{"id":8183,"date":"2026-05-28T12:41:25","date_gmt":"2026-05-28T10:41:25","guid":{"rendered":"https:\/\/www.glomeda.org\/?p=8183"},"modified":"2026-05-28T14:16:40","modified_gmt":"2026-05-28T12:16:40","slug":"tendenze-autunno-inverno-appunti-per-unautonomia-costituente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2026\/05\/28\/tendenze-autunno-inverno-appunti-per-unautonomia-costituente\/","title":{"rendered":"Tendenze autunno inverno. Appunti per un&#8217;autonomia costituente"},"content":{"rendered":"\n<h6 class=\"wp-block-heading\"><em><strong>Un contributo frutto della discussione interna alla comunit\u00e0 politica dei Centri Sociali delle Marche negli ultimi mesi<\/strong><\/em><\/h6>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Pubblichiamo un contributo frutto della discussione interna alla comunit\u00e0 politica dei Centri Sociali delle Marche. <\/em><br><em>Una traccia per forza di cose parziale, che riflette l&#8217;articolazione e la composizione multiforme dell&#8217;itinerario di riflessione teorica che muove dall&#8217;analisi delle recenti esperienze di protagonismo sociale e si sviluppa attorno al nodo dell&#8217;autonomia dei movimenti in una fase storica segnata da trasformazioni globali e fratture profonde. <\/em><br><em>Un testo che prova a restituire la prospettiva politica dentro la quale si inserisce <a href=\"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2026\/05\/14\/la-guerra-che-trasforma\/\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2026\/05\/14\/la-guerra-che-trasforma\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">il primo appuntamento di laboratorio politico promosso da Glomeda &#8220;La guerra che trasforma&#8221; di sabato 6 giugno a Fano<\/a>. <\/em><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il bisogno e il desiderio di contare<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Quello che \u00e8 accaduto<\/strong> <strong>fra l&#8217;autunno e l&#8217;inverno scorsi<\/strong> &#8211; dalla <em>sollevazione<\/em> per la Palestina fino al voto per il <em>No <\/em>al referendum, passando per la manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna ed altri appuntamenti di mobilitazione che ne sono seguiti, come in occasione delle Olimpiadi invernali a Milano o contro il traffico di armi ai porti &#8211; non \u00e8 stato semplicemente una somma di eventi politici separati. <br>\u00c8, piuttosto, <strong>il segnale di una tensione diffusa, di una volont\u00e0 di espressione che attraversa soggetti diversi ma che fatica ancora a trovare una forma adeguata.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>C\u2019\u00e8<\/strong> <strong>una domanda politica che emerge con forza: una domanda di <em>\u201cesistenza\u201d<\/em>, prima ancora che di <em>\u201crappresentanza\u201d<\/em><\/strong>. Un <em>\u201cvoler essere\u201d<\/em> che rifiuta tanto la passivit\u00e0 quanto le forme gi\u00e0 date della partecipazione istituzionale. Tuttavia, <strong>questa spinta, se non trova sbocco, se non riesce a <\/strong>confluire in un alveo dove questo accumulo possa prendere forma, <strong>tradursi in capacit\u00e0 organizzativa autonoma<\/strong>, <strong>rischia di disperdersi in due direzioni ugualmente sterili<\/strong>: da un lato un attivismo frammentato, spesso simbolico, incapace di incidere realmente; dall\u2019altro il riflusso verso una sinistra istituzionale che continua a mostrarsi inadeguata, quando non apertamente ostile, rispetto a queste istanze.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dentro questa difficolt\u00e0 si inserisce<strong> il rischio di ridurre la politica a testimonianza.<\/strong> <br>Una politica che si limita a esprimere posizioni giuste, a prendere parola, a <em>\u201cesserci\u201d<\/em> nei momenti di mobilitazione, ma senza riuscire a imprimere modificazioni nei rapporti di forza.<br>La testimonianza, in questo senso, diventa una forma di consolazione: costruisce identit\u00e0 provvisorie, produce in apparenza riconoscimento reciproco, ma raramente apre spazi di trasformazione reale.<br><br><strong>Una politica che non viene attraversata da una tensione organizzativa e da una capacit\u00e0 di costruzione<\/strong>, rischia di diventare una forma di adattamento, in ultima istanza compatibile con l\u2019esistente.