{"id":8405,"date":"2026-06-30T15:41:10","date_gmt":"2026-06-30T13:41:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.glomeda.org\/?p=8405"},"modified":"2026-06-30T16:13:12","modified_gmt":"2026-06-30T14:13:12","slug":"il-caso-electrolux-anatomia-del-dominio-del-capitale-sul-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2026\/06\/30\/il-caso-electrolux-anatomia-del-dominio-del-capitale-sul-lavoro\/","title":{"rendered":"Il caso Electrolux: anatomia del dominio del capitale sul lavoro"},"content":{"rendered":"\n<h6 class=\"wp-block-heading\"><strong><em>Una vicenda industriale che \u00e8 insieme uno specchio del capitalismo finanziarizzato, una requisitoria contro l&#8217;architettura dell&#8217;eurozona e un appello a non lasciare soli i lavoratori &#8211; Un contributo di Enzo Valentini, <\/em><\/strong><em><strong>professore associato di politica economica Unimc<\/strong><\/em><\/h6>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><strong>La vicenda: cronaca di una ristrutturazione<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 25 maggio 2026, al tavolo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la multinazionale svedese Electrolux ha messo nero su bianco un piano che ha il sapore di una resa dei conti: 1.719 esuberi in Italia \u2014 quasi il 40% di una forza lavoro di circa 4.500 addetti \u2014 la chiusura dello stabilimento di Cerreto d&#8217;Esi, nelle Marche (170 lavoratori, produzione di cappe), il ridimensionamento di Forl\u00ec (tre linee su sei) e di Porcia, lo storico quartier generale italiano dove il solo settore lavasciuga vale un terzo dei volumi. <br>Nessun sito risparmiato e una quota di produzione destinata a migrare all&#8217;estero. <br>Pochi giorni prima era arrivata la notizia della chiusura dell&#8217;impianto ungherese di J\u00e1szber\u00e9ny: la riorganizzazione, insomma, \u00e8 continentale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La reazione \u00e8 stata immediata e compatta: stato di agitazione permanente, otto ore di sciopero nazionale, presidi davanti ai cancelli, un fronte che ha unito sindacati, Regioni, enti locali e \u2014 almeno a parole \u2014 il Governo. Sotto pressione, il 15 giugno l&#8217;azienda ha accettato di sospendere il piano per cinquanta giorni e di non assumere iniziative unilaterali durante la trattativa, impegnandosi a presentare una nuova proposta entro inizio agosto. I lavoratori l&#8217;hanno definita per quello che \u00e8: non una soluzione, ma una &#8220;tregua armata&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Conviene fissare subito tre dati, perch\u00e9 serviranno a smontare la narrazione dominante. Primo: Electrolux <strong>non \u00e8 un&#8217;azienda in perdita<\/strong>. Il gruppo ha appena varato un aumento di capitale da circa 970 milioni di dollari (9 miliardi di corone) per finanziare una partnership nordamericana con la cinese Midea e altre &#8220;misure di ristrutturazione&#8221;. Secondo: la propriet\u00e0 \u00e8 il ritratto stesso della finanziarizzazione. <br>La famiglia Wallenberg, tramite la holding Investor AB, controlla poco meno del 20% dei diritti di voto; il resto \u00e8 in mano a grandi fondi svedesi e americani, su tutti BlackRock, il maggiore gestore di risparmio del mondo, e AMF, fondo pensione che raccoglie anche i risparmi dei sindacati svedesi. <br>Soggetti che, per loro natura, devono garantire rendimenti. Terzo: l&#8217;azienda ha incassato risorse pubbliche. Secondo il Registro nazionale degli aiuti di Stato, tra luglio 2016 e febbraio 2026 Electrolux Italia e altre societ\u00e0 del gruppo hanno beneficiato di oltre 12,7 milioni di euro di aiuti diretti; a fine 2024 \u00e8 arrivato un prestito BEI da 200 milioni per ricerca e innovazione, &#8220;realizzata prevalentemente a Pordenone&#8221; \u2014 cio\u00e8 proprio dove oggi si taglia. A questi vanno aggiunti, secondo le stime sindacali, oltre 700 milioni di euro spesi in un decennio in bonus all&#8217;acquisto di elettrodomestici che hanno sostenuto, indirettamente ma sostanziosamente, le vendite del settore e quindi i profitti delle imprese che vi operano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tre dati che, messi in fila, raccontano una sola cosa: qui non si chiude