Stop riarmo

Armi su navi passeggeri: porto di Ancona e la violazione della legge 185/90

Fermato nello scalo dorico un trasporto di detonatori e munizioni. L’intervento di Linda Maggiori, giornalista freelance e attivista, autrice del dossier “La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani” alla presentazione ospitata dall’Ambasciata dei Diritti lo scorso 21 febbraio ad Ancona

Un carico esplosivo pronto a solcare l’Adriatico a bordo di un traghetto, secondo informazioni diffuse martedì 3 marzo, è stato sequestrato recentemente al porto di Ancona. Oltre 10 milioni di detonatori e 314mila munizioni sono stati requisiti mentre stavano per essere imbarcati su una nave passeggeri diretta prima in Grecia e poi verso Cipro, snodo logistico strategico tra Europa e Asia Occidentale.

Il tir è entrato nello scalo dal Varco Da Chio, che fu scenario il 22 settembre e il 3 ottobre 2025 dei blocchi del porto in solidarietà con il popolo palestinese e contro il genocidio per mano di Israele.
Varco attraversato anche il 6 febbraio scorso dal corteo per lo sciopero dei portuali contro guerra e riarmo.
Il trasporto, partito da Bologna, era stato classificato come “merce varia” in violazione delle norme sulla sicurezza della navigazione e sul trasporto di materiali esplodenti.

La normativa italiana prevede che carichi di questo tipo non possano viaggiare su navi passeggeri e che seguano percorsi dedicati, con autorizzazioni prefettizie e segnalazioni di pericolo ben visibili.
Oltre al rischio fisico, emerge un dato politico e giuridico di enorme rilievo: la violazione della legge 9 luglio 1990, n. 185. La legge 185/90 disciplina esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento.
Nasce da un principio chiaro: l’Italia non deve alimentare guerre e violazioni dei diritti umani.
La legge 185/90:
• vieta la vendita di armi a Paesi in stato di conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani;
• impone autorizzazioni governative preventive;
• richiede trasparenza bancaria sulle transazioni;
• subordina l’export a criteri di politica estera coerenti con la Costituzione, che “ripudia la guerra”.

Nel caso di Ancona, il materiale era destinato a Cipro, crocevia logistico verso la regione mediorientale.

Il nodo politico resta centrale: se non ci fossero state le iniziative moltitudinarie al valico Da Chio dello scorso autunno, se lo scalo non fosse stato attenzionato dagli attivisti, se i portuali non avessero deciso di autorganizzarsi, se non fosse attivo il sistema di segnalazione tra cittadini e lavoratori sul transito militare, quel carico sarebbe passato? E ancora, quante volte le armi sono transitate per il porto di Ancona senza essere state fermate?

E’ qui che entra in gioco il lavoro di monitoraggio e denuncia portato avanti da Ambasciata dei Diritti, che ha attivato un servizio permanente di osservazione sui flussi di armamenti e sulle possibili violazioni della legge 185/90. L’obiettivo è chiaro: smascherare i traffici di armi che si nascondono sotto falsa documentazione, dietro etichette burocratiche come “merce varia”.

Come ben rappresentato da Linda Maggiori, i carichi di armi spesso non sono tracciati e altre volte sono camuffati in altre tipologie di merci che vengono successivamente trasformate e montate, come nel caso dei concimi chimici.

– Pubblichiamo di seguito la registrazione audio dell’intervento di Linda Maggiori, giornalista freelance e attivista, autrice de “La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani” alla presentazione del dossier lo scorso 21 febbraio.

Per rendere più fruibile l’ascolto consigliamo di seguire le slide dove sono riportati anche gli interventi rivolti all’Autorità portuale di Ancona, alla Capitaneria di porto e all’Agenzia delle dogane nei mesi scorsi per ottenere informazioni ed effettuare accessi agli atti in merito al passaggio di mezzi militari nello scalo dorico.

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