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Il paradigma vittimario: la cattura emotiva del capitale mediatico

Un contributo di Enza Amici, Centri Sociali Marche, in occasione del laboratorio politico ‘La guerra che trasforma’, Fano, Spazio Autogestito Grizzly, 6 giugno 2026

(Nella foto di copertina un’immagine di scena dal film ‘La decima vittima’ (1965), di Elio Petri)

Nel panorama politico e sociale contemporaneo, lo status di “vittima” ha subito una radicale mutazione strutturale. Da condizione oggettiva di sofferenza, oppressione o danno subito, la vittimizzazione è stata estratta dalla sua dimensione reale per essere trasformata in un dispositivo primario di legittimazione e potere simbolico del discorso pubblico.

Nel “paradigma vittimario” il soggetto compie un vero e proprio “colpo di Stato morale” (riprendendo la genealogia della morale di Friedrich Nietzsche): non potendo agire concretamente sulle strutture materiali per cambiare la realtà, agisce sulla rappresentazione della propria condizione ribaltandone la narrazione.
Attraverso questo meccanismo, l’impotenza viene riscritta come “bontà”, la sottomissione come “umiltà” e l’incapacità di agire come titolo di nobiltà spirituale. Più si è feriti, più si è “buoni”.
Questo processo non mira alla liberazione, ma all’istituzione di un tribunale permanente della coscienza, usando la colpevolizzazione dell’altro come strumento di ricatto emotivo e di autorità insindacabile.

Il capitalismo contemporaneo (mediatico, digitale e finanziario) ha compreso l’immenso valore economico e politico di questa dinamica, procedendo a una vera e propria risacralizzazione utilitaristica della figura della vittima. Elevandola a icona sacra, il capitale blinda se stesso e neutralizza il dissenso attraverso diversi vettori:

L’immunità dogmatica e il tabù
La sofferenza della vittima viene trasformata in una verità indiscutibile.
Qualsiasi analisi logica, critica strutturale o contestualizzazione storica delle sue rivendicazioni, viene marchiata come “blasfemia” (mancanza di empatia o violenza verbale), silenziando il dibattito razionale.

Il lavaggio di coscienza rituale
Le multinazionali e le istituzioni finanziarie non modificano i propri rapporti di forza (sfruttamento, delocalizzazioni, impatto ambientale), ma si “emendano” dalle proprie colpe strutturali celebrando e sponsorizzando la figura della vittima, estrapolata dal contesto sociale e di classe che genera la sua condizione (il cosiddetto capitalismo woke).

La frammentazione identitaria (Tribalismo)
Lo spazio politico universale della cittadinanza o della classe viene balcanizzato in micro-comunità devote al proprio specifico trauma sacro. I gruppi non si alleano contro il sistema economico, ma competono tra loro per stabilire quale sofferenza sia più “sacra” (la gara del vittimismo), azzerando la solidarietà.

La mercificazione del dolore
Il trauma perde la sua tragicità storica e diventa un asset finanziario altamente redditizio.
Il dolore genera valore di scambio sotto forma di clic, visualizzazioni, finanziamenti e consenso elettorale.

Nel contesto dei conflitti geopolitici moderni, la sacralizzazione della vittima cessa di essere soltanto uno strumento di marketing aziendale e diventa un dispositivo militare e strategico di primo ordine.
Il complesso militare-industriale e l’informazione spettacolarizzata convergono nella costruzione di una narrazione bellica fondata sulla polarizzazione assoluta, strutturata secondo precise funzionalità economiche e geopolitiche.

Pensiamo allo status di Vittima riconosciuto per esempio ad Israele dopo il 7 ottobre o all’Ucraina in seguito all’invasione russa di alcuni territori, quanto questo sia bastato a riconoscere e imporre un Diritto di Guerra e l’immunità etica assoluta. Ogni discorso di complessità storica è stato svuotato e ogni dissenso e analisi di classe sono stati criminalizzati, giustificando spese militari e impiego di nuovi armamenti.

Per giustificare eticamente e finanziariamente un conflitto di fronte all’opinione pubblica, gli attori geopolitici devono ottenere preventivamente lo status di “vittima assoluta ed aprioristica”.

