La narco guerra tra Messico e Stati Uniti
L’intervista a Fabrizio Lorusso, ricercatore dell’ “Universidad iberoamericana Leon”
Lunedì 22 febbraio 2026 un’operazione dell’esercito e della marina messicana, in collaborazione con gli Usa che hanno fornito l’intelligence, ha portato all’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, capo del Cartel Jalisco Nueva Generacion.
In tutto il paese, soprattutto in alcuni stati, sono scoppiati scontri violentissimi tra le forze di sicurezza e gli affiliati al cartello che hanno portato a diversi morti e feriti. Il cartello di Jalisco, negli ultimi anni, è diventato il più forte e potente del paese. Una vera e propria impresa multinazionale che ha diversificato molto le sue attività, oltre al traffico di stupefacenti, investendo in molti settori, legali ed illegali.
La cosiddetta “guerra alla droga” negli ultimi venti anni ha prodotto, secondo stime ufficiali, cinquecento mila morti e più di centomila desaparecidos, la maggior parte proprio nello stato di Jalisco. Una “narcoguerra” dove non esiste il bene da una parte ed il male dall’altro, le organizzazioni criminali da un lato e lo stato federale dall’altro, ma dove vi è un intreccio strutturale e profondissimo tra livelli e poteri differenti, tra politica, economia e finanza e cartelli.
Un contesto nel quale la presenza da sempre ingombrante degli Usa ha subìto un’accelerazione significativa con la presidenza di Donald Trump e con la sua politica aggressiva verso tutto il Latino America, a fronte della quale la presidente Claudia Sheinbaum mostra atteggiamenti ambigui di accondiscendenza e di tentativi, almeno simbolici, di autonomia.
Ne abbiamo parlato con Fabrizio Lorusso, ricercatore dell’ “Universidad iberoamericana Leon”. Autore di diversi libri che parlano del Messico e della narcoguerra. I suoi ultimi lavori si concentrano sulla storia e le lotte dei familiari dei desaparecidos. Vive nel paese dal 2000.
