Cronache di un disastro ambientale. La lotta dei movimenti contro la nocività industriale a Falconara Marittima
Pubblichiamo la versione estesa dell’articolo di Mattia Vignati uscito il 19 gennaio scorso su Le parole e le cose – Con una nota a commento del Laboratorio Sociale Falkatraz
Un testo quello di Mattia Vignati che colma un’assenza, di cui sentivamo l’urgenza. Non è scontato ripercorrere in sintesi tutti o quasi i nodi cruciali di questa vicenda decennale, di questa “anomalia nel panorama marchigiano”. Forse serviva proprio uno sguardo esterno eppur partecipe, che non cade in una comoda neutralità di facciata, ma sa cogliere anche i limiti e le possibilità che possono dischiudersi, oppure no. Queste parole sollecitano e interrogano tutte e tutti, dagli attivisti e i sostenitori del movimento, ai lavoratori, agli attori politici, sindacali e istituzionali, fino a tutto quello che c’è in mezzo e abita questa zona di sacrificio, già impantanata dentro le conseguenze quotidiane del disastro ambientale, a rischio di un prossimo futuro segnato dagli effetti di una “deindustrializzazione nociva”.
Ci fa anche molto piacere che in forma più sintetica rispetto all’interezza del testo e delle interviste sul campo, questo lavoro sia pubblicato nel sito leparoleelecose che in questi anni ha saputo mettersi in evidenza per l’originalità delle riflessioni promosse specie nel campo ambientale, o meglio delle “ecologie della trasformazione”.
Ci piace pensare che queste “cronache di un disastro ambientale” non si fermino ad un momento episodico, un testo chiuso e finito, ma rappresentino invece una leva che, sospinta da molti, possa ampliare e continuare la riflessione anche in momenti assembleari, collettivi e partecipati, come siamo soliti fare, ma che non bastano mai… Laboratorio Sociale Falkatraz #fermiamoildisastroambientale
(Articolo apparso originariamente su Le parole e le cose il 19 gennaio 2026. Si ringraziano ancora l’autore e la redazione per la pubblicazione)
Secondo una tradizione consolidata della sociologia economica italiana, il modello di sviluppo delle regioni del Centronord nella seconda metà dello scorso secolo è esemplificato dal distretto industriale (1). Intesi come sistemi territoriali di piccole e medie imprese fortemente specializzate in settori leggeri dell’industria e strutturalmente votate all’export, i distretti hanno a lungo costituito l’ecosistema produttivo di intere aree del Paese, contribuendo alla diffusione del made in Italy e della sua mitologia. Nelle Marche si sono storicamente affermati vari tipi di distretto industriale, come quello calzaturiero (tra le province di Fermo e Macerata), quello del mobile (nel pesarese) o quello della fede (tra Loreto, Recanati e Osimo): è in questo contesto che lo sviluppo di Falconara Marittima (AN) appare come un’anomalia. Da piccola località balneare dedita alla pesca e al turismo qual era ad inizio secolo, Falconara si è trasformata in un importante crocevia logistico-funzionale e in un grande hub dell’industria pesante nell’arco di pochi decenni. In un’area di circa 25km (2), infatti, Falconara ospita uno degli snodi più importanti della ferrovia adriatica, l’unico aeroporto internazionale della regione e grandi impianti industriali a ciclo continuato legati al petrolchimico, come lo stabilimento Montedison (chiuso e in stato di abbandono dal 1990) e la raffineria Api. Attorno a questo tipo di industria, e in particolar modo alla raffineria, si sono poi sviluppate due filiere produttive, quella del
fossile e quella del rifiuto, che hanno consentito alla città di crescere e di attirare forza-lavoro dalle aree interne e dal Meridione, fino a diventare il centro a più alta densità demografica della Provincia. Parallelamente, le esternalità negative di tali attività produttive – e la compresenza sul territorio della foce del fiume Esino, un elemento di per sé inquinante – hanno reso Falconara una delle aree più contaminate d’Italia. Nel 2002, sotto la pressione dei movimenti ambientalisti e dei comitati cittadini, 1200 ettari di area marino-costiera e 108 ettari di suolo sono stati perimetrati come SIN (2) dal Ministero dell’Ambiente, a seguito del riscontro di pesanti contaminazioni da idrocarburi (come IPA, BTEX e MTBE), metalli pesanti (tra cui nichel, piombo e cromo), solventi clorurati (come tetracloroetilene e tricloroetilene) e residui di
lavorazione industriale quali ceneri di pirite e composti fosfatici derivanti dalla produzione chimica. Letto attraverso le lenti dell’ecologia politica, questo sviluppo rivela quindi la logica selettiva delle economie industriali capitaliste: concentrare le attività più nocive in territori ritenuti sacrificabili, noti in letteratura come zone di sacrificio. La storica dell’ambiente Stefania Barca definisce questo processo ‹‹colonialismo ambientale (3)››, dal momento che scarica costi e nocività su territori (e su corpi) giudicati socialmente ed economicamente marginali.
