Come il movimento degli scarafaggi ha messo al muro il despota Modi
La parabola del Cockroach Janata Party spezza l’illusione di consenso plebiscitario attorno alla struttura di potere del suprematismo hindu – L’intervista a Matteo Miavaldi, giornalista de Il Manifesto, responsabile della sezione podcast ed esperto di Asia meridionale
India – Il 3 maggio si svolgono i test di ingresso per accedere all’iscrizione universitaria alla facoltà di medicina in India, i National Eligibility cum Entrance Test (NEET) : 2,3 milioni di aspiranti per 130mila posti.
Dopo una fuga di notizie sui contenuti dell’esame, errori e malfunzionamenti del software di valutazione, il ministero dell’educazione il 12 maggio dichiara nulli i risultati; disperazione e sconforto sopraffanno gli studenti, quattro si suicidano.
Il 16 maggio il giudice della corte suprema Surya Kant pubblicamente appella i giovani disoccupati indiani come “parassiti della società”, “scarafaggi”. Il giorno dopo un post su twitter – ora ‘x’ – di Abhijeet Dipke, trentenne laureato alla Boston University, diventa virale: “E se tutti gli scarafaggi si unissero?”.
Prende vita così il fenomeno del Cockroach Janata Party (CJP), il “partito popolare degli scarafaggi”, acronimo che rovescia schernendo quello del partito di governo, Bharatiya Janata Party (BJP).
All’origine niente di più di un sito web parodistico, satira politica anti-istituzionale, che in poche settimane raccoglie online oltre 20 milioni di follower solo su instagram.
Il 6 giugno l’ectoplasma digitale degli scarafaggi si materializza in Jantar Mantar a Nuova Delhi.
Le presenze alla prima manifestazione sono ridotte, ma la mobilitazione cresce e si fa permanente.



Il 20 luglio la polizia irrompe nel presidio in piazza e coattivamente conduce in ospedale Sonam Wangchuk, ingegnere, attivista e fondatore del Movimento studentesco per l’istruzione e la cultura del Ladakh (SECMOL), in sciopero della fame – un’astinenza che durerà 26 giorni, sospesa su pressione del ministro della salute.
Il giorno successivo sono in centomila a resistere alle bastonate della polizia, a forzare le barriere metalliche che impediscono ai manifestanti di marciare verso il parlamento – nonostante il black out internet in gran parte della città e la chiusura delle fermate della metropolitana per scongiurare un’ancora più alta partecipazione.
La protesta monta e si fa di massa, il 24 luglio in centinaia di migliaia nelle principali città indiane manifestano contro la repressione, che colpisce per la prima volta i figli della classe media e non i contadini, le minoranze o gli emarginati dal sistema delle caste.
L’annuncio delle dimissioni del ministro dell’educazione Dharmendra Pradhan giunge venti quattro ore dopo, rispettando l’ultimatum del blatto movimento studentesco.
Vengono accolte anche la richiesta di compensazione per le famiglie degli studenti suicidi e quella di ritiro dei procedimenti penali a carico di tutti i manifestanti coinvolti, i portavoce del movimento annunciano la fine dello stato di agitazione.



Negli ultimi giorni però il governo mette in discussione l’ipotesi di un’amnistia generalizzata, ponendo una serie di discrimini che limitano il provvedimento agli incensurati.
Ritrattata una delle principali condizioni poste a garanzia della conclusione delle proteste, si valuta se tornare in strada.
“Dharmendra è l’inizio, il prossimo è Narendra”, un movimento al suo principio apolitico si è trasformato in una minaccia moltitudinaria anti-sistema, in una potente esperienza di protagonismo generazionale nel subcontinente indiano, che ha messo in crisi la popolarità dell’apparato di governo della destra hindu, in un quadrante già sconvolto dalle rivolte della “generazione zeta”.
Il destino di Sheikh Hasina – ex primo ministro fuggita dal Bangladesh dopo essere stata costretta alle dimissioni dalla sollevazione dei giovani bengalesi – disturba il sonno di Narenda Modi.
– Ascolta l’intervista a Matteo Miavaldi, giornalista de Il Manifesto, responsabile della sezione podcast ed esperto di Asia meridionale














