Scuola e universitàStato di guerra

La guerra che trasforma l’istruzione

Per un’autonomia studentesca capace di determinare le trasformazioni, anziché subirle – A cura di S.A.M. Studenti Autorganizzati Marche verso il laboratorio politico ‘La guerra che trasforma’, 6 giugno Spazio Autogestito Grizzly, Fano

“La guerra non è e non è mai stata solo un fatto militare, sia essa “tradizionale”, ibrida o cibernetica, sia essa asimmetrica o boots on the ground. La guerra è un dispositivo molto più complesso rispetto alla sua “semplice” dimensione bellica, che investe profondamente l’agire sociale e le sue relazioni, così come le forme di vita.” (La guerra che trasforma)

La guerra trasforma anche il sistema della formazione.
Non solamente perché cresce la presenza dell’esercito nelle scuole o perché le università collaborano sempre più apertamente con industrie legate al comparto militare.
Questi elementi rappresentano gli effetti più visibili di un processo molto più complesso, che rischia di essere analizzato superficialmente se isolato dal quadro complessivo dentro cui si sviluppa.

La guerra, oggi, non agendo esclusivamente sul piano dei conflitti armati, produce una riorganizzazione complessiva delle nostre priorità:
la guerra non è un Moloch, è prima di tutto un articolato di rapporti di forza, rapporti di produzione e relazioni sociali, che segue linee di sviluppo imposte dal capitale, dove la posta in palio non è primariamente la distruzione del nemico, ma la produzione, singolare e collettiva, di soggettività disposte a obbedire passivamente e ad accettare ‘naturalmente’ la sua inevitabilità.” (La guerra che trasforma)


Dentro questo processo trasformativo, scuola e università vengono progressivamente ridefinite.
L’istruzione non è mai neutrale rispetto al regime di guerra e, negli ultimi quindici anni, la scuola ha ceduto il passo a un sistema della formazione sempre più integrato con imprese private e determinati settori economici considerati importanti o strategici. Già la riforma del 2015, la “Buona scuola”, avanzava l’idea che all’istruzione pubblica dovessero partecipare gli sponsor privati.
Il modello didattico della “personalizzazione”, introdotto con l’ultima riforma dell’istruzione professionale (2017), ha funzionato come un vero e proprio cavallo di Troia, consentendo l’ingresso nel sistema scolastico di aziende, interessi privati e filiere produttive in cerca di nuove opportunità di sviluppo e rilancio.
Leonardo spa una delle maggiori produttrici al mondo di armi e sistemi bellici, collabora stabilmente con Istituti Tecnici Superiori, centri di formazione, scuole secondarie e atenei.

L’alternanza scuola-lavoro prima, i PCTO poi, oggi la FSL, lungi dall’essere attività formative, hanno rappresentato uno dei principali strumenti attraverso cui la formazione è stata progressivamente orientata verso l’adattamento diretto alle esigenze di mercato.
Oggi la scuola non si limita più a trasmettere conoscenze: tende a orientare comportamenti e modi di pensare, sviluppa competenze specifiche, seleziona gli studenti in base alle loro prestazioni e trasforma le abilità in qualcosa di spendibile sul mercato.
Ciò avviene attraverso una ben precisa strategia: protocolli interministeriali fra i Ministeri della Difesa, del Lavoro, dell’Istruzione, e fra i Ministeri e le diverse articolazioni delle Forze armate; protocolli fra gli Uffici Scolastici Regionali e l’esercito; protocolli che le singole scuole siglano con le presenze militari sul territorio.

Lo stesso processo di definanziamento dell’istruzione viene asservito all’economia di guerra: mentre le risorse per la scuola restano al minimo, i fondi pubblici vengono reindirizzati strategicamente verso la sicurezza e il riarmo. Per questo i cambiamenti che stanno attraversando il mondo della formazione non possono essere letti separatamente dalle trasformazioni che la guerra impone.
Trasformazioni che agiscono anche su un piano più sottile e pervasivo, quello della ‘guerra cognitiva’.