Uno degli attori centrali di questa dinamica di colonizzazione è stata, senza dubbio, la raffineria Api. Nata nel 1933 come deposito di carburanti e attiva nella raffinazione del petrolio dal 1950, lo stabilimento Api si estende a ridosso dei centri abitati per oltre 700.000mq e conta circa 300 dipendenti diretti. Oggi la raffineria produce bitumi e carburante marino per le compagnie navali, con una capacità di raffinazione del greggio di oltre 3.9mln di tonnellate all’anno e una capacità di stoccaggio che supera i 1.500.000mc. La presenza quasi secolare dell’impianto, il suo impatto visivo e la lunga storia di occupazione dei e delle falconaresi al suo interno fanno sì che la compenetrazione tra industria e territorio sia molto radicata. Al punto che, come mi fa notare Fabrizio Recanatesi del centro sociale Falkatraz, ‹‹l’identità cittadina è strutturalmente
legata all’ascesa e al declino della raffineria, l’identità di Falconara è quella del cavallino dell’API (4)››.
Partendo dalla raffineria di provincia cresciuta nel boom del patto fordista tra capitale e lavoro, l’Anonima Petroli Italiana è diventata il principale player privato a livello nazionale nel settore energetico con ‹‹un mix››, sottolinea Recanatesi, ‹‹di capitalismo familistico all’italiana e di capacità da multinazionale del petrolio››. Dopo l’acquisizione di IP nel 2005, nell’ultimo decennio la holding ha rilevato la raffineria di Treccate, vari depositi di bitumi e carburanti nel Paese e, soprattutto, la rete di distribuzione carburanti Total/Erg e Esso,
arrivando a controllare un indotto di oltre 4000 distributori e ad impiegare più di 1400 dipendenti, con un fatturato di 9,6 miliardi di euro nel 2023.
La crescita del marchio Api/IP non si è però tradotta in un significativo aumento del benessere per i e le falconaresi, e questo per almeno due motivi: il primo riguarda le ristrutturazioni tecnologico-organizzative implementate nella raffineria negli ultimi decenni, che hanno comportato una riduzione della presenza di manodopera autoctona all’interno dello stabilimento; il secondo ha invece a che fare con la crescente evidenza degli impatti ambientali sul territorio causati dall’attività di raffinazione. Nonostante il gruppo Api/IP faccia suo, almeno nominalmente, il mantra del decoupling tra attività climalteranti e crescita economica
proprio della green economy – dichiarando di guardare alla sostenibilità come ad uno ‹‹strumento di competitività (5)›› – il polo petrolchimico genera da decenni inquinamento polisettoriale, contaminando acqua, aria e suolo del SIN di Falconara. La consapevolezza di questo danno ambientale si è progressivamente diffusa tra la popolazione in parallelo ai vari incidenti occorsi all’interno della raffineria negli ultimi quarant’anni, quattro dei quali mortali (6).
