Exit Project – Strategie dal basso per un’uscita reale dalla crisi

(dal blog della Campagna ‘Per il clima, fuori dal fossile’)

Exit Project Clima, lavoro, ambiente, occupazione, futuro, presente: strategie dal basso per un’uscita reale dalla crisi

La falsa dicotomia fra lavoro e ambiente è stata da sempre rappresentata come un’alternativa obbligata, senza uscita, una contraddizione che non era possibile superare.

Nelle occasioni di discussione e confronto che la Campagna Per Il Clima Fuori Dal Fossile ha promosso negli ultimi mesi questo tema è diventato oggetto di una riflessione collettiva alimentata dalla relazione fra gli attivisti per la giustizia climatica e le realtà autorganizzate di lavoratrici e lavoratori, da Taranto a Civitavecchia, da Jesi a Firenze.

Nasce da questo percorso condiviso l’intenzione di aggredire il nodo di questa falsa dicotomia e sperimentare insieme un suo superamento. E’ attorno a queste indicazioni che si sta costruendo l’appuntamento di domenica 10 Aprile a Civitavecchia, un’assemblea animata da militanti e lavoratrici, operai e attiviste, per costruire il nostro progetto di uscita dalla crisi sociale, economica e ambientale, per ricomporre ciò che vorrebbero diviso.

Sconvolgimenti climatici, mancanza d’acqua, terre incoltivabili, migrazioni forzate; licenziamenti, delocalizzazioni, sfruttamento, avvelenamento ambientale: diverse immagini che descrivono le stesse cause e gli stessi responsabili.
Cambiamenti climatici e impoverimento, devastazione ambientale e decadimento delle più elementari garanzie sociali sono facce della stessa medaglia, della stessa crisi che sta trascinando il mondo verso il baratro.
Nessun governo, istituzione internazionale o consiglio di amministrazione di qualche corporation ci farà uscire dalla crisi.
Per uscire dalla crisi dobbiamo prendere in mano il nostro destino, progettare noi stessi le strategie di uscita: dobbiamo essere noi a costruire le prospettive di azione che consentano di far vivere nel nostro presente, qui ed ora, un progetto di cambiamento radicale.
Progettare il futuro significa anche progettare un adattamento alle compromissioni dell’ecosistema che già gravano pesantemente sulla vita dei singoli e delle popolazioni e a quelle che inevitabilmente interverranno, capace di imporre la centralità dei diritti e dei bisogni delle specie.
Pensare il presente per costruire il futuro significa scegliere da che parte stare.
Anche gli speculatori, gli estrattivisti, gli inquinatori hanno il loro progetto di cambiamento ed anche loro lo chiamano “transizione ecologica”. Ma la vera “transizione” a cui stanno lavorando non è quella ecologica: è quella “economica”, tutta capitalistica, che persegue la riorganizzazione dei sistemi di produzione e di estrazione del valore, anche attraverso i processi di digitalizzazione e della formazione scolastica, con l’obiettivo di salvaguardare la massimizzazione dei profitti.
Il ricorso massiccio alle delocalizzazioni consentirà alle multinazionali di eludere a lungo gli obblighi sulle emissioni di CO2 e di trascinare verso il basso diritti e redditi delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso licenziamenti, taglio dei piani occupazionali, pratiche ritorsive volte a colpire rivendicazioni e forme di resistenza.
Per lungo tempo i bisogni legati al lavoro sono stati contrapposti ai bisogni e alle rivendicazioni espressi dai movimenti in lotta per la tutela ambientale e climatica. Ma oggi il sipario dietro cui è stata abilmente occultata la strumentalità di tale contrapposizione è caduto sotto il peso dei fatti e della concreta condizione materiale in cui la stragrande maggioranza della popolazione mondiale è costretta a vivere.
Questa transizione non ci porterà fuori dalla crisi. Al contrario essa servirà a scaricare il più possibile i costi della transizione capitalistica, sulle classi lavoratrici, sulle comunità territoriali, sull’intero corpo sociale.
Se non vogliamo subire una transizione che salvaguarderà i profitti passando attraverso la devastazione ambientale e sociale, dobbiamo costruire un nostro progetto di uscita dalla crisi.
Ma non può esistere un progetto di uscita dalla crisi che non sia anche un progetto di uscita da quel sistema di produzione che la crisi l’ha prodotta e continua ogni giorno a generarla.
Per aggredire la crisi climatica dobbiamo porci il problema di come, cosa e perchè produciamo, di quanto tempo di vita ci viene sottratto con un regime dell’orario di lavoro insensato dal punto di vista delle reali necessità umane, di quanta ricchezza sociale, patrimonio naturale e culturale, vengono ogni giorno espropriati, lasciandoci in cambio sempre più povertà e la corsa affannosa per la sopravvivenza.
Per questo abbiamo bisogno di costruire luoghi dove sia possibile, andando oltre l’occasionalità e l’estemporaneità, aprire un confronto stabile tra pratiche e percorsi di lotta che si stanno producendo sia sul versante climatico-ambientale che sul versante del lavoro, dell’occupazione e del reddito.
Da quest’esigenza nasce la proposta dell’assemblea che si terrà il 10 aprile, scaturita proprio dall’incontro tra la Campagna per il Clima Fuori dal Fossile e diverse rappresentanze di lavoratici e lavoratori in lotta contro le scelte criminali di grandi gruppi industriali e delle istituzioni che si rendono loro complici. Abbiamo bisogno di costruire adesso un nostro “exit project”, un progetto di uscita, capace di parlarci anche dell’uscita dalle tentazioni di rassegnazione, dalle comfort-zone, dall’illusorio rifugio nei recinti individualisti.
Non siamo alla fine del mondo. E’ un mondo martoriato, sconvolto e segnato da cambiamenti probabilmente indelebili. Ma è il nostro mondo e l’unico che abbiamo. Non vogliamo “prendercelo” perchè non deve appartenere a nessuno: vogliamo “solo” liberarlo da chi se ne è impadronito.

Campagna per il Clima – Fuori dal fossile