La guerra delle big tech
Un contributo dello Spazio Comune Autogestito Tnt in occasione del laboratorio politico ‘La guerra che trasforma’, svoltosi a Fano, presso lo Spazio Autogestito Grizzly lo scorso 6 giugno
I nuovi rapporti economici e politici tra stati e big tech sono sempre più determinati dalla subalternità dei primi nei confronti delle aziende tecnologiche, descrivendo una nuova egemonia oligarchica che determina nuove prospettive politiche, culturali e geopolitiche.
Se nel passato lo stato era il soggetto principale della determinazione dei processi e dei cambiamenti a favore delle ingegnerie civili e soprattutto militari, ora questa stessa direzione vede i poli invertirsi.
Lo strumento che contraddistingue queste nuove forme di subalternità è riconducibile alla detenzione pressoché esclusiva di brevetti, infrastrutture, ricerca e sviluppo da parte delle big tech che si configurano quindi come la nuova oligarchia del capitale, con la totale gestione da parte di privati di nodi tecnologici e strategici che finora sono storicamente stati prerogativa degli stati.
Il paradigma tecnologico che si sta affermando in questa fase dello sviluppo digitale segna una nuova fase del capitalismo. I colossi del digitale costituiscono oggi l’unico soggetto con il quale lo stato può dialogare per continuare ad essere competitivo nei mercati internazionali e nei confronti di altri stati in termini economici, di sicurezza interna e esterna, consolidamento del potere politico e, non in ultimo, in campo militare.
La relazione di quasi completa dipendenza dai servizi essenziali offerti dalle big tech (datacenter, server, IA, satelliti, hardware e software) da parte degli stati genera una supremazia totale, permettendo alle aziende che controllano le infrastrutture di determinare equilibri economi e politici, essendo capaci di orientare lo sviluppo tecnologico e potendosi quindi inserire all’interno dei sistemi sociali come elementi fondamentali per indirizzarne visioni culturali, sociali e politiche.
Nel nuovo assetto del capitalismo digitale, le big tech si inseriscono come centrali nel campo della sorveglianza e quindi della capacità di modificare assetti sociali già poco strutturati, inserendo forme di controllo e analisi che poco hanno a che vedere con l’aspetto liberale del capitalismo dei decenni precedenti, ma che ora muove con più determinazione verso un più completo controllo degli equilibri geopolitici.
La capacità di acquisizione dei dati, il controllo e la sorveglianza al centro dell’uso civile delle tecnologie controllate dalle big tech sono centrali per le nuove strategie militari, creando una convergenza ormai indissolubile tra digitale civile e militare.
È quindi evidente come dal controllo totale di infrastrutture, brevetti e proprietà intellettuali da parte delle big tech, i rapporti con lo stato pendano da una sola parte, in modo particolare per quanto riguarda la ricerca in campo militare.
Se fin dall’inizio del secolo scorso la relazione tra aziende private e stato è stata sempre subordinata alle necessità di quest’ultimo, nell’epoca del digitale il rapporto cambia a favore di chi oggi detiene i mezzi di produzione delle nuove dimensioni della guerra.
Il coinvolgimento delle big tech negli scenari di guerra, non solo passa attraverso la fornitura di servizi, tecnologie e software, le porta a esserne soggetti immediatamente attivi.
L’evoluzione del modo di condurre attacchi militari, oggi, passa principalmente attraverso l’acquisizione e l’elaborazione di dati e metadati che solo le grandi aziende tecnologiche posseggono e sono in grado di analizzare in tempo reale, per poter determinare parametri e valutazioni di rischio, altrimenti impossibili per portare a termine un attacco.
L’egemonia sul possesso delle infrastrutture permette quindi a un esercito di analizzare, elaborare e predire in tempo quasi reale gli obiettivi, le possibili vittime e i danni causati dall’attacco stesso, generando un processo di disumanizzazione sempre maggiore della guerra, di fatto coinvolgendo sempre meno risorse umane a favore di armi automatizzate. Allo stesso tempo però, riducendo lo spazio dell’intervento umano nelle tattiche e strategie di guerra, il rischio di escalation aumenta considerevolmente.
Come noto, le principali fonti di ricchezza per le aziende tecnologiche risultano essere i dati, e i contesti bellici, dove la sospensione dei diritti e delle leggi è elemento fondante per il proseguo del conflitto, risultano essere teatri di arricchimento per le grandi aziende tecnologiche.
La sorveglianza messa in atto grazie agli strumenti forniti, permette di accedere a informazioni apparentemente criptate e impossibili da utilizzare per chi non detiene la proprietà dei codici (messaggi di testo, immagini, video, audio) permettendo così l’individuazione di obiettivi militarmente significativi in un tempo minore, grazie alle IA.