Nel 2018, in particolare, le esalazioni seguite all’incidente ad uno dei più grandi serbatoi d’Europa (il TK-61), e alla conseguente fuoriuscita di 15.000 metri cubi di greggio, hanno reso fenomenologicamente incontrovertibile il danno ambientale della raffineria. Danno che era stato già riconosciuto per decreto ministeriale nel 2014, quando i vertici del gruppo avevano concordato con il Ministero per l’Ambiente le MISO (misure di Messa In Sicurezza Operativa) da implementare per bonificare l’area SIN riguardante la raffineria. Si potrebbe, insomma, affermare che a Falconara Marittima la mercificazione del rifiuto e dei prodotti della raffinazione di petrolio si siano dati tramite costante spoliazione del territorio secondo una
logica predatoria nota anche come ‹‹accumulazione per contaminazione (7)››.
Dentro e contro tale processo di spossessamento del territorio, sono però sorti dei movimenti eco-sociali il cui protagonismo è stato per certi versi un unicum a livello regionale. Le prime opposizioni alla nocività industriale nel falconarese si sono levate negli anni Novanta, dai comitati dei quartieri adiacenti alla raffineria (Fiumesino e, soprattutto, l’ex quartiere operaio di Villanova). Animati dai figli e dalle figlie degli operai, come Loris Calcina, e caratterizzati da una composizione sociale eterogenea, i comitati sono stati fra i primi ad impegnarsi in un’attività di informazione alla popolazione rispetto ai rischi dell’esposizione alle sostanze idrocarburiche. La lotta contro la nocività si è poi estesa ad altre realtà cittadine, come il centro
sociale Kontatto (oggi Falkatraz) e l’associazione ambientalista Ondaverde (nata come evoluzione del comitato di quartiere Villanova), riuscendo negli ultimi anni anche a superare la dimensione locale tramite la convergenza con i movimenti per la giustizia climatica nazionali (Fridays For Future e Campagna per il Clima Fuori dal Fossile) e l’alleanza con altre vertenze attive nel Paese (tra cui Taranto, NO Tap, Civitavecchia, Ravenna…). Negli oltre trent’anni di impegno, questi movimenti sociali hanno adottato un repertorio d’azione vasto e in grado di diversificare fra manifestazioni, sit-in, cortei, assemblee, report di divulgazione scientifica,
iniziative culturali, esposti collettivi in Procura e azioni legali dal basso. Tra i risultati ascrivibili alle lotte, sia come conseguenza diretta delle loro rivendicazioni che come effetto indiretto delle loro azioni di opposizione e pressione, ci sono: il riconoscimento dell’area SIN (una delle prime richieste avanzate dai comitati di quartiere maggiormente esposti), il blocco di iniziative di ampliamento della produzione estrattiva (come la realizzazione di due centrali turbogas nel 2004 e del rigassificatore nel 2011), il miglioramento delle tecnologie di monitoraggio delle esalazioni, l’attivazione del registro tumori regionale e, soprattutto, la
produzione e divulgazione di indagini epidemiologiche.
Proprio sulla riappropriazione dal basso dei saperi si è giocata – e si gioca tuttora – gran parte della lotta dei movimenti eco-sociali falconaresi. L’associazione Ondaverde, come mi racconta l’attuale presidente Roberto Cenci, è nata nel 2009 con lo scopo esplicito di ‹‹ottenere e divulgare dati epidemiologici statisticamente credibili sullo stato reale della condizione di salute della cittadinanza››. Nello specifico, Ondaverde richiedeva non tanto delle indagini descrittive – relazioni di dati, come le schede Istat o i ricoveri ospedalieri, utili a fotografare lo stato della salute della popolazione senza però ipotizzarne le cause – quanto degli studi
analitici, come quelli prodotti dall’Istituto nazionale tumori di Milano (INT) nel 2011 e come i report realizzati dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso lo studio SENTIERI. In particolare, l’indagine dell’INT, condotta su richiesta della Procura della Repubblica e a seguito di una raccolta firme cui aderirono oltre 3000 cittadini, correlò per la prima volta un eccesso di mortalità statisticamente significativo per due patologie riconducibili