Una volta che uno stato o una fazione vengono canonizzati dal clero mediatico come vittima sacra, si autoproclama immune da ogni responsabilità morale per le proprie azioni successive, comprese le violazioni del diritto internazionale o i crimini di guerra.
Da quel momento, le azioni militari successive (bombardamenti, embarghi, escalation) vengono sottratte ad ogni vaglio e presentate come “atto dovuto” di giustizia riparativa, rendendo la guerra l’unica opzione logicamente praticabile.

La retorica bellica contemporanea opera una sistematica semplificazione della realtà, sostituendo l’analisi dei fattori strutturali con una reazione emotiva e morale di fronte al dolore.

I conflitti non vengono più spiegati attraverso le categorie della geopolitica classica, della contesa sulle risorse energetiche, delle espansioni dei blocchi di potere o degli interessi di classe.
La storia viene azzerata e ridotta a una narrazione melodrammatica: uno scontro atemporale tra un “carnefice” metafisico e una “vittima”.

Questo svuotamento strutturale impedisce di comprendere le cause sistemiche della guerra.
Il Capitale mediatico agisce sull’opinione pubblica per indurla, catturandola nell’indignazione algoritmica, a reclamare la punizione del colpevole e a convogliare il consenso sulla permanenza del conflitto.

Come osservato sul piano storico-sociologico (riprendendo la critica di Marco Revelli all’uso del dolore dei “vinti”), il Capitalismo di guerra compie un sistematico tradimento della memoria dei traumi passati.

La memoria storica dovrebbe raccogliere il dolore dei conflitti passati per elaborarlo in chiave difensiva e universale (“mai più la guerra”). Il discorso bellico odierno compie l’operazione opposta: estrae il trauma storico e lo converte in “vittimismo geopolitico ereditario”, ovvero in un’arma retorica e identitaria per giustificare l’aggressività nel presente. Il dolore di ieri diventa la cambiale in bianco per le atrocità di oggi, intrappolando i popoli in una catena infinita di risentimenti e vendette morali che legittimano la militarizzazione permanente della società.

All’interno del capitalismo di guerra moderno, la sacralizzazione della vittima geopolitica funge da formidabile dispositivo di polizia interna nei paesi occidentali.

Qualsiasi analisi critica, inchiesta giornalistica indipendente o opposizione sociale che cerchi di indagare gli interessi economici e industriali dietro l’invio di armi o l’aumento delle spese militari viene immediatamente criminalizzata.

L’opposizione alla guerra non viene confutata con argomenti politici, ma liquidata come “mancanza di empatia”, “collaborazionismo col carnefice” o “insulto al dolore della vittima”.
Il dissenso viene rimosso dal dibattito politico e dai media mainstream, neutralizzando preventivamente la nascita di movimenti internazionalisti di classe contro la guerra e il riarmo.

Il fine ultimo di questa teologia bellica è la stabilità economica del complesso industriale e finanziario che specula sulle armi e sulla ricostruzione, che converte il dolore in spesa militare indiscutibile.

D’altra parte è la medesima dinamica, con la quale all’interno degli ordinamenti nazionali è stato possibile liquidare in nome della “vittima” garanzie fondamentali dello stato di diritto e storiche battaglie contro il carcere e l’ergastolo. Da questo punto di vista le modifiche normative, in particolare nel campo penalistico, intervenute nel nostro paese risultano particolarmente eloquenti.
Proprio di recente la camera dei deputati ha approvato all’unanimità il disegno di legge costituzionale che introduce nell’art.24 della costituzione un nuovo comma con il quale si afferma che “la Repubblica tutela le vittime del reato”.

Come efficacemente osservato dalle Camere Penali, si tratta di una modifica che in realtà è unicamente destinata a comprimere le garanzie difensive dell’imputato, a ribilanciarle a vantaggio dei poteri repressivi dello stato: non a caso si è scelto di inserire il nuovo comma proprio nell’art.24 della costituzione, ovvero nell’articolo originariamente pensato per tutelare le fondamentali garanzie dell’imputato.
Con il consenso di tutte le forze politiche il “populismo vittimario” ha conquistato un’altra tappa nella demolizione delle primarie garanzie giuridiche e del fondamentale principio di presunzione di innocenza.

Sfruttando lo stato di shock e l’identificazione emotiva con la vittima sacra, i governi possono approvare scostamenti di bilancio, tagli al welfare, riduzione dei diritti sociali, eliminazione di garanzie giuridiche fondamentali e trasferimenti miliardari verso l’industria degli armamenti.