perch\u00e9 si perde. <br>Si riorganizza per guadagnare di pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><strong>Il contesto: la lunga fase di de-industrializzazione<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per cogliere appieno il significato della scelta di Electrolux Italia conviene fare un passo indietro e collocarla in un quadro pi\u00f9 ampio. Il caso Electrolux non \u00e8 un&#8217;anomalia isolata: \u00e8 un episodio \u2014 particolarmente nitido \u2014 di un processo lungo e strutturale, la de-industrializzazione, che da decenni attraversa tutte le economie capitalistiche avanzate e che in Italia ha pesato moltissimo. I numeri parlano chiaro. <br>Alla fine degli anni Settanta l&#8217;industria manifatturiera occupava quasi il 30% dei lavoratori italiani; oggi, secondo l&#8217;ISTAT, ne occupa intorno al 15%. In poco pi\u00f9 di una generazione, insomma, il peso occupazionale della fabbrica si \u00e8 all&#8217;incirca dimezzato, mentre cresceva quello dei servizi. <br>Lo stesso movimento si legge dal lato della ricchezza prodotta: la manifattura, che intorno al 1990 valeva circa un quinto del PIL, oggi ne vale attorno al 15%. E la curva non si \u00e8 fermata: dal solo inizio della crisi del 2007 l&#8217;industria in senso stretto ha perso quasi 700 mila unit\u00e0 di lavoro a tempo pieno, e a pagare il prezzo pi\u00f9 alto sono stati i comparti tradizionali \u2014 il tessile-abbigliamento su tutti, dove gli addetti si sono ridotti di quasi il 40%.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Electrolux, dunque, va letta dentro questa traiettoria. Capire perch\u00e9 un&#8217;azienda profittevole decida di tagliare in Italia richiede anche domandarsi perch\u00e9, da mezzo secolo, la manifattura arretra nei Paesi ricchi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><strong>La letteratura sulla de-industrializzazione: cause, implicazioni<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Prima di azzardare un&#8217;interpretazione, vale la pena ricostruire i fattori che la letteratura economica indica come motori della deindustrializzazione nelle economie avanzate. Sono fattori distinti, spesso intrecciati: alcuni agiscono come cause dirette, altri come meccanismi che ne amplificano gli effetti, e ciascuno pesa in modo diverso da paese a paese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La legge di Engel (lo spostamento della domanda).<\/strong> \u00c8 la spiegazione pi\u00f9 <em>&#8220;fisiologica&#8221; <\/em>della deindustrializzazione, e la pi\u00f9 antica. Prende nome dallo statistico Ernst Engel, che a met\u00e0 Ottocento osserv\u00f2 come, al crescere del reddito, le famiglie destinano una quota decrescente della spesa al cibo. <br>Generalizzata, l&#8217;intuizione vale per l&#8217;intera struttura dei consumi: man mano che una societ\u00e0 si arricchisce, la domanda si sposta progressivamente dai beni primari ai prodotti manifatturieri e infine ai servizi. Poich\u00e9 l&#8217;elasticit\u00e0 della domanda di servizi rispetto al reddito \u00e8 pi\u00f9 alta di quella dei beni industriali, nelle economie avanzate la quota di spesa \u2014 e quindi di valore aggiunto e di occupazione \u2014 destinata alla manifattura tende a contrarsi a vantaggio del terziario. Non \u00e8 un dramma n\u00e9 un complotto: \u00e8, in parte, il segno di un Paese che \u00e8 diventato pi\u00f9 ricco. Per questo si parla di deindustrializzazione<em> &#8220;matura&#8221;<\/em> o <em>&#8220;attesa&#8221;<\/em>, da tenere ben distinta da quella prematura o sub\u00ecta di cui si occupano le cause successive.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La tecnologia.<\/strong> Il progresso tecnico \u00e8 un candidato &#8220;innocente&#8221;, che assolve tutti perch\u00e9 non ha intenzioni. L&#8217;automazione aumenta la produttivit\u00e0 e riduce il fabbisogno di lavoro per unit\u00e0 di prodotto: nel settore manifatturiero questo si traduce, da decenni, in pi\u00f9 output con meno occupati. <br>La storia delle rivoluzioni industriali insegna che, nel lungo periodo \u2014 almeno fino agli anni Sessanta \u2014 gli effetti depressivi sull&#8217;occupazione venivano compensati dalla crescita complessiva. Ma a partire dalla Terza rivoluzione industriale qualcosa si \u00e8 rotto: \u00e8 emerso quello che Brynjolfsson e McAfee hanno chiamato il <em>Great Decoupling<\/em>, il disaccoppiamento tra produttivit\u00e0 e redditi. <br>La produttivit\u00e0 continua a crescere, salari mediani e occupazione ristagnano. Il punto, per\u00f2, \u00e8 che la tecnologia di per s\u00e9 non determina chi vince e chi perde: lo determinano le istituzioni e le politiche. Non c&#8217;\u00e8 automatismo, non c&#8217;\u00e8 determinismo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>L&#8217;arbitraggio geografico del costo del lavoro (offshoring).