all’esposizione prolungata al benzene (le leucemie e i linfomi non Hodgkin) al fatto di risiedere entro un raggio di 4km dalla raffineria – certificando quindi l’impatto della nocività sulla salute della cittadinanza. L’importanza di questi studi nella lotta emerge se li si legge nel contesto conflittuale fra i due diversi approcci al sapere e alla scienza che caratterizzano gli attori in campo: per i movimenti, l’accesso al sapere viene visto come uno strumento di politicizzazione (8) della lotta contro la nocività industriale, alla stregua di un dispositivo utile ad aprire lo spazio pubblico della discussione coinvolgendo attivamente la cittadinanza tanto a monte (tramite le raccolte firme o gli esposti collettivi) quanto a valle (tramite la divulgazione degli studi di cui si sono sempre fatti carico gli stessi movimenti); per le istituzioni e gli enti di controllo, al contrario, il sapere e la scienza vengono utilizzati in ottica depoliticizzante. Le istituzioni tradizionali del sapere, come le scuole e l’Università Politecnica delle Marche, non sono infatti particolarmente interessate alla dimensione critica della conoscenza, e hanno storicamente formato figure professionali per industrie come la raffineria (9). Per gli stessi attivisti, i contatti con gli istituti del sapere sono stati rari e perlopiù circostanziati ad alcuni singoli che hanno messo a disposizione le loro competenze. Attorno alla politica locale e regionale alberga invece da tempo, secondo gli attivisti, un clima di revisionismo epidemiologico volto ad ignorare –
quando non a screditare – la mole di studi prodotti negli anni. Ancor più critica, se possibile, la valutazione degli enti di controllo (come ArpaM, Inail, Asur) e del Ministero per l’Ambiente: oltre a denunciare l’inefficienza e la non uniformità delle 3 centraline di monitoraggio delle esalazioni presenti nel SIN, i movimenti imputano alle autorità la gestione opaca dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) – rilasciata alla raffineria ad un mese dall’incidente del 2018 e riesaminata 5 volte in sei anni a causa della sua reiterata violazione.
Gli stessi rapporti tra raffineria e vertici dell’ArpaM sono attualmente oggetto di processo giudiziario, e ambiguo risulta lo stesso progetto di monitoraggio via app (odor.net) promosso dall’Api nel 2019 (10): secondo Recanatesi, oltre a muovere dall’assunto opinabile di demandare alla cittadinanza l’onere del monitoraggio, l’operazione somigliava sinistramente ad una forma di istituzionalizzazione del movimento spontaneista delle segnalazioni di massa (‹‹controllava più noi che loro››).
Il Comitato Mal’aria, nato nel 2013 da alcuni volontari di Ondaverde e divenuto negli anni il principale punto di raccordo tra le realtà sociali e ambientaliste del territorio, decide di adottare un repertorio d’azione volto proprio ad inchiodare alle loro responsabilità gli enti di controllo.
Con il primo esposto collettivo nel 2015 che denunciava le esalazioni riscontrate dai cittadini da settembre 2013, si inaugura quella che Cenci e Recanatesi chiamano ‹‹la stagione dei processi››, ovvero la fase della lotta in cui i movimenti, avvalendosi della consulenza legale dell’Avv. Monia Mancini, hanno tentato di portare il conflitto fra i due approcci al sapere anche all’interno di una sfera terza, quella teoricamente neutrale del sapere giuridico. La speranza, per i movimenti, è che la magistratura possa conferire uno statuto di verità incontrovertibile ai loro dati e, conseguentemente, costringere i responsabili a rispondere delle proprie azioni. In questo quadro, se l’esito del primo processo non è stato risolutivo, ben più promettente è parsa la maxi-inchiesta seguita al grave incidente del 2018. Le 1052 denunce di esalazioni tossiche causate dalla fuoriuscita del greggio hanno infatti avviato l’inchiesta “Oro Nero”, che si è poi
tradotta nel processo iniziato nel 2025 a carico di diciassette persone, fra cui i vertici della raffineria e l’ex direttore generale dell’ArpaM. Oltre a vari reati contro la pubblica amministrazione, il processo muove l’accusa di disastro ambientale che, per la prima volta, non si limita a contestare un incidente circostanziato bensì fa riferimento all’accumulazione di nocività sanitarie e ambientali riconducibili all’attività produttiva dello stabilimento. Secondo la Procura di Ancona, ad essere stata violata ripetutamente non è soltanto l’AIA ma anche il Decreto ministeriale del 2014 per le MISO e la bonifica dell’area SIN di competenza della raffineria.
