Ravenna – Il diritto alla salute nello stato di polizia
Un commento sull’operazione di magistratura e polizia nella città emiliana, con Alfredo Rossini, medico del SSN a Urbino
All’alba del 12 febbraio le forze dell’ordine, su mandato della magistratura, hanno fatto irruzione nel reparto di Malattie infettive dell’Ospedale di Ravenna.
L’accusa per sei operatori di salute è quella di aver falsificato certificati di inidoneità per il trasferimento nei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio) di alcuni migranti.
La gravità di questa operazione, oltre l’immotivata e inutile sproporzione e modalità in cui è avvenuta, risiede nel tentativo di impedire che dottori e dottoresse facciano, in autonomia e libertà, il loro lavoro: curare le persone al di la e prima di tutto.
L’intento, marcatamente poliziesco, è quello di intimidire e perseguitare, attraverso valutazioni che non spettano né alla polizia né alla magistratura, chi pratica il diritto alla salute.
Inoltre l’attacco giudiziario e mediatico, in realtà, nasconde finalità squisitamente politiche.
Quello che viene contestato dalla propaganda governativa, infatti, è di sabotare il meccanismo della detenzione amministrativa all’interno dei CPR.
Questi centri, come dimostrato da diverse inchieste, dalle testimonianze dei e delle detenuti, hanno una natura intrinsecamente patogena, sotto il profilo della salute fisica e soprattutto psichica.
Al clima di paura, in questi giorni hanno risposto diverse sigle del mondo della salute, a sostegno e difesa delle persone denunciate.
Ieri, lunedì 16 febbraio, un presidio molto partecipato fuori dall’Ospedale di Ravenna, per ribadire solidarietà e complicità.
– Abbiamo intervistato Alfredo Rossini, medico del Servizio Sanitario Nazionale presso l’Ospedale di Urbino.
