Il mosaico che nasce dalle lotte
Da Torino a Milano la riaffermazione di una prospettiva autonoma nella frattura istituzionale
All’inizio sembrava il solito dipanarsi di un copione scontato: le forsennate accuse del governo, la sentita solidarietà alle forze dell’ordine da parte di tutti i competitor elettorali, i titoli sui giornali stampati e on-line, le immagini opportunamente selezionate e riproposte come spot ossessivi per sostenere la grande campagna di criminalizzazione. Invece ad un certo punto, nel volgere di poche ore, il meccanismo si è inceppato: come per magia le urla da caccia alle streghe hanno cominciato a risultare stridule, stonate, nevrotiche e i palloni con le scritte “dagli all’untore!” hanno iniziato a sgonfiarsi, apparendo sempre più goffi nel loro dimenarsi per restare in aria. Certo ci sono sempre le nuove norme-sicurezza, già da tempo nel cassetto del governo, che scalpitano nella linea di partenza in attesa del via libera. Eppure, nonostante questo, la retorica terroristica del potere, sempre lì pronta a cogliere ogni tensione, ogni frattura, grande o piccola, del suo ordine delle cose per stringere le maglie del controllo, è risultata sempre più debole, ridicolizzata dal suo stesso linguaggio, dalla pedante ripetizione delle medesime immagini, infine diventate caricaturali e inefficaci.
E’ passata solo una settimana dalla oceanica manifestazione di Torino e le piazze sono tornate a riempirsi con i porti bloccati dagli scioperi e dai cortei che li hanno attraversati e la manifestazione di Milano che ha rovinato il siparietto dell’inaugurazione dei giochi olimpici. Minacce e intimidazioni governative accompagnate dalla retorica poliziottesca del campo largo non hanno silenziato le piazze, che sono tornate ad esprimersi con determinazione, ma anche con quella gioia che solo la ritrovata potenza dell’osare collettivo è capace di dare. Le mobilitazioni di questi giorni, che continuano e si ostinano a tenere la parola, rendono evidente la forza di sedimentazione comune che la molteplicità e diversità dei fronti di lotta sono in grado di produrre al di là del contenuto di volta in volta trainante.
E’ indubitabile che gli attuali spazi di conflittualità sono il prodotto diretto di un accumulo generato dalle imponenti mobilitazioni autunnali al fianco del popolo palestinese, contro le complicità criminali nel suo genocidio, contro le politiche di riarmo e di guerra che i nuovi assetti globali impongono ai governi in carica e alle forze politiche che si candidano ai futuri avvicendamenti nell’esecutivo. Un patrimonio comune di lotte e di pratiche che nel contempo ha fatto emergere la forza dei movimenti e la materiale delegittimazione della consunta narrazione sulla legalità, messa in crisi nel sentire comune dalla stessa frattura istituzionale dall’alto, dalla necessità delle classi dominanti di violare a tutela dei propri interessi quella stessa legalità formale a cui si vorrebbero sottomesse le classi sociali subalterne.
Però non funziona così: se un giocatore si alza e rovescia il tavolo da gioco, non può pretendere che gli altri giocatori restino seduti a giocare una partita inesistente su un tavolo da gioco immaginario. Ma per giocare efficacemente un’altra partita, quella vera che si è spostata nelle piazza, è necessario leggere correttamente la realtà dei fatti, le indicazioni che quell’accumulo comune in progressiva espansione ci consegna, vincolarci alla materialità delle sue caratteristiche per individuare passaggi e prospettive che siano capaci di essere propulsivi perché si sviluppano dentro i processi in atto, e non all’esterno, sopra o collateralmente ad essi. Le piazze di questi mesi dimostrano con chiarezza come la forza generalizzante del conflitto non sta, quantomeno in questa fase, nella uniformità di una sorta di “piattaforma” generale che infarcita di tutto si riproduce sempre uguale a se stessa.
Al contrario, anche sulla scorta di quelle che sono le attuali dinamiche di comunicazione, i momenti di precipitazione conflittuale di volta in volta si generano e si sviluppano su un nucleo di contenuti che per un insieme di fattori riesce a costruire un campo gravitazionale, che poi diventa il luogo di espressione di una insubordinazione mirata, di un conflitto che, seppur radicato in un desiderio di cambiamento generale, ogni volta sceglie consapevolmente il terreno di scontro. Le sessantamila persone che il 31 gennaio hanno invaso le strade di Torino, non stavano manifestando per la sanità o le pensioni, ma per reagire e contrastare la chiusura di spazi sociali che innegabilmente costituiscono un presidio politico fondamentale nel tessuto urbano, un laboratorio dove l’aggregazione sociale si trasforma in comunità politica, dove la produzione culturale diventa critica del presente e immaginazione di un futuro diverso, dove la rabbia si organizza in conflitto. Sono luoghi di controinformazione, di mutualismo, di sperimentazione di forme di vita fuori dalle logiche del mercato e del controllo.