<\/strong> \u00c8 la causa pi\u00f9 immediatamente visibile. <br>Dagli anni Settanta, e in modo massiccio dalla met\u00e0 degli anni Novanta con l&#8217;ingresso della Cina e dei BRICS nel mercato globale, le imprese dei paesi ricchi hanno spostato le produzioni dove il lavoro costa meno e le regole ambientali sono pi\u00f9 blande. Le catene globali del valore hanno frammentato la produzione lungo i confini, mettendo in concorrenza diretta i lavoratori dei diversi paesi e comprimendo i salari di chi resta &#8220;indietro&#8221;. Il caso Electrolux conosce bene questa logica: gi\u00e0 nel 2014 l&#8217;azienda minacciava il trasferimento in Polonia chiedendo ai lavoratori italiani tagli salariali del 30-40%. All&#8217;epoca un&#8217;analisi puntuale dimostr\u00f2 che il differenziale non si spiegava col cuneo fiscale n\u00e9 con la produttivit\u00e0, ma in larga misura con il cambio reale: la Polonia, restata fuori dall&#8217;euro, beneficiava di uno zloty strutturalmente sottovalutato. Un dettaglio che torna utile pi\u00f9 avanti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La concorrenza delle importazioni (il &#8220;China shock&#8221;).<\/strong> Distinta ma complementare all&#8217;offshoring \u00e8 la pressione esercitata sul mercato dalle merci a basso costo prodotte all&#8217;estero. <br>Qui non \u00e8 l&#8217;impresa nazionale a delocalizzare la propria produzione: sono i produttori esteri \u2014 la Cina dopo l&#8217;ingresso nell&#8217;Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, ma prima ancora le &#8220;tigri&#8221; asiatiche come Taiwan e la Corea del Sud \u2014 a conquistare quote di mercato spiazzando le produzioni dei paesi ricchi. Un&#8217;ampia letteratura, a partire dagli studi di Autor, Dorn e Hanson sul cosiddetto &#8220;China shock&#8221;, ha mostrato come l&#8217;impennata delle importazioni a basso prezzo abbia eroso occupazione e stabilimenti manifatturieri nei territori pi\u00f9 esposti delle economie avanzate, con effetti particolarmente severi sui settori ad alta intensit\u00e0 di lavoro e a minore contenuto tecnologico \u2014 proprio quelli in cui l&#8217;Italia era storicamente specializzata, dal tessile alle calzature. \u00c8 la faccia &#8220;di mercato&#8221; della globalizzazione: l&#8217;apertura commerciale, presentata come un gioco a somma positiva da cui tutti escono vincitori, ha prodotto in realt\u00e0 vincitori e vinti, scaricando i costi dell&#8217;aggiustamento soprattutto sui lavoratori dei comparti tradizionali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La finanziarizzazione dell&#8217;economia e lo <\/strong><em><strong>short-termism<\/strong><\/em><strong>.<\/strong> Qui entriamo nel cuore del problema contemporaneo. La libert\u00e0 di movimento dei capitali rende gli investimenti finanziari liquidi pi\u00f9 attraenti di quelli industriali, lenti e a lungo termine (impianti, macchinari, ricerca e sviluppo). <br>I manager, pressati da azionisti globali che cercano profitti immediati, preferiscono destinare i flussi di cassa al riacquisto di azioni proprie e al pagamento di dividendi elevati piuttosto che al capitale fisso. <br>Il risultato, nel lungo periodo, \u00e8 l&#8217;indebolimento della competitivit\u00e0 tecnologica della manifattura nazionale. <br>\u00c8 la lezione che Luciano Gallino aveva consegnato con lucidit\u00e0 in <em>Finanzcapitalismo<\/em> e <em>La lotta di classe dopo la lotta di classe<\/em>: il capitale finanziario non produce ricchezza reale, la estrae, e tratta le fabbriche come asset da spremere e poi dismettere. La letteratura accademica ha formalizzato questa intuizione: la finanziarizzazione \u00e8 tra i fattori che spiegano la caduta della quota salari e il declino della produttivit\u00e0 (Stockhammer, Pariboni e Tridico, tra gli altri).