Dalle carte delle indagini si legge che le condotte reiterate, ‹‹motivate dalla volontà di non compromettere l’attività produttiva, risparmiando gli ingenti costi per l’ispezione, la manutenzione e l’adeguamento›› delle strutture, hanno generato la ‹‹diffusione incontrollata nell’ecosistema di inquinanti pericolosi per l’ambiente e per l’uomo, in sintesi un quadro di disastro ambientale››. Nonostante la pesante accusa, l’esito del processo è attualmente incerto – e la scelta da parte del Ministero dell’Ambiente e della Regione Marche di non costituirsi come parti civili (a differenza del Comune di Falconara Marittima) potrebbe non giocare a
favore della cittadinanza.
Quel che è certo, è che in questa lotta va riscontrata l’assenza di un attore sociale importante: i lavoratori della raffineria e le loro rappresentanze sindacali. Secondo Cenci e Recanatesi, uno dei motivi di quest’assenza è da rinvenire nella mutata composizione sociale di chi lavora nella fabbrica: se, negli anni Settanta e Ottanta, la stragrande maggioranza di chi lavorava come interno alla raffineria – o come esterno nell’indotto che le orbitava attorno (come facevano i padri di entrambi) – era falconarese, oggi almeno la metà dei circa 300 lavoratori interni non è autoctona o ha smesso di vivere in città. Per gli attivisti, insomma, lo storico legame che connetteva fabbrica e territorio si è sfibrato a seguito delle ristrutturazioni tecnologiche e organizzative implementate dalla raffineria nell’ultimo trentennio. Tali trasformazioni hanno
comportato, da una parte, la progressiva automatizzazione del processo produttivo che ha ridotto la proporzione di forza-lavoro impiegata nello stabilimento; dall’altra, una ristrutturazione delle competenze dei lavoratori che si è tradotta nella qualificazione interna della manodopera più specializzata, stabilizzata con contratti ricchi e a lungo termine (come il CCNL dei chimici), e nell’esternalizzazione della manodopera meno specializzata, appaltata ad altre imprese non locali. Ora, come sottolineato da Feltrin e Leonardi (2023), l’effetto complessivo di queste trasformazioni è spesso quello di ‹‹una relativa “deterritorializzazione”
della forza lavoro della grande industria, che tende a essere meno radicata nelle comunità adiacenti alle fabbriche (11)››, le quali, al contrario, si ritrovano esposte a livelli significativi di nocività industriale senza più nemmeno i benefici in termini di impiego nelle fabbriche inquinanti. Ecco allora che le tensioni interne alla classe lavoratrice – tra chi lavora in tali fabbriche ma vive lontano da esse e chi vive vicino ma lavora in altri settori – tendono ad aumentare insieme alla ‹‹biforcazione tra luoghi di lavoro e territori›› (Feltrin; Leonardi, 2023).
Questo fenomeno parrebbe essersi verificato anche a Falconara, dove il rapporto tra movimenti e lavoratori non è mai stato strutturato e si è storicamente limitato a delle confidenze rilasciate agli attivisti, talvolta anche in forma anonima, da parte di singoli lavoratori preoccupati dalle politiche ambientali e di sicurezza della raffineria. Non solo, secondo gli attivisti negli anni è stata avallata contro di loro, in primis da alcune sigle sindacali interne alla raffineria, una narrazione demonizzante atta ad etichettarli come le principali minacce all’occupazione dei lavoratori. Questa peculiare inversione di ruoli nel ricatto occupazionale, in cui a denunciare la presunta incompatibilità tra salute e posto di lavoro non è il datore di lavoro ma i lavoratori
organizzati, è comprensibile sia considerando la totale assenza di piani per la giusta transizione dell’area, sia considerando la storica inadempienza delle sigle sindacali nell’informare pubblicamente sui rischi ambientali e sanitari della raffineria: un’inadempienza che ha finito col lasciare ai movimenti tutto l’onere di essere le “cassandre” delle sventure socio-ecologiche del territorio. Di conseguenza, non solo non è possibile parlare di ecologia operaia (Barca, 2019) nel caso di Falconara Marittima, ma va segnalata una situazione di conflitto latente tra movimenti e (alcune) sigle sindacali che non è venuta meno neppure quando Api/IP si è
accanita personalmente contro Roberto Cenci, denunciandolo due volte (nel 2019 e nel 2022 (12) ) per diffamazione.