Sgomberare un Centro Sociale non significa solo chiudere uno “stabile abusivo”, ma sradicare un nodo di socialità ribelle, tentare di spezzare una trama di relazioni, cancellare uno spazio di pensiero e organizzazione libero. Le mobilitazioni a difesa di Askatasuna contengono in sé un pezzo di progettualità, la difesa del diritto alla città, della possibilità di esistere collettivamente al di fuori della merce e della repressione, la necessità della riappropriazione collettiva dello spazio pubblico strappato all’occupazione militare che ha caratterizzato il quartiere Aurora e Vanchiglia nelle settimane successive allo sgombero. La militarizzazione dei quartieri, i sistemi repressivi, i divieti e le identificazioni di massa costituiscono la risposta classica dello Stato quando viene intaccata la sua sovranità su un territorio: la risposta di piazza ha intaccato quel dispositivo rifiutandosi di essere confinata nei margini consentiti, trasformando la solidarietà emotiva in un fatto organico e politico, che riconosce in uno spazio sociale autogestito un nodo cruciale della rete di resistenza che unisce la città alle sue periferie e alle comunità in lotta. Quel campo gravitazionale specifico, proprio per la sua capacità di essere motore e, quindi, “moto” sociale e popolare, non deve essere disperso in una visione generalista, che rischierebbe in ultimo di essere depotenziante, ma deve trovare una sua specifica prospettiva di continuità e di espansione.
La latitudine di una mobilitazione non è data dai contenuti che le vengono cuciti addosso, ma dalla massima valorizzazione del significante primario che ne ha catalizzato l’aggregazione ed il “sentimento” comune. Questo non riduce affatto le potenzialità di generalizzazione che ogni conflitto porta con sé, ma al contrario ne dipana le strategie articolandole in una pluralità di fronti di lotta, che maturano “sul campo” la loro unificazione e i successivi passaggi di connessione. La medesima visuale è possibile applicarla alle mobilitazioni milanesi contro le “insostenibili olimpiadi” con il suo giusto monito “know your enemy”, allo sciopero internazionale dei porti o, guardando alle nostre spalle, alle mobilitazioni a fianco del popolo palestinese dell’autunno. Le diecimila persone che hanno attraversato le strade di Milano il 7 febbraio sanno benissimo che le sessantamila persone che erano il 31 gennaio a Torino sono dalla loro parte, sono con loro, così come chi è defraudato dei suoi diritti pensionistici e dell’assistenza sanitaria sa benissimo che i sessantamila manifestanti di Torino e i diecimila manifestanti di Milano sono dalla loro parte.
E anche i nemici sono bravi a fare questo genere di conti. La dinamica di moltiplicazione dei terreni di scontro e la forza trainante della loro specificità, che nel contempo afferma il senso di comune appartenenza, costituiscono in questa fase il dispositivo più efficace di sedimentazione e consolidamento di un accumulo che può creare le condizioni per ulteriori passaggi di costruzione e stabilizzazione del conflitto: “agilità” dei contenuti che si traduce in “agibilità” politica dei percorsi e delle pratiche che essi esprimono. Al contrario, crediamo vadano in tutt’altro senso le “grandi alleanze”, con lunghi scadenzari e piattaforme, che dentro la logica sostanziale del “grande fronte”, burocratizzano i percorsi, sclerotizzano i contenuti e legittimano dinamiche e formazioni politico-istituzionali che sono parte del problema e non della soluzione. Esiste in questo momento un problema di organizzazione? Certo, esiste sempre un problema di organizzazione nei processi di sviluppo dei movimenti. Tuttavia, l’organizzazione è a sua volta un processo capace di interpretare i dati materiali, di implementare le connessione organizzative che già si producono nella sperimentazione concreta e, soprattutto, di misurarsi con lo stadio di avanzamento di una progettualità a cui il processo organizzativo è necessariamente orientato.
Un fondamentale tratto distintivo che emerge dalle mobilitazioni di questi mesi è la forte rivendicazione di autonomia che si esprime nei contenuti e nelle pratiche e che emerge non come dato ideologico, ma come necessità imposta dalle condizioni, come reazione realistica e attuale ai cambiamenti di sistema in atto. Il potere ama le piazze inermi, telegeniche, possibilmente lontane. Le piazze che non mettono in discussione il proprio manganello, le proprie scelte, la propria idea di ordine. Le piazze di questi giorni e di questi mesi sono state l’esatto contrario: un corpo politico vivo, denso, conflittuale, che ha posto al centro la questione del conflitto reale, della sua autonomia e della sua auto-organizzazione. La verità è semplice e fa male: la democrazia, oggi, non teme la violenza. Teme il conflitto politico reale. Teme la possibilità che una soggettività collettiva autonoma e determinata possa mettere in crisi i meccanismi di dominio, lo sfruttamento, il controllo.