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I flussi di capitale speculativo.<\/strong> Strettamente legati al punto precedente, i movimenti di capitale a breve possono drogare il cambio reale, gonfiare bolle e poi ritirarsi all&#8217;improvviso, lasciando macerie nell&#8217;economia reale. La crisi del 2008, nata a Wall Street e propagatasi in pochi mesi all&#8217;intero sistema globale, ha mostrato l&#8217;instabilit\u00e0 intrinseca di un sistema iperconnesso in cui un singolo shock pu\u00f2 destabilizzare l&#8217;intera rete. <br>La libert\u00e0 di movimento dei capitali, presentata come efficienza, \u00e8 anche un potente moltiplicatore di fragilit\u00e0. Non \u00e8 solo teoria: un&#8217;ampia analisi econometrica recente, condotta su decine di economie avanzate ed emergenti lungo quasi quarant&#8217;anni, mostra che proprio i periodi di &#8220;abbondanza&#8221; finanziaria \u2014 picchi di afflussi di capitale a breve, investimenti di portafoglio e credito internazionale \u2014 tendono a comprimere il peso della manifattura e a ridurre la complessit\u00e0 tecnologica delle economie che li ricevono, attraverso l&#8217;apprezzamento del cambio reale e lo spostamento di risorse verso i settori non esposti alla concorrenza internazionale. Il capitale speculativo, in altre parole, non si limita a destabilizzare nel breve: erode la base produttiva nel lungo periodo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Un corollario trasversale: la concorrenza fiscale al ribasso (<\/strong><em><strong>tax competition<\/strong><\/em><strong>).<\/strong> Le forze appena viste \u2014 offshoring, finanziarizzazione, flussi speculativi \u2014 condividono una radice comune: la mobilit\u00e0 pressoch\u00e9 perfetta dei capitali. Da quella stessa radice discende anche la concorrenza fiscale al ribasso, che per\u00f2 agisce in modo differente. Pi\u00f9 che spingere direttamente le imprese ad andarsene, erode dall&#8217;interno la capacit\u00e0 dello Stato di sostenere la manifattura. \u00c8 dunque, pi\u00f9 che una causa autonoma della deindustrializzazione, una sua potente implicazione e un suo amplificatore. Il meccanismo \u00e8 noto: la perfetta mobilit\u00e0 dei capitali consente alle imprese di spostare i profitti contabili verso paradisi fiscali o paesi a tassazione agevolata. <br>Per trattenere quei capitali, i governi delle economie avanzate sono spinti a ridurre le imposte sulle societ\u00e0 e a tagliare gli investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione e sostegno industriale, indebolendo proprio l&#8217;ecosistema che tiene in piedi la manifattura. La conseguenza distributiva \u00e8 una sola: <strong>meno tasse sul capitale, pi\u00f9 tasse sul lavoro<\/strong>. E in Italia c&#8217;\u00e8 un&#8217;aggravante specifica \u2014 il capitale &#8220;finanziario&#8221; gode di un trattamento fiscale di favore rispetto al capitale produttivo, premiando la rendita rispetto all&#8217;investimento. <br>La frammentazione delle catene globali del valore, peraltro, rende sempre pi\u00f9 difficile persino calcolare dove il valore venga prodotto e quindi dove andrebbe tassato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A queste si pu\u00f2 aggiungere un fattore che lega tutte le altre: l&#8217;<strong>asimmetria interna all&#8217;eurozona<\/strong>. Come ha mostrato la letteratura critica sull&#8217;unione monetaria, la rigidit\u00e0 del cambio nominale ha prodotto una sopravvalutazione reale per i paesi mediterranei e una svalutazione reale per la Germania e la sua area di influenza, alimentando una riconfigurazione gerarchica delle filiere industriali a danno dell&#8217;Italia. <br>Una &#8220;centralizzazione senza concentrazione&#8221; del capitale, in cui le scelte di un nucleo di imprese determinano la divisione del lavoro sull&#8217;intero continente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><strong>Tre cause, un solo nome<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Applichiamo ora questa griglia al caso Electrolux. La prima cosa da dire \u00e8 che le spiegazioni pi\u00f9 &#8220;fisiologiche&#8221; e