Ovviamente la capacità di calcolo e di elaborazione di dati non è scevra da effetti collaterali, che però sono riassorbiti dal contesto bellico in cui si collocano, permettendo alle aziende di “sperimentare” sul campo le nuove tecnologie senza timore di ricadute di sorta.
Appare inoltre evidente come le direzioni d’azione nei contesti di guerra assumono oggi traiettorie inedite, concentrando sempre di più l’attenzione su obiettivi non primariamente di ordine militare, ma, piuttosto, infrastrutturale, come per esempio i datacenter e tutti quei luoghi che risultano oggi strategici per l’equilibrio di uno stato. L’implementazione dell’IA e delle tecnologie della sorveglianza per condizionare tanto la percezione sociale, quanto la conduzione di azioni militari deresponsabilizza l’azione umana a favore dell’IA, generando in ultimo una nuova prospettiva della percezione sociale delle guerre e dei meccanismi che le governano.
Se da un lato i contesti bellici produrranno sempre vittime, tanto civili, quando militari, le traiettorie attuali portano la direzione di senso verso un apparente minimizzazione dell’implicazione umana, concentrando l’attenzione sulle infrastrutture.
Per preservare i propri profitti e il loro potere le big tech supportano quindi strategie belliciste, ma col loro controllo sul digitale civile e in particolare sulle piattaforme, il loro coinvolgimento non si limita al supporto delle attività militari sul campo, ma utilizzando queste ultime in chiave propagandistica, facilitando la diffusione di contenuti utili ai loro interessi e oscurandone altri.
Le direzioni economiche e strategiche che le aziende tecnologiche tracciano sono quindi lontane dal considerarsi neutrali nella ricaduta quotidiana sul singolo e sulla società.
Piuttosto, viene sempre più delineandosi una traiettoria ideologica e politica da parte delle big tech, che mira non più solo all’egemonia dei mezzi di produzione, ma a ridefinire la visione stessa del mondo in chiave autoritaria ed oligopolistica, accentuando diseguaglianze e fratture sociali.
Per questo è necessario un approccio critico nei confronti delle tecnologie che utilizziamo, che passi dalla consapevolezza che sui gesti che quotidianamente compiamo nel mondo digitale si giocano molti equilibri della politica e del capitale che proiettano un’influenza tangibile in quello reale.
Cambiando la polarità dei soggetti che determinano le condizioni sociali, economiche e politiche nell’epoca attuale, anche i piani di conflittualità sociale devono modificarsi.
Da un lato, le tecnologie e i dispositivi dati in pasto all’essere umano forniscono facilitazioni e immediatezza nel condurre la vita personale e sociale, ma queste non sono neutrali, né tanto meno prive di un orizzonte ideologico da parte di chi le produce. La necessità di descrivere orizzonti collettivi passa inevitabilmente per l’assunzione dell’esistenza di un nuovo soggetto, quello digitale.
Analogamente alla dimensione militare, l’Io digitale, che è diventato parte delle nostre esistenze senza che quasi ce ne rendessimo conto, è produttore primario della fonte di ricchezza delle big tech, costituendo una fonte pressoché infinita di dati e metadati.
Se da un lato le prospettive di un uso consapevole e mirato dei dispositivi, in un primo momento, sembrava essere una strada percorribile, ora, in funzione della sorveglianza e soprattutto della determinazione di obiettivi militari che questo comporta, appare necessario dare coscienza e autonomia a questa nuova soggettualità.
Si aprono scenari di nuove conflittualità tra una realtà che sempre più viene deformata dalle predizioni e dagli interessi dell’oligarchia tecnologica e l’impossibilità di generare fratture significative in questo universo, mettendoci al centro di una guerra asimmetrica, contro un nemico con risorse senza precedenti, ma che va combattuta. Se per Marx, la riappropriazione dei mezzi di produzione era elemento centrale e fondamentale per la rivoluzione del proletariato, ora che l’essere umano è esso stesso mezzo di produzione, appare necessario portare su un piano materiale l’importanza della soggettualità digitale, autocosciente e autonoma.
Il riconoscimento di questa nuova forma dell’essere pone un nuovo piano conflittuale che passa per l’autonomia tanto personale, in prima istanza, quanto poi collettiva che ne assume tutte le caratteristiche di una nuova classe sociale, una classe digitale.
Come per le big tech, i piani non sono separati.
Reale e digitale, piuttosto coesistono e si autoalimentano l’uno con la l’altro, in una sorta di codipendenza, dove l’azione umana resta ancora condizione fondamentale per l’arricchimento del capitale (senza dati le big tech non hanno strumenti di coercizione).
L’assunzione di questa “nuova” soggettualità come elemento di classe può determinare nuovi piani di conflitto che, unitamente, alle azioni nella realtà materiale, possono innescare fratture sociali capaci di generare movimentazione e nuovi piani di rivendicazione.
Spazio Comune Autogestito Tnt – Jesi
