Internazionale

Iran – Dopo le proteste, la guerra ibrida sul campo. Fra minacce militari e negoziato

L’intervista a Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Sociologia dell’Islam presso l’Università di Copenhagen
  • Venerdì 6 febbraio 2026Riceviamo e pubblichiamo questo videoappello contro la guerra appena pubblicato da Minoo Mirshahvalad

“In questo momento di altissima tensione politica nella regione mediorientale — che da ieri sera mi spinge a seguire ansiosamente le notizie in tutte le lingue che conosco — ho deciso di realizzare questo breve video, ispirandomi all’idea di una cara amica e collega, Shirin Zakeri, di scrivere un comunicato per spiegare perché noi, questa minoranza senza voce, stiamo dicendo no alla guerra. Ho articolato le nostre motivazioni in cinque punti chiave, che mostrano come la guerra peggiorerà ulteriormente la situazione del popolo iraniano e come aggraverà la crisi umanitaria nel Mediterraneo.”


Sono state avviate nella giornata di oggi a Muscat, in Oman, le negoziazioni fra Iran e Stati Uniti, trattative indirette condotte dal ministro degli esteri della Repubblica Islamica Abbas Araghchi e dall’inviato speciale statunitense Witkoff con il consigliere Kushner.

Al centro degli incontri diplomatici il tema del programma nucleare: se da parte iraniana è stata sempre negata la ricerca per scopi militaricome ribadito dalla fatwa dell’Ayatollah Khamenei risalente al 2003 – le ambizioni Usa non si limiterebbero ai vincoli sulla capacità di arricchimento dell’uranio ma, sotto la pressione israeliana, punterebbero a ridurre l’arsenale militare balistico e a mettere in discussione il sostegno iraniano alle forze che compongono l’asse della resistenza.

I negoziati giungono dopo che l’Unione Europea ha designato le IRGC come organizzazione terroristica e dopo le provocazioni e gli scomposti avvertimenti da parte degli Stati Uniti sul rischio di un intervento militare. Un eventuale conflitto regionale avrebbe conseguenze devastanti per tutta l’Asia Occidentale, da cui nasce anche lo sforzo nella diplomazia da parte dei paesi arabi e del Golfo in particolare.

In relazione alle recenti proteste, c’è stato un cambiamento nelle rivendicazioni; se la classe medio borghese si è sempre battuta per i diritti civili, a motivo del processo di depauperamento innescato dalle sanzioni le problematiche economiche sono diventate preponderanti. E’ significativo come tutto sia partito dalla serrata dei bazar di Teheran.

Dal 29 dicembre le dimostrazioni si sono poi allargate anche ad altre città, hanno coinvolto le classi popolari ma senza estendersi ai territori popolati dalle minoranze etniche che rifiutano la direzione monarchica presa dalle proteste da un determinato frangente in poi.

Dall’8 gennaio, dopo l’appello del sedicente erede al trono a scendere in strada, il blocco di ogni accesso a internet produce un blackout informativo e lascia campo libero alla propaganda massmediatica occidentale. Se il bilancio delle vittime ad inizio gennaio si attestava su 29 persone, nei giorni seguenti si rincorrono cifre sempre più al rialzo, con “agenzie criminali” come Iran International, finanziata dall’Arabia Saudita, che arrivano a parlare di 40mila morti – secondo le organizzazioni umanitarie una stima credibile si attesterebbe fra quattro e seimila.

– Ascolta la prima parte dell’intervista a Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Sociologia dell’Islam presso l’Università di Copenhagen (realizzata il 03.02.26 ndr)

Nel 2019 ci furono proteste analoghe di natura economica, ma non ci fu un numero così alto di vittime. La ragione di questa differenza è riscontrabile osservando la presenza rilevante di gruppi armati nella seconda parte dell’ondata di proteste, agenti al servizio e per conto dell’Occidente, così come ufficialmente confermato sia dal Mossad che da alti funzionari statunitensi.

All’interno del fronte di opposizione al regime c’è una forte divisione interna prodotta dalla figura del figlio dello Scià, Pahlavi. Seppur sulla scorta delle ingerenze occidentali l’opzione filomonarchica sia diventata prevalente – soprattutto in diaspora – persiste una componente che rifiuta radicalmente qualsiasi ritorno al passato come possibilità, e per questa ragione è oggetto di vessazioni e intimidazioni di stampo sionista e fascista. Pahlavi non viene riconosciuto come un leader carismatico, non è considerato capace di rappresentare la popolazione iraniana che non può perdonargli il rapporto con lo stato sionista e le posizioni antipatriottiche durante la guerra dei 12 giorni nel giugno 2025, durante la quale l’Iran ha dimostrato una formidabile efficacia di reazione militare.

– Ascolta la seconda parte dell’intervista a Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Sociologia dell’Islam presso l’Università di Copenhagen (realizzata il 03.02.26 ndr)

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