di mercato qui non c&#8217;entrano: <strong>non \u00e8 la legge di Engel, non \u00e8 la tecnologia, non \u00e8 la concorrenza delle merci a basso costo dell&#8217;Est<\/strong>. Non siamo davanti a un&#8217;azienda la cui domanda si \u00e8 spostata altrove, n\u00e9 travolta dall&#8217;innovazione altrui o spiazzata sul mercato dai prodotti dei concorrenti asiatici: gli elettrodomestici si vendono, ed Electrolux li vende con profitto, raccoglie capitale fresco, stringe alleanze globali \u2014 anzi, proprio con un colosso cinese. Non \u00e8 un&#8217;impresa che perde la partita competitiva; \u00e8 un&#8217;impresa che, pur vincendola, sceglie semplicemente dove collocare la produzione. Il problema non \u00e8 la sopravvivenza dell&#8217;impresa. \u00c8 la <em>quantit\u00e0<\/em> e la <em>destinazione<\/em> dei suoi profitti: non si accontenta di guadagnare, vuole guadagnare di pi\u00f9 \u2014 e per riuscirci sposta altrove la produzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Contano, e molto, le tre forme della mobilit\u00e0 del capitale: l&#8217;offshoring, la finanziarizzazione e i flussi speculativi \u2014 con la concorrenza fiscale al ribasso a fare da moltiplicatore. <br>E hanno un elemento in comune: rinviano tutte al <strong>dominio del capitale sul lavoro<\/strong> \u2014 un dominio intrinseco al capitalismo, ma portato alle estreme conseguenze a partire dagli anni Ottanta, dentro quel progetto che possiamo chiamare, a piacere, &#8220;neoliberale&#8221;, &#8220;Washington Consensus&#8221; o, pi\u00f9 ampiamente, &#8220;nuova grande trasformazione&#8221;: liberalizzazioni, deregolamentazioni, mobilit\u00e0 totale dei capitali, compressione del potere contrattuale dei lavoratori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il problema di fondo \u00e8 un atto di fede: la fiducia negli automatismi del mercato, nella sua presunta tendenza all&#8217;equilibrio. Se i capitali sono liberi di muoversi, recita la teoria, le risorse si allocheranno dove rendono di pi\u00f9, e tutti \u2014 prima o poi \u2014 ne trarranno beneficio. La realt\u00e0 \u00e8 un&#8217;altra. <br>Come ha mostrato Mauro Gallegati in <em>Il mercato rende liberi, e altre bugie del neoliberismo<\/em>, l&#8217;immagine di un mercato pulito e autoregolato, che converge da solo verso l&#8217;ottimo e si lascia descrivere con eleganti formule matematiche, \u00e8 pi\u00f9 un atto di fede che una descrizione del mondo reale. La deindustrializzazione non conduce ad un nuovo equilibrio virtuoso: genera squilibri e drammi sociali. Produce territori svuotati, competenze disperse, comunit\u00e0 impoverite. Lo si \u00e8 visto nelle regioni del Sud Europa dopo il 2008, dove la crisi ha interrotto la convergenza che durava dagli anni Ottanta e ha lasciato indietro proprio le aree che avrebbero avuto pi\u00f9 bisogno di politiche espansive \u2014 e che invece, per i vincoli di bilancio, hanno dovuto fare l&#8217;opposto. \u00c8 la dinamica che Karl Polanyi descriveva ottant&#8217;anni fa ne <em>La grande trasformazione<\/em>: quando il mercato viene &#8220;sganciato&#8221; dalla societ\u00e0 e lasciato autoregolarsi, non genera armonia, genera disgregazione. E che a decidere l&#8217;esito siano le scelte politiche, non un presunto destino tecnologico o di mercato, lo conferma il confronto tra le economie emergenti: gli stessi shock finanziari hanno accelerato la deindustrializzazione in America Latina \u2014 che fra anni Ottanta e Novanta smantell\u00f2 la politica industriale nella stagione delle &#8220;terapie d&#8217;urto&#8221; neoliberali \u2014 mentre l&#8217;Asia orientale, mantenendo politiche industriali e macro-finanziarie attive, \u00e8 riuscita a difendere e far crescere la propria manifattura. <br>La differenza non l&#8217;ha fatta il mercato: l&#8217;hanno fatta le istituzioni e le scelte pubbliche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E qui il dramma sociale si lega a una seconda assenza: quella delle reti di salvataggio. Un licenziamento di massa \u00e8 sempre devastante, ma lo \u00e8 molto di pi\u00f9 quando lo Stato, oltre a non offrire ammortizzatori adeguati, ha eroso anche il &#8220;salario indiretto&#8221; \u2014 la sanit\u00e0 pubblica, l&#8217;istruzione, i servizi che integrano il reddito monetario. Le politiche di austerit\u00e0 hanno cronicizzato il problema: hanno colpito proprio chi aveva pi\u00f9 bisogno di protezione, in un Paese in cui negli ultimi decenni la quota di reddito del decile pi\u00f9 ricco \u00e8 cresciuta mentre quella del 20% pi\u00f9 povero \u00e8 calata. A pagare la crisi, sistematicamente, sono i pi\u00f9 poveri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 poi il livello istituzionale, ed \u00e8 decisivo. <strong>Il disegno dell&#8217;area euro segue esattamente questo approccio monetarista e liberista.