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Dentro la falsa pace. Gaza ancora sotto assedio, piani di annessione in West Bank

Gli aggiornamenti dopo la riapertura del varco di Rafah nella corrispondenza dalla Giordania con Meri Calvelli

E’ stato riaperto il 1 febbraio il valico di Rafah, come sarebbe previsto dalla seconda fase del cosiddetto “cessate il fuoco” , avviata solo dopo il ritrovamento e il rimpatrio del cadavere di un ultimo ostaggio.
Piano che dovrebbe essere monitorato dal Board of Peace, “organismo internazionale” ideato da Trump che si riunirà a Washington per la prima volta nella giornata di oggi.

“E’ evidente come questa iniziativa unilaterale, dove i palestinesi non hanno voce in capitolo, non rappresenti un processo di pace reale”, un processo che dovrebbe essere monitorato dal Centro di Coordinamento Civile Militare istituito a Kiryat Gat sotto il comando statunitense e la supervisione israeliana.

Dall’inizio della tregua, dall’11 ottobre scorso, sono state registrate 1.600 violazioni da parte delle autorità nella Striscia, 603 sono le vittime, bersaglio dell’esercito sionista occupante, 1.618 i feriti, “non una vera tregua ma, di fatto, una prosecuzione del genocidio”.
Violazioni che non si fermano agli eccidi ma riguardano le demolizioni di edifici ed intere aree urbane e la progressiva espansione della linea gialla che demarca la zona occupata dall’Idf, “shoot to kill zone”.

Dopo due anni di chiusura, attraverso il valico di Rafah sono riusciti a raggiungere l’Egitto solo 260 pazienti sui 18.500 che hanno disperato bisogno di evacuazione medica; sarebbero dovuti essere almeno 850, 50 al giorno in entrambe le direzioni, stando alla stesse limitazioni imposte dalle autorità coloniali israeliane.

“Un viaggio di orrore, umiliazione ed oppressione” quello descritto dalle poche decine di persone, in gran parte donne e bambini che hanno potuto fare ritorno nella Striscia.
Sottoposte alle procedure di sicurezza imposte dall’esercito occupante: private di cibo e bevande e dei propri averi, un solo bagaglio concesso, separate dai minori per i controlli individuali, ore di interrogatori intensi, subendo minacce, vessazioni e abusi, bendate e ammanettate.

Dure restrizioni e stringenti prescrizioni ostacolano l’ingresso di aiuti umanitari, sui 600 tir ammessi al giorno, a fronte del migliaio che sarebbe necessario, si stima che solo meno della metà abbiano realmente varcato il confine, “gli aiuti arrivano a singhiozzo, e molto del fabbisogno finisce sul mercato nero”.

Gli accessi avvengono sotto stretta ispezione e vigilanza militare, imponendo alte commissioni ai vettori commerciali provocando un notevole aumento dei prezzi, vigono ancora divieti su alimenti ad alto valore nutrizionale. Ancor più vincolati o pressoché negati i rifornimenti relativi a case mobili, attrezzature sanitarie, macchinari pesanti per la rimozione delle macerie. Vietate anche le decorazioni per l’inizio del Ramadan.

Il gabinetto di sicurezza dello stato illegittimo di Israele, in aperta violazione delle risoluzioni Onu, ha adottato nuove misure unilaterali di controllo sulla Cisgiordania occupata, abrogando il divieto sulla vendita diretta di terreni e declassificando i registri catastali.
Diventa così legale l’acquisto “per inutilizzo” di terre su suolo palestinese, “nella realtà possono essere vendute ma l’ammontare, come accaduto in passato, non viene corrisposto.”

Si legittimano così espropriazioni per nuovi insediamenti per legge, mentre sul campo l’annessione procede cadenzata dagli attacchi quotidiani dei coloni armati fiancheggiati da soldati Idf, “nella realtà non esiste più la suddivisione nelle zone amministrative A, B, C, dalla demolizione delle case si passa alla distruzione completa dei villaggi, dallo sfollamento si passa all’espulsione definitiva, l’apartheid si consolida, la pulizia etnica va avanti pezzo dopo pezzo”.

– La corrispondenza dalla Giordania di Meri Calvelli, cooperante Acs, direttrice Centro Vik – Gaza

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