Gli eventi della stretta attualità potrebbero però cambiare significativamente il quadro fin qui descritto. Lo scorso 15 settembre, l’agenzia di stampa internazionale Reuters ha diffuso la notizia dell’imminente cessione del gruppo Api/IP alla multinazionale azera degli idrocarburi SOCAR (13) per una cifra attorno ai 2,5 miliardi di euro. Una trattativa, quella tra Api/IP e la compagnia di proprietà dello Stato azero, largamente sottaciuta dagli enti e dai media locali nonostante le ricadute potenzialmente enormi sul territorio in termini di bonifiche e occupazione. Interrogati sul tema, gli attivisti ipotizzano che la stessa operazione di crescita e
posizionamento nel mercato interno operata da Api/IP nell’ultimo decennio – i cui piani industriali relativi alla raffineria di Falconara non sono mai stati resi accessibili – potrebbe essere stata il preludio alla cessione. Una delle ipotesi più probabili, in ogni caso, è che la holding italiana abbia considerato troppo rischioso restare nel settore dell’oil&gas senza disporre dell’accesso diretto alle materie prime in un contesto di crisi geopolitiche e di transizione energetica. Al contrario, per SOCAR, l’acquisizione di Api/IP – definita dopo il
fallimento della trattativa per l’ex Ilva di Taranto – rientra nella strategia di penetrazione del mercato europeo e del Mediterraneo. In questo senso, più che ad una raffineria che necessita di pesanti investimenti per essere ammodernata, la multinazionale azera del gas è interessata alla capillarità della rete di distribuzione IP nel mercato italiano, e può godere di un relativo placet dal Governo centrale, che non ha mai nascosto la propria speranza di rendere l’Italia un hub del gas in Europa (14).
In ogni caso, la cessione di un’infrastruttura strategica per l’approvvigionamento energetico del Paese ad un soggetto statale estero in un momento storico in cui gli spazi di mediazione internazionali vanno riducendosi, comporta per la questione falconarese un passaggio alla scala nazionale. Tale mutamento di scala è però un processo insidioso, che potrebbe anche non giocare a favore della lotta. Da una parte, gli attivisti sperano di riuscire a dirottare l’attenzione politico-mediatica dalle questioni inerenti alla compravendita a quelle riguardanti lo stato del SIN di Falconara Marittima: in questo senso è da leggersi la richiesta, mossa al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica tramite question time15, di considerare l’attivazione del Golden Power a garanzia delle bonifiche e della continuità occupazionale di chi lavora nella raffineria. Dall’altra, i movimenti temono che il passaggio alla scala nazionale sia il preludio
non ad una rinnovata attenzione per il sito di Falconara, bensì ad una sua ulteriore marginalizzazione. Lo scenario che più spaventa, in questo senso, è quello della ‹‹deindustrializzazione nociva (16)››: il processo che si verifica quando il capitale, esaurita la possibilità di estrarre valore da un territorio, si ritira lasciando dietro di sé le scorie eco-sociali della devastazione ambientale e della disoccupazione.
Le richieste che i movimenti avanzano per scongiurare che la raffineria ‹‹faccia la fine della cattedrale nel deserto che gli sta di fianco17›› sono due:
i) la costituzione di un fondo di garanzia per le bonifiche tra acquirente e venditore come risarcimento per il territorio e come volano per un’occupazione alternativa e “pulita”;
ii) la nomina di un Commissario Straordinario per le bonifiche, che possa rompere anche l’impasse in cui versano i lavori di bonifica della parte pubblica del SIN (ancora fermi alle caratterizzazioni).
