Diritto alla casa, diritto alla città

Inchiesta sulla condizione abitativa a Fano. Un primo bilancio

Giovedì 28 maggio, incontro pubblico di restituzione dei dati emersi, allo Spazio Autogestito Grizzly – Il comunicato

Cosa significa oggi parlare della questione abitativa?

L’abitare, oggi forse più che mai, è un tema complesso e sicuramente non esiste una sola lente con la quale analizzarlo, ma quello che è certo è che ormai è diventato un tema ineludibile e non più rinviabile.

Di tutto questo se ne rendono conto sia le istituzione europee, a dicembre 2025 la Commissione Europea ha presentato il “Piano per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili”, sia i vari governi nazionali.
Il primo maggio in Italia il governo ha approvato il decreto legge “Disposizioni urgenti per il piano casa”.
Nella nostra città, il sindaco, qualche giorno fa, ha parlato di un piano di recupero di alloggi di edilizia pubblica.

Se da un lato quindi, per motivi elettorali e di consenso, si inizia a parlare di un problema urgente e drammatico per le vite di milioni di persone, dall’altro, il vero nodo è come affrontarlo e tentare di risolverlo.

E’ innegabile e sotto gli occhi di tutti che se siamo arrivati ad una tale dimensione e profondità del problema, tutto questo si è prodotto per scelte politiche, certo non ci siamo arrivati per caso.
Le cause sono molteplici e hanno radici lontane, ma quello che ha accomunato tutte le politiche abitative degli ultimi decenni è stato trattare la casa come una merce qualsiasi, da vendere e comprare in un mercato senza regole, e pensare l’abitare, un diritto fondamentale e primario, come un qualcosa che non dovesse riguardare la politica e le sue scelte.

Per essere chiari e non lasciare spazio ad ambiguità, chiariamo subito un punto.
La politica le sue decisioni le ha prese e ciò che ha fatto è stato tutelare gli interessi dei costruttori e dei fondi d’investimento, non certo di chi abita le città e non può permettersi un affitto o l’accesso al credito per un mutuo. Non siamo tutti uguali e non tutti viviamo il problema allo stesso modo, anzi, al contrario, c’è chi ha guadagnato e continua a farlo da queste politiche.

La politica continua a fare le sue scelte e mentre parla della necessità di affrontare la crisi abitativa, reitera le stesse decisioni che hanno portato al problema: investimenti inesistenti in piani di edilizia residenziali pubblica, con liste d’attesa infinite, degrado e abbandono delle case pubbliche, nessuna politica di sostegno all’affitto, svendita di tutto il patrimonio pubblico per fare cassa.

E ancora: rilascio di decine di licenze per nuove costruzioni, nessuna politica sugli affitti brevi e sulle case lasciate sfitte. Nessun intervento e nessun sostegno a fronte di decine di sfratti per morosità, insistenza sull’housing sociale dove i prezzi e i criteri sono dettati dal “mercato”.

Il punto, allora, non è parlare genericamente del problema, ma porsi le domande giuste, sfatare quei miti ai quali siamo ormai assuefatti e creare narrazioni differenti e conseguenti azioni.

Nella nostra città, negli ultimi mesi, sono spuntati come funghi nuovi cantieri, che si stanno mangiando sempre di più le poche aree verdi rimaste. Costruire nuove case è la soluzione?
Lo sarebbe se fossero case di edilizia pubblica o con affitti sostenibili che non incidano per il 40 o 50% sul reddito disponibile. Al contrario tutte le nuove costruzioni non sono destinate all’affitto, ma alla vendita con prezzi al mq altissimi, destinate ad una fetta di popolazione ristrettissima o ad essere lasciate vuote e destinate alla locazione turistica a breve termine. Il paradosso è che si costruisce sempre di più, ma le case non sono fatte per essere abitate.

La contraddizione sempre più evidente e crescente è che a non potersi permettere un affitto sono famiglie, coppie o singole persone con lavori stabili e spesso a tempo indeterminato.
Quel ceto medio impoverito, che sta scivolando inesorabilmente verso una condizione di precarietà strutturale ed esistenziale. Un’intera generazione di giovani e meno giovani è drammaticamente impossibilitata a lasciare le case dei genitori, a costruirsi percorsi di vita autonoma e a poter scegliere.

Senza parlare di quelle fasce, sempre più ampie di popolazione, giovanile e non solo, che non possono neanche immaginarsi la possibilità di un affitto o di una rata del mutuo, imprigionati tra lavoro povero e precario, contratti a tempo determinato e doppi lavori che non fanno uno stipendio dignitoso.

Le problematiche tra città grandi e piccole, zone costiere e montane, centro e periferie, sono sicuramente differenti, ma ciò che è comune a tutti rispetto alla drammatica situazione abitativa che viviamo è la turistificazione delle nostre città.

Sgombriamo subito il campo. Il problema, ovviamente, non è il turismo in sé, ma le politiche, di nuovo le scelte e le decisioni che vengono prese, di trasformare le nostre città ad uso e consumo dell’industria turistica.

Intorno all’industria del turismo, negli anni, si è costruita una narrazione tanto incredibile quanto limitata, come panacea di tutti i mali, come vettore di ricchezza e benessere per tutti, come destino ineluttabile che porta solo vantaggi. Nessuno può metterlo in discussione. Nessuno deve parlarne se non in termini positivi.

Ora, fortunatamente, piano piano, sia in Italia che in Europa, almeno nei centri maggiormente colpiti da questa industria totalizzante, sempre di più, si mettono in discussione i presunti vantaggi per tutti e sempre di più si mostrano le contraddizioni e i problemi che portano politiche che piegano la città, cioè le sue relazioni economiche, i suoi legami sociali, la stessa possibilità di continuare ad abitarle, all’industria del turismo.

Nella nostra città questi effetti si stanno iniziando a vedere e soprattutto a sentire nella vita materiale: impossibilità di trovare un affitto a lungo termine, solo affitti da settembre a maggio, pianificazione di servizi ad uso e consumo esclusivo del turismo, lavoro stagionale, cioè a tempo, come unico orizzonte possibile, fatto di sfruttamento, lavoro nero, straordinari non pagati e precarietà esistenziale.
Turistificazione è esattamente questo: un’economia totalizzante che va a fagocitare tutte le altre dove ricchezza e benessere si concentrano nelle mani di pochi che sfruttano questa situazione.
In questo quadro la relazione tra turistificazione e crisi abitativa è drammaticamente diretta, al di la di tutti i tentativi propagandistici interessati a nasconderla e all’incapacità di affrontarla seriamente.

Negli ultimi mesi abbiamo portato avanti un’inchiesta sulla questione abitativa a Fano.

Giovedì 28 maggio, alle ore 21, presentiamo i dati dell’inchiesta, frutto dell’esperienza diretta di centinaia di abitanti. Un primo passo per conoscere la realtà e costruire insieme risposte e proposte.

Spazio Autogestito Grizzly Fano




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