<\/strong> Una moneta unica gestita da una banca centrale con il solo mandato di controllare l&#8217;inflazione; una politica di bilancio frammentata, senza bilancio comune n\u00e9 debito comune, vincolata dal Patto di Stabilit\u00e0; politiche industriali di fatto inesistenti, perch\u00e9 subordinate al principio della concorrenza; la flessibilit\u00e0 del lavoro presentata come unico ammortizzatore degli shock. <br>\u00c8 un&#8217;architettura che, per costruzione, non offre strumenti pubblici di intervento di fronte a una vicenda come quella di Electrolux. E dietro questa impotenza c&#8217;\u00e8 un assunto preciso, quasi mai dichiarato: che gli squilibri vadano scaricati sul lavoro. Sono i salari a doversi adeguare, \u00e8 l&#8217;occupazione a fare da cuscinetto. Il capitale resta mobile e libero; il lavoro resta inchiodato al territorio e chiamato a pagare il conto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A chiudere il cerchio, l&#8217;aiuto di Stato. Electrolux ha incassato risorse pubbliche \u2014 aiuti diretti, un prestito europeo per la ricerca, e un decennio di incentivi al consumo che ne hanno sostenuto le vendite \u2014 e oggi licenzia. \u00c8 l&#8217;esempio pi\u00f9 &#8220;plastico&#8221; del meccanismo di fondo: un drenaggio di risorse dalla collettivit\u00e0 verso il capitale. Socializzazione dei sostegni, privatizzazione dei profitti, e infine la fuga. <br>Non sorprende che la richiesta sindacale pi\u00f9 immediata sia diventata: se delocalizzate, restituite i soldi dei cittadini. \u00c8 una richiesta sacrosanta, ma la sua stessa necessit\u00e0 segnala il vuoto a monte \u2014 l&#8217;assenza di vincoli e contropartite vincolanti per chi riceve denaro pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em><strong>Una lezione da non disperdere<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La vicenda Electrolux, indipendentemente da come andr\u00e0 a finire, ci consegna una lezione limpida. <br>\u00c8 un esempio da manuale del conflitto tra capitale e lavoro, e mostra senza ambiguit\u00e0 chi vince \u2014 sempre, e soprattutto in questa fase storica: un&#8217;azienda profittevole, sostenuta con denaro pubblico, controllata da fondi che esigono rendimenti, decide di dimezzare la propria presenza in un Paese non perch\u00e9 non guadagni, ma perch\u00e9 pu\u00f2 guadagnare di pi\u00f9 altrove. <br>\u00c8 la logica del <strong>capitale finanziarizzato<\/strong> nella sua forma pi\u00f9 nuda. Riconoscerlo non \u00e8 un esercizio ideologico: \u00e8 la condizione per non illudersi che basti &#8220;trattare meglio&#8221; con questa o quella multinazionale. <br>Come argomenta Clara Mattei in <em>L&#8217;economia \u00e8 politica<\/em>, il capitalismo non \u00e8 un ordine naturale ma uno fra i tanti sistemi possibili, e presentare le scelte economiche come questioni tecniche e neutrali serve precisamente a sottrarle al conflitto politico e democratico: finch\u00e9 la disponibilit\u00e0 del lavoro umano resta subordinata alla convenienza del capitale, vicende come questa non sono incidenti, ma il funzionamento ordinario del sistema. L&#8217;architettura attuale dell&#8217;eurozona \u00e8 parte del problema, ma la risposta non pu\u00f2 essere la nostalgia della sovranit\u00e0 monetaria nazionale e l&#8217;uscita dall&#8217;euro; si tratta piuttosto di costruire un&#8217;Europa pi\u00f9 solidale, con maggiore cessione di sovranit\u00e0 da parte degli Stati e pi\u00f9 spazio per l&#8217;intervento pubblico di quanto non ne conceda quella odierna, la cui governance \u00e8 di fatto disegnata su principi liberisti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Enzo Valentini<br><em>Professore associato di Politica Economica<br>Unversit\u00e0 di Macerata<br>Dipartimento di Scienze Politiche, della Comunicazione e delle Relazioni Internazionali<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Bibliografia\/per approfondire<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Autor, David H., Dorn, David, Hanson, Gordon H. (2013), <em>The China Syndrome: Local Labor Market Effects of Import Competition in the United States<\/em>, &#8220;American Economic Review&#8221;, 103(6).