L’indignazione selettiva: come i media mainstream mostrano Belfast e nascondono l’Albania
(per disinnescare il conflitto sociale)
C’è un vecchio adagio della sociologia dei media che oggi, di fronte alle prime pagine dei telegiornali, risuona più attuale che mai: “il potere non ti dice cosa pensare, ti dice a cosa pensare”. Negli ultimi giorni, l’agenda del sistema informativo italiano (ma non solo) ha deciso che l’attenzione collettiva dedicata alle piazze deve essere interamente assorbita dai “fatti di Belfast”. Immagini catastrofiche, cassonetti in fiamme, retorica securitaria e condanne unanimi riempiono gli schermi e le pagine delle principali piattaforme. Al contempo, il silenzio più assoluto e tombale avvolge quanto sta accadendo in Albania, dove da settimane si susseguono proteste di piazza di natura radicalmente diversa.
Questo squilibrio non è un errore di distrazione, né una semplice scelta editoriale basata sulla “vicinanza geografica” o culturale. Si tratta di una precisa operazione di chirurgia politica. Un meccanismo in cui l’esposizione ipertrofica di un conflitto (se così si può chiamare quello che sta andando in scena a Belfast) serve a coprire l’oscuramento totale di un altro, con un obiettivo ben preciso: neutralizzare la possibilità stessa di un’opposizione reale dal basso.
A prima vista, l’ampio spazio concesso ai disordini di Belfast – esplosi dopo un tragico fatto di cronaca e cavalcati da frange della destra identitaria e anti-immigrazione – sembra l’adempimento del sacrosanto dovere di cronaca, una apparentemente sana presa di posizione: i media denunciano l’intolleranza. Ma guardando più a fondo, questo tipo di conflitto è strutturalmente “funzionale” al discorso dominante.
I disordini di Belfast mettono in scena una guerra tra poveri. È una rabbia orizzontale, frammentata, che non mette in discussione i rapporti di produzione, il neoliberismo o le decisioni dell’élite finanziaria globale. Per il mainstream, spettacolarizzare questo “caos” è rassicurante: permette al potere politico di ergersi a unico garante dell’ordine, della civiltà e della moralità contro la “barbarie” della piazza. La denuncia mediatica, in questo caso, è un palcoscenico sicuro. Si condanna la violenza per riaffermare lo status quo. Dall’altro lato dell’Adriatico, in Albania, la natura del conflitto è radicalmente diversa. Le piazze di Tirana, animate da movimenti civici e opposizioni, non sono rivolte contro gli immigrati: mettono sotto assedio i palazzi del potere. Protestano contro la corruzione sistemica ad alti livelli governativi, contro la svendita del territorio, contro riforme economiche che impoveriscono la popolazione a vantaggio di oligarchie locali e partner internazionali, e contro la gestione autoritaria del dissenso.
Questo è il conflitto “verticale”: quello che punta il dito direttamente contro chi detiene le leve del comando vero, quello politico ed economico. Ed è precisamente questo il motivo per cui l’Albania deve scomparire dai radar.Se
Se il mainstream mostrasse che i cittadini di un paese europeo o limitrofo sono in grado di organizzarsi dal basso per contestare le decisioni strutturali di un governo, creerebbe un precedente pericoloso. Romperebbe il dogma dell’ineluttabilità. Di conseguenza, la protesta reale viene oscurata, derubricata a questione locale non degna di nota, cancellata dall’orizzonte visivo dei cittadini occidentali.L’effetto combinato di questa iper-visibilità da un lato e dell’oscuramento dall’altro produce conseguenze devastanti sulla psicologia collettiva e sulla capacità di mobilitazione “di classe”.
La gestione mediatica dei disordini geopolitici attuali rivela la sua natura difensiva. Finché la rabbia rimarrà confinata nei recinti della xenofobia o di dinamiche raccontate come scontri tribali, i media mainstream le concederanno sempre le luci della ribalta, usandola alternativamente come spauracchio. Ma quando la rabbia alza lo sguardo e impara a guardare verso l’alto, verso le stanze dei bottoni, il potere spegne le luci e fa calare il sipario. Rompere questo isolamento informativo attraverso un’informazione autonoma non è mero dovere di cronaca, ma il primo atto per restituire a chi sta in basso la consapevolezza che cambiare le cose è, ancora e nonostante tutto, una possibilità.
