Tirana – Dall’Albania che si solleva
Un reportage della redazione di Glomeda dalla capitale albanese al 49esimo e 50esimo giorno di proteste
A partire dal mese di maggio in poi, passare per l’Albania significa spesso imbattersi in una delle manifestazioni che da decine di giorni attraversano le città.
Nel caso della capitale – seppur stretta dalla morsa dell’afa – si è arrivati domenica scorsa al 50esimo giorno consecutivo di proteste che, animate dalla partecipazione costante di centinaia di persone ogni giorno, sono testimonianza “viva” della potenza di un movimento sociale che non cenna a placarsi.
Partecipare e scendere nelle piazze di Tirana significa avere l’opportunità di cogliere alcuni dei connotati che le caratterizzano, dando forma a un fenomeno che appare essere già ben radicato e in costante proiezione futura.
Partendo però dal principio, l’elemento storico e materiale che ne ha permesso l’espressione e sprigionato la forza, è costituito dai primi momenti di lotta ambientale – già lontani nel tempo – ma che costituiscono la base da cui dovere partire. Questi, già dal 2020, sono attivi nel denunciare un disegno legislativo chiaro del governo Rama; composto dalla legge speciale sugli investimenti strategici del 2015, e relative modifiche del febbraio 2024 della legge sulla aree protette, tutto incentrato sulla facilitazione a poter violare queste ultime, a favore di investimenti per il turismo extra lusso.
In questo quadro si è inserito il progetto della famiglia Trump-Kushner di costruire – all’interno dell’area protetta di Pishë Poro-Narta, a nord di Valona, e sull’isola di Sazan – un complesso turistico elitario, esclusivo ed extra-lusso, tuttavia da subito contestato da un movimento autonomo, e attivo tanto nelle aree indicate quanto nei centri cittadini di Valona e della capitale albanese.



Siamo stati proprio a Tirana, dove nelle piazze del 49esimo e 50esimo giorno di protesta questa matrice è apparsa come elemento chiaro e condiviso da tutte e tutti i manifestanti.
“Protestiamo perché tutti dovremmo proteggere la nostra natura“, o ancora, “siamo qui per la legge promulgata dal governo che facilita l’appropriazione di terreni e la distruzione ambientale a favore degli oligarchi e delle tasche stesse di chi ci governa”.
Ma non solo. Se, come ci raccontano, ciò ha costituito il terreno di una prima fase: “la protesta si è sviluppata inizialmente sul caso ambientale sviluppatosi a partire dall’inizio delle costruzioni su un’area naturale protetta” un piano di scontro parallelo si è stabilito per denunciare anche “la violenza che i manifestanti subivano nelle mobilitazioni in quei luoghi”.
Da quei momenti in poi le proteste a Tirana si sono fatte sempre più massive, allargandosi sia in termini numerici – risulta evidente la dimensione transgenerazionale che il movimento ha assunto – che contenutistici. “Siamo qui oggi per via dei numerosi problemi che il nostro paese sta vivendo”.
Da qui una serie di temi inerenti alla “pessima gestione governativa del paese, alla corruzione degli alti livelli governativi”, ai “molti problemi riguardanti il sistema sanitario e scolastico”, fino alla critica a un modello di sviluppo che, grazie all’apparato legislativo, vuole “attirare altri investimenti strategici” come nel caso del ‘Mountain package’ – una iniziativa legale e di sviluppo governativa che si pone il fine di “rivitalizzare” le aree montane del territorio albanese.



Sciolta la piazza, il movimento lascia il proprio segno indelebile nella città.
Stencil, adesivi e graffiti sono i chiari segnali della volontà di mantenere alto il tono delle proprie comunicazioni, ampliandolo al massimo, e utilizzando lo spazio urbano stesso come volano e megafono delle proteste.
Tutti questi elementi sono stati determinanti anche nello stimolare gli immaginari dei partecipanti stessi che, come ci riferiscono, “e devo dirlo prima di tutto”, stanno prendendo parte “alla più grande manifestazione di massa che l’Albania abbia mai visto”.
La determinazione della piazza risuona per le strade man mano lasciate alle spalle, fino ad arrivare al termine della manifestazione stessa che, partita da piazza Skanderbeg, si conclude sotto il palazzo in cui si trovano gli uffici del primo ministro Edi Rama. Anche qui le testimonianze raccolte si sono fatte espressione di volontà e necessità ben chiare e delineate: “vogliamo la cancellazione del progetto“, “vogliamo le dimissioni di questo governo ma anche il rovesciamento dell’intero sistema politico”.
Da questo punto dunque il carattere sistemico e profondamente pervasivo delle proteste è quanto mai lampante e, seppur nel bel mezzo dell’estate e giunti al 50esimo giorno consecutivo di proteste, ci assicurano che da qui “non molliamo, resteremo e protesteremo fino a quando ne saremo in grado” , “chiedendo a gran voce una nuova Albania, un nuovo sistema che vada a vantaggio del popolo albanese”.
Dalla piazza il prossimo appuntamento è stato lanciato per giovedì 23 luglio, questa volta con l’obiettivo di giungere fin sotto il palazzo del parlamento albanese.
Tirana, 49esimo e 50esimo giorno di proteste