Per il potere il vero “scandalo” della manifestazione di Torino è il fatto che sessantamila persone abbiano dimostrato di sapere perché erano lì e contro cosa. Questo è il conflitto politico che atterrisce il potere, sia quello di chi già governa, che quello di chi si candida a farlo, perché è irriducibile, perché non può essere ricondotto a negoziazione, perché è forza e coscienza, è autonomia che si rende costituente al di fuori dei dispositivi ordinamentali. E’ su questo dato che bisogna misurare la progettualità e i correlati processi organizzativi. Il punto non è, ovviamente, fare una radiografia di chi partecipa o non partecipa alle mobilitazioni, perché la forza dei movimenti è proprio nella loro straordinaria capacità di trascinamento, nella capacità di coinvolgimento anche di pezzi, realtà e soggettività che si attivano pur in contraddizione con le proprie grandi o piccole “patrie” di provenienza.
Il punto è la progettualità complessiva che ogni mobilitazione, seppur in forma frammentaria, porta con sé, le aspirazioni che essa esprime, le pratiche che mette in campo, il rigetto della retorica tossica e divisiva che cerca di imporre la distinzione tra “manifestanti buoni” e “manifestanti cattivi”, o che invoca il fantasma degli “infiltrati”, il ruolo centrale e propulsivo svolto da un radicale e diffuso protagonismo giovanile. Sono le nuove generazioni, quelle più brutalmente colpite dalla precarietà esistenziale, dallo smantellamento del futuro, dal ricatto formativo e lavorativo, ad aver incarnato con maggior forza la necessità del conflitto. Questo protagonismo non è espressione di un generico “malessere”, ma di una presa di parola collettiva e di una pratica di lotta che rifiuta il ruolo di vittima passiva.
È la risposta generazionale a un sistema che non offre prospettive se non quella di una sopravvivenza impoverita e controllata. La loro presenza massiccia e determinata segna il passaggio da un disagio individuale a una assunzione collettiva della necessità della rottura. Alla drastica riduzione dei diritti e delle garanzie sociali, alla povertà economica e culturale che ne deriva, al sentimento di solitudine, insicurezza e rabbia che queste politiche generano, il potere politico risponde con una sola, univoca risorsa: la repressione. È la legge ferrea del capitalismo in crisi: più arretrano i diritti sociali, più avanza la polizia. Lo Stato, svuotato di ogni funzione di welfare e di mediazione sociale, si riduce al suo nucleo duro, al suo apparato coercitivo, utilizzato come unico strumento per colmare il vuoto lasciato dai diritti negati e per gestire le tensioni esplosive che ne conseguono.
In questo scenario, dove saltano le mediazioni e le istituzioni “democratiche” tornano alla loro essenza più nuda, ovvero quella del diritto che corrisponde alla forza, il primo passaggio organizzativo che si impone non è tanto sul piano delle strutture, quanto, piuttosto, sul piano proprio della progettualità, della visione e di una narrazione che assume la frattura istituzionale in atto per realizzarne l’interfaccia conflittuale, l’alternativa sociale, costruendo potere dal basso, nelle lotte, nelle comunità, nelle pratiche di autorganizzazione: il che significa chiedersi non a tavolino ma nella concretezza dell’agire, quali siano i percorsi attraverso cui è possibile tradurre la pratica dell’autonomia che già si esprime nelle piazze nel progetto di un’autonomia organizzata, di un’autonomia costituente.
Questo primario passaggio, questo interrogativo fondante che impone di misurarsi con il tema del contro-potere sociale, segna una diversità profonda, non ideologica ma concreta e basata sulla realtà dei processi in atto, rispetto alla semplificazione del luogo centralizzato dell’indistinta alleanza anti-meloniana, già predisposta per essere poi editata nei progetti di ricomposizione istituzionale e di rappresentanza, nazionale o locale, di una “sinistra” che è essa stessa parte dei dispositivi di regime. Un’alleanza dove tutto può essere metabolizzato purché sia salvaguardato il terreno della rappresentanza istituzionale, dove si può persino scoprire che dobbiamo difendere i pubblici ministeri e la Procura della Repubblica, perché sarebbero i garanti super partes dei diritti dei cittadini e non gli esecutori fedeli dei decreti-sicurezza e della repressione di Stato.
Non si tratta di un mosaico all’interno del quale le diverse prospettive si compongono: sono mosaici diversi che realizzano disegni diversi. Il mosaico che nasce dalle lotte, che si sviluppa nella pratica di un’autonomia che cresce e rivendica se stessa, è un mosaico che si compone non sul pavimento ma sulla volta: è per questo che è possibile lavorarci senza calpestarlo e che è possibile osservarlo senza dovere ogni volta chinare la testa.
Centri Sociali Marche