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Botta, Alberto, Yajima, Giuliano Toshiro, Porcile, Gabriel (2023), <em>Structural change, productive development, and capital flows: does financial &#8220;bonanza&#8221; cause premature deindustrialization?<\/em>, &#8220;Industrial and Corporate Change&#8221;, 32, (2)<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Brynjolfsson, Erik, McAfee, Andrew (2014), <em>The Second Machine Age<\/em> (ed. it. <em>La nuova rivoluzione delle macchine<\/em>, Feltrinelli, 2015).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Compagnucci, Fabiano, Gentili, Andrea, Gallegati, Mauro, Valentini, Enzo (in uscita), <em>Jobless Growth and the New Great Transformation. A Data-driven Analysis<\/em>, Cambridge University Press.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gallegati, Mauro (2021), <em>Il mercato rende liberi, e altre bugie del neoliberismo<\/em>, Luiss University Press.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gallino, Luciano (2011), <em>Finanzcapitalismo. La civilt\u00e0 del denaro in crisi<\/em>, Einaudi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gallino, Luciano (2012), <em>La lotta di classe dopo la lotta di classe<\/em>, Laterza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mattei, Clara E. (2023), <em>L&#8217;economia \u00e8 politica<\/em>, Fuoriscena.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pariboni, Riccardo, Tridico, Pasquale (2019), <em>Labour share decline, financialisation and structural change<\/em>, &#8220;Cambridge Journal of Economics&#8221;, 43(4).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Polanyi, Karl (1944), <em>The Great Transformation<\/em> (ed. it. <em>La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca<\/em>, Einaudi).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Saraceno, Francesco (2020), <em>La riconquista. Perch\u00e9 abbiamo perso l&#8217;Europa e come possiamo riprendercela<\/em>, Luiss University Press.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Stockhammer, Engelbert (2017), <em>Determinants of the wage share: a panel analysis of advanced and developing economies<\/em>, &#8220;British Journal of Industrial Relations&#8221;, 55(1).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Valentini, Enzo (2019), <em>Structural crisis and robotisation require more Europe, less austerity<\/em>, Social Europe, 4 giugno 2019<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una vicenda industriale che \u00e8 insieme uno specchio del capitalismo finanziarizzato, una requisitoria contro l&#8217;architettura dell&#8217;eurozona e un appello a<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":8407,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"colormag_page_container_layout":"default_layout","colormag_page_sidebar_layout":"default_layout","h5ap_radio_sources":[],"wp_social_preview_title":"","wp_social_preview_description":"","wp_social_preview_image":0,"footnotes":""},"categories":[7],"tags":[330,317],"class_list":["post-8405","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-lavoro","tag-electrolux","tag-latest"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8405","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=8405"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8405\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":8411,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8405\/revisions\/8411"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/8407"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=8405"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=8405"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=8405"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}