In conclusione, potrebbe non essere azzardato affermare che il futuro socio-ambientale di Falconara si gioca oggi su un crinale incerto. Da una parte, la principale attività produttiva cittadina è delegittimata da un processo per disastro ambientale contro la sua proprietà; dall’altra, il futuro acquirente non offre garanzie né sulla continuità produttiva-occupazionale né sulle bonifiche del sito. Il tutto mentre le istituzioni latitano, le operazioni di bonifica procedono a singhiozzo e la popolazione continua a vivere e morire in uno dei siti più contaminati del Paese. Tuttavia, se è vero che le opportunità di ricomposizione della frattura tra territori e luoghi di lavoro tendono ad emergere in situazioni di crisi, ‹‹dove e quando le strutture che separano diversi segmenti della classe vengono scosse›› (Feltrin, Leonardi, 2023), allora si può ragionevolmente sperare che il tempo per la convergenza fra lavoratori e movimenti eco-sociali sia finalmente maturo.
Mattia Vignati
Note:
1. Becattini, G. (1991). Il distretto industriale marshalliano come concetto socio-economico. In Studi e
Informazioni Quaderni (34). 51-65
2. Sito di Interesse Nazionale
3. Barca, S. (2019). Ecologia operaia. In ecologiepolitiche.com
4. Il logo di API è costituito da un cavallino
5. Fonte: https://ip.gruppoapi.com/il-gruppo/chi-siamo/i-valori-e-la-mission-di-ip-gruppo-api/
6. Delle esplosioni hanno causato vittime nel 1981 (una), nel 1999 (due) e nel 2004 (una), il getto di vapore
ustionante ha ucciso un lavoratore esterno nel 2013.
7. D’Alisa, G.; Demaria, F. (2013). Dispossession and contamination strategies for capital accumulation in the
waste market. In Lo Squaderno, 29. 37-39
8. Pellizzoni, L. (2011). The politics of facts: local environmental conflicts and expertise. In Environmental
Politics, 20(6). 765-775
9. Con la quale esistono rapporti consolidati e dimostrati dal recente open-day dello stabilimento a scuole e
Università (https://www.anconatoday.it/attualita/raffineria-api-open-day-academy-manifestazione.html)
10. L’applicazione prevedeva l’attivazione di campionatori della qualità dell’aria tramite segnalazione da parte
degli utenti.
11. Feltrin, L.; Leonardi, E. (2023). Organizzazione e convergenza: la composizione di classe tra sviluppo della
tecnologia e crisi ecologica. In globalproject.info.
12. In entrambi i casi a seguito di interviste concesse da Cenci a media nazionali (RaiNews nel 2019 e Striscia la Notizia nel 2022). In nessuno dei due processi, durati anni e costati parecchio in termini sia economici che
psicologici, Cenci è stato giudicato colpevole.
13. Fonte: https://www.reuters.com/business/energy/azerbaijans-socar-signs-deal-buy-refiner-italiana-petroli2025-09-23/
14. Fonte: https://www.mase.gov.it/portale/-/energia-pichetto-possiamo-essere-hub-del-gas-in-ue
15. A prendersi carico dell’interrogazione è in realtà stato il Ministro per i rapporti con il Parlamento, fonte:
https://www.rainews.it/tgr/marche/articoli/2025/11/raffineria-api-ciriani-golden-power-possibile-sono-in-casodi-bonifica-8f4a417c-e00d-45b4-acb7-8b8c7bfda541.html
16. Feltrin, L. et. Al. (2022) Noxious deindustrialization: Experiences of precarity and pollution in Scotland’s
petrochemical capital. Environment and Planning C: Politics and Space, 40(4), 950-969
17. Qui Recanatesi fa riferimento al complesso Montedison, dismesso e abbandonato dopo la cessazione
dell’attività nel 1990