La guerra cognitiva è un insieme coordinato di tecniche di manipolazione, disinformazione, propaganda e depistaggio che hanno come obiettivo la normalizzazione della prospettiva di guerra.
Una tecnica di soft power elaborata dai think tank a servizio della Nato, come il Nato Innovation Hub, dove il sapere si piega al potere, quello della guerra (l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ne ha trattato diffusamente, in particolare nel suo secondo dossier del 2024).

Nelle scuole, questo significa presentare il regime di guerra e il riarmo come naturali, inevitabili, persino desiderabili per la difesa della democrazia.
Significa normalizzare la presenza di ex militari come relatori, trasformare l’educazione civica in educazione alla difesa nazionale, censurare ogni voce critica contro le guerre imposte.

Si evidenzia infatti una sistematica opera di censura e marginalizzazione del dissenso da parte di atenei e scuole nei confronti di chi denunciava il genocidio palestinese; un tentativo di silenziamento a cui i collettivi studenteschi hanno risposto nell’autunno attraverso il movimento Blocchiamo Tutto, promuovendo occupazioni e mobilitazioni diffuse a fianco della resistenza palestinese.

I programmi didattici, le esercitazioni di protezione civile, le celebrazioni delle forze armate: tutto concorre a costruire una rappresentazione del mondo in cui la guerra è l’unica risposta possibile all’instabilità globale.
Lungi dall’essere un’aggiunta secondaria, la guerra cognitiva è il cuore del dispositivo di trasformazione: mira a plasmare soggettività che accettino passivamente la guerra, considerandola inevitabile e interiorizzando l’obbedienza come valore.

In questo scenario emerge una domanda politica centrale: quale spazio di autonomia resta oggi agli studenti?
Per noi, l’autonomia studentesca non si riduce all’ottenimento di spazi di rappresentanza formale o a portare avanti pratiche identitarie e autoreferenziali.
Significa, invece, rivendicare una postura conflittuale e anti-istituzionale: una prassi viva e in costante trasformazione. Significa interrogarsi sulla possibilità concreta di organizzarsi all’interno delle dinamiche che stanno modificando il ruolo dell’istruzione e la composizione sociale che la attraversa.

Le mobilitazioni, le occupazioni e i blocchi che hanno attraversato scuole e università agli inizi dell’ultimo anno scolastico hanno espresso una tensione diffusa e un rifiuto radicale della rappresentanza politica, incapace di comprendere davvero il portato di tali esperienze, nonché le contraddizioni materiali della popolazione studentesca. Significa, quindi, agire collettivamente nei luoghi decisionali, dare corpo a percorsi di autorganizzazione negli atenei, ad assemblee d’istituto che siano davvero autogestite, a coordinamenti territoriali e spazi di autoformazione che rifiutino le logiche della rappresentanza delegata.

All’interno delle scuole, questa autonomia può assumere forme concrete e conflittuali: rifiutare le lezioni militari, decostruire i protocolli di sicurezza che addestrano all’obbedienza, disertare la FSL e qualsiasi iniziativa della scuola caserma o a servizio delle aziende belliche.
E ancora, costruire reti di mutualismo, organizzare percorsi di controinformazione, diffondere una cultura antimilitarista e di decostruzione della propaganda, produrre narrazioni alternative che restituiscano centralità alla disobbedienza e alla solidarietà internazionale.
L’autonomia studentesca può così diventare una macchina di contro-condizionamento che opera dentro l’aula e fuori dall’aula, sottraendo la formazione a questa funzione di addestramento al capitalismo e alla guerra.

Occorre quindi investire su una pratica organizzativa che sia essa stessa produzione di un altro modo di socialità, studio e lotta. Solo così si può contrastare la trasformazione della scuola sul suo stesso terreno, restituendo alla formazione la sua dimensione critica e collettiva.

Il laboratorio politico del 6 giugno allo Spazio Autogestito Grizzly di Fano rappresenta un’occasione per confrontarsi su questi nodi teorici e per gettare le fondamenta di una nuova capacità di azione collettiva.
Non si tratta di chiedere permesso, ma di organizzarsi qui e ora, dentro e contro la guerra che trasforma l’istruzione.

S.A.M. – Studenti Autorganizzati Marche

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