L’Autonomia e il mo(n)do della comunicazione
Nella grammatica civile contemporanea, tendiamo a sovrapporre il concetto di libertà di stampa con quello di autonomia della comunicazione. Tuttavia, mentre la prima è una concessione giuridica – il diritto di non essere censurati dallo Stato – la seconda è una condizione esistenziale e politica: la capacità del discorso critico di sottrarsi alle forze centripete che lo schiacciano su dicotomie precostituite.
Oggi, informare non significa più soltanto riportare i fatti, ma navigare in un campo minato di polarizzazioni binarie: “con noi o contro di noi”, “Stato o mercato”, “scienza o complotti”, “buoni e barbari”.
L’autonomia della comunicazione risiede nel coraggio di creare uno spazio tra questi poli, rivendicando il diritto di ridefinire il perimetro del dicibile. La deontologia giornalistica ci parla di correttezza, verifica delle fonti e separazione tra fatti e opinioni. Sono pilastri fondamentali, ma insufficienti se il quadro di riferimento è già saturo.
L’autonomia della comunicazione va oltre perché riguarda la produzione di senso.
Essere autonomi significa decidere di cosa parlare, non limitarsi a commentare l’argomento del giorno imposto dai trend social o dai canali di comunicazione mainstream.
Occorre rompere il binarismo di un discorso pubblico quasi sempre ridotto a un tifo da stadio.
E’ quantomai necessario ritrovare la capacità di decostruire la domanda stessa, evidenziando come spesso la scelta tra due opzioni contrapposte sia, in realtà, una falsa scelta.
In ogni epoca storica, esiste un “recinto del dicibile” .
Al di fuori di questo recinto giace l’indicibile: non necessariamente il falso o l’immorale, ma ciò che è incompatibile con la narrazione dominante.
Dire l’indicibile diventa un dovere civile quando il consenso unanime maschera una paralisi del pensiero critico, nei momenti di crisi — che siano belliche, pandemiche o economiche — la pressione al conformismo diventa infatti massima.
In questi contesti, l’autonomia della comunicazione si manifesta come la capacità di osservare le crepe nel muro della verità ufficiale, come rifiuto delle semplificazioni rassicuranti e consolatorie che riducono il mondo a una lotta tra “buoni e cattivi”. Perché questa autonomia sia possibile, non basta il coraggio dei singoli ma serve un ecosistema che la sostenga.
L’autonomia comunicativa richiede l’indipendenza politica da ogni apparato istituzionale o istituzionalizzante e, inoltre, dallo strapotere degli algoritmi che premiano la polarizzazione a scapito della riflessione.
Rivendicare oggi l’autonomia della comunicazione significa, in ultima analisi, restituire all’opinione pubblica non solo informazioni, ma strumenti di interpretazione in grado di aprire spazi di possibilità inesplorati. Dobbiamo ricordare che il comunicatore non dovrebbe essere uno strumento dell’autorità, né un alleato di chi contesta il potere al solo fine di ereditarne i meccanismi.
Il suo ruolo è trascendere la dialettica apparente tra chi esercita il comando e chi aspira a replicarlo, ma come un sismografo capace di avvertire i movimenti profondi della realtà, anche – o forse soprattutto – quando questi disturbano la quiete del pensiero comune.
