad altri servizi; e anche documentazione e raccolta di testimonianze sulla violenza razzista e istituzionale che viene esercitata ogni giorno contro le persone migranti.
Collaboriamo inoltre con altri collettivi che lavorano lì da tempo, per unire le capacità e sostenere le reti già esistenti.
Inoltre, è necessario fare una distinzione tra i quartieri periferici, con redditi più bassi e a maggioranza musulmana, dove si concentra la solidarietà, e il centro, dove da settimane non c’è più nessuno perché i militari si sono incaricati di espellerli verso i quartieri periferici.
Potreste ricostruire la situazione che state vedendo in questo periodo a Ceuta?
Quello che stiamo vedendo e documentando a Ceuta non sono episodi isolati di violenza, ma uno schema di logoramento ed espulsione: fame, isolamento, persecuzione, violenza fisica, ostacoli all’accesso ai diritti e terrore psicologico. L’obiettivo è rendere la situazione sempre più difficile da sopportare, fino a far diventare il ritorno in Marocco l’unica opzione. In questo senso vogliamo segnalare in modo particolare la persecuzione che stanno subendo le persone marocchine.
In questo contesto, parlare di «ritorni volontari» nasconde le condizioni in cui viene presa quella decisione. Lo Stato spagnolo ha parlato di 6791 ritorni volontari in Marocco dal 10 agosto.
Quando restare diventa insopportabile a causa della violenza, della tortura e della privazione dei diritti, e tornare indietro appare come l’unica via d’uscita, non siamo di fronte a una scelta «volontaria».
A ciò si aggiungono le testimonianze secondo cui molte persone hanno finito per firmare il ritorno senza capire che cosa stessero firmando, a causa di interpretazioni errate che le portavano a credere di firmare il trasferimento nella penisola.
Il controllo del movimento non finisce alla frontiera: si riproduce all’interno di Ceuta.
Lo vediamo in chi può stare su una spiaggia, entrare in un supermercato (dove vediamo file separate per le persone migranti), ricevere assistenza medica o semplicemente muoversi per la città senza essere perseguitato.
È un sistema di segregazione che attraversa la vita quotidiana. Stiamo vedendo anche deportazioni in pieno giorno. Tra queste, quella di una persona che era entrata in acqua per aiutare un’altra che stava arrivando a nuoto e che è stata poi espulsa.
Ciò che stiamo vedendo ci porta a pensare a Ceuta come a un laboratorio del regime di frontiera e di gestione migratoria: un territorio in cui si stanno concretizzando forme di controllo ed esclusione che dobbiamo osservare anche in relazione al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
È qui, su determinati corpi e determinate vite, che le tendenze fasciste e razziste smettono di essere un’astrazione e acquisiscono una forma materiale.
Non possiamo normalizzarlo né girarci dall’altra parte. Ciò che accade a Ceuta ci riguarda tutte e tutti e richiede organizzazione, presenza e risposta.
Come state documentando quanto sta succedendo a Ceuta?
Vediamo come i mezzi di comunicazione parlano di Ceuta quasi esclusivamente a partire da ipotesi geopolitiche che finiscono per alimentare discorsi di disumanizzazione.
E intanto le persone che stanno vivendo questa situazione scompaiono dal racconto.
A Ceuta collaboriamo con altri collettivi nel lavoro di documentazione della violenza e delle molestie che subiscono le persone migranti.
Da un lato, con Borders Resistance, che da tempo lavora alla documentazione e alla denuncia, raccogliendo testimonianze e prove della violenza di frontiera, e che ogni anno pubblica il rapporto annuale di quanto raccolto.
Dall’altro, vogliamo nominare il lavoro di Cadre Cagoule, che dal 2024 sta girando a Ceuta un documentario che raccoglie le voci e i percorsi delle persone migranti del Nord Africa (harragas) per parlare di frontiera, hogra, repressione, esilio e violenza politica, ma anche di sopravvivenza e resistenza.
A ottobre, questi collettivi lavoreranno per costruire insieme un archivio indipendente che documenti le violazioni dei diritti e la violenza poliziesca e razzista, ma anche la resistenza e l’autorganizzazione delle e degli harragxs a partire dalle loro stesse narrazioni, attraverso diversi formati come video, podcast, foto e fanzine. Vi consigliamo di seguire il loro lavoro sui social per non smettere di guardare ciò che accade.