Se la spesa militare è presentata come un dovere morale di soccorso alla vittima, essa cessa di essere una scelta politica contestabile e diventa un imperativo etico assoluto. La sofferenza sul campo di battaglia si traduce così direttamente in dividendi azionari per i mercati finanziari, chiudendo il circuito in cui l’impotenza dei molti genera l’accumulazione dei pochi.

Questo culto contemporaneo della figura della Vittima viene amministrato capillarmente da agenzie tecniche (Il Clero Algoritmico delle Big Tech) e istituzionali che operano come un nuovo clero secolare.

Gli algoritmi delle piattaforme digitali e i media mainstream detengono il monopolio della parola e gestiscono la liturgia digitale:

Canonizzazione selettiva
Decidono quali vittime meritano visibilità globale sulla base di interessi geopolitici ed economici, relegando le altre all’invisibilità.

Sacramenti e indulgenze digitali
Standardizzano riti di espiazione rapidi e superficiali (hashtag, emoji, condivisioni) che offrono un surrogato di appartenenza etica senza richiedere alcun impegno politico reale.

Inquisizione e scomunica
Applicano forme di censura automatizzata e linciaggio morale (deplatforming) contro chiunque introduca complessità razionale nello scontro polarizzato.

Anche a livello micro-sociale è possibile osservare come il meccanismo della sacralizzazione della Vittima operi come processo di Patologizzazione del dissenso: le istituzioni (a partire dalla scuola) utilizzano lo strumento terapeutico e psicologico come dispositivo di ordine sociale e neutralizzazione politica.

Questioni sistemiche e collettive (ansia da prestazione, stress da voto, burn-out educativo) vengono depoliticizzate e ridotte a fragilità emotive del singolo, da trattare con percorsi clinici o di coping.

I diritti a una pedagogia sana o ad ambienti inclusivi vengono frammentati in piani didattici personalizzati basati sulla patologizzazione. Lo studente ottiene tutele non in quanto cittadino, ma in quanto “paziente certificato”.

La rabbia e il rifiuto, motori storici del processo emancipatorio di ogni individuo e di ogni società, vengono interpretati come deficit di regolazione emotiva. L’obiettivo diventa la pacificazione del soggetto (la resilienza coatta) per farlo adattare a un sistema disfunzionale.

Per produrre un reale cambiamento sociale, è necessario il passaggio fondamentale dalla condizione psicopolitica di vittima (soggetto passivo che subisce la storia) a quella di agente (soggetto attivo che la determina).

Il progetto di un’opposizione autonoma contemporanea impone una ristrutturazione metodologica ed epistemologica fondata su direttrici teorico-pratiche interconnesse, volte a scardinare le attuali derive della soggettivazione politica. In primo luogo, si rende necessaria una radicale de-sacralizzazione del trauma, che si traduce nel rifiuto di accordare uno statuto di immunità etica o epistemica alla condizione di sofferenza; ciò implica che ogni rivendicazione, anziché essere frutto della sentimentalizzazione dell’esistenza, sia invece il prodotto di un’analisi storico-materialista.

Tale processo si salda alla collettivizzazione del disagio, un’operazione che contrasta l’isolamento clinico e la psicologizzazione individualizzante della crisi sociale per convertire l’ansia e lo stress atomizzati in vettori di mobilitazione e cooperazione conflittuale di gruppo.
Su queste basi, la re-politicizzazione dei diritti opera una transizione cruciale, sostituendo le istanze di risarcimento emotivo e le micro-pratiche di care-taking con una prassi orientata alla trasformazione macro-strutturale e alla conquista di riforme sistemiche durature. Infine, questo quadro teorico trova il suo sbocco operativo nel sabotaggio del rito digitale, inteso come superamento delle logiche del tribalismo algoritmico e dei simulacri dell’attivismo virtuale, al fine di riattivare e abitare spazi materiali di organizzazione e insorgenza politica reale.

Uscire dal ruolo di vittima significa smettere di chiedere passivamente tutele e uscire dalla logica che impone di essere “vittime” per avere la legittimità di avanzare rivendicazioni costrette nella forma “risarcitoria” e iniziare, invece, a esercitare un’agency collettiva basata sull’intenzionalità, sulla pianificazione strategica del futuro, sul conflitto politico materiale nel quale si radicano le rivendicazioni che nascono dallo scontro di classe.

Enza Amici, Centri Sociali Marche

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