<br><strong>Ridirezionare il deflusso della potenziale dispersion<\/strong>e, in entrambi i casi, diventa esigenza fondamentale. <br>Da una parte <strong>per sottoporre a una critica serrata sia le derive teoriche, politiche e culturali<\/strong> che si sono innescate nel concetto di convergenza e di intersezionalit\u00e0, sia la riduzione liberale del portato storico-materialista delle lotte; dall&#8217;altra <strong>per rialfabetizzare a un rifiuto radicale della delega istituzionale e del connesso dispositivo di rappresentanza.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>\u00c8 qui che torna centrale il tema dell\u2019autonomia<\/strong>. <br>Non come semplice parola d\u2019ordine identitaria o come rifugio minoritario, ma come forma politica creatrice. <strong>Parlare di autonomia come forma creatrice<\/strong> significa innanzitutto rompere con una concezione difensiva della politica. Non si tratta solo di resistere, di opporsi, di dire <em>\u201cno\u201d<\/em>. Si tratta di produrre mondi, relazioni, istituzioni altre. Di <strong>costruire qui e ora spazi di vita, di organizzazione e di conflitto che non dipendano n\u00e9 si subordinino alle compatibilit\u00e0 del sistema esistente.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;idea di autonomia non deve essere confusa con il concetto di <em>\u201cautosufficienza\u201d,<\/em> separazione e con approcci <em>\u201cautarchici\u201d<\/em>. Al contrario la forza della nostra autonomia deve risiedere proprio nella <strong>capacit\u00e0 di coniugare insubordinazione del pensiero e della prassi con la massima estensione delle relazioni sociali<\/strong> all&#8217;interno delle quali agiamo, con il riconoscerci la massima libert\u00e0 di azione al di fuori degli schemi precostituiti e del perbenismo moralista dell&#8217;<em>\u201cintellighenzia\u201d<\/em> della sinistra istituzionale e paraistituzionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Essere autonomi significa <em>\u201cdarsi la propria legge\u201d<\/em><\/strong>. <br>Ma questa legge non sorge dal nulla: si forma nella e attraverso la relazione con l\u2019altro. L\u2019altro non \u00e8 un limite esterno all\u2019autonomia, bens\u00ec la sua condizione di possibilit\u00e0. Senza relazione, l\u2019autonomia degenera in arbitrio o isolamento &#8211; e l\u2019isolamento non \u00e8 autonomia, ma assenza di politica. Non esistono soggetti politici pre-costituiti che poi decidono di entrare in relazione: \u00e8 la relazione stessa a costituire il soggetto, ogni soggettivit\u00e0 emerge sempre gi\u00e0 in un campo di alterit\u00e0. L\u2019autonomia non \u00e8 un attributo che si possiede una volta per tutte, ma <strong>una pratica continua, che va costantemente riaffermata.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Autonomia e organizzazione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>L&#8217;evento politico che si \u00e8 prodotto attorno alla questione palestinese<\/strong> ha mostrato una capacit\u00e0 reale di attivazione e di connessione. Ha attraversato scuole, universit\u00e0, quartieri, mettendo in relazione soggetti che spesso non si parlavano.<br>Ma allo stesso tempo ha anche inevitabilmente evidenziato un limite: la difficolt\u00e0 di tradurre l\u2019indignazione e la solidariet\u00e0 in continuit\u00e0 organizzativa, in radicamento, in potenza autonoma.<br><strong>Parlare di autonomia significa affrontare anche il tema dell&#8217;organizzazione<\/strong>, perch\u00e9 l&#8217;autonomia per essere davvero efficace sul versante dei cambiamenti, deve essere<strong> in grado di costituire una continuit\u00e0 e di elaborare le strategie<\/strong> all&#8217;interno di spazi dove le scelte possano essere vagliate attraverso il confronto e l&#8217;intelligenza collettiva. Se \u00e8 vero che<strong> risorse conflittuali possono sedimentarsi anche in forma spontanea<\/strong>, perch\u00e9 tutto ci\u00f2 possa poi <strong>tradursi in un processo politico e sociale di prospettiva, \u00e8 necessaria <\/strong>l&#8217;organizzazione, ovvero<strong> l&#8217; <em>\u201cautonomia organizzata\u201d<\/em><\/strong>. L\u2019organizzazione non \u00e8 il contrario dell\u2019autonomia, ne \u00e8 la condizione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche il voto per il <em>No<\/em> espresso nel referendum &#8211; al di l\u00e0 delle sue specificit\u00e0 &#8211; pu\u00f2 essere letto <strong>come un rifiuto di una certa idea di partecipazione calata dall\u2019alto<\/strong>. Ma un rifiuto, da solo, non basta. <br>Senza una pratica autonoma che lo sostenga, rischia di essere riassorbito rapidamente nei circuiti della rappresentanza o di cadere nell\u2019irrilevanza. Il contesto tutto politico in cui si \u00e8 giocata la partita referendaria ci aiuta a cogliere il contesto <em>\u201csingolare\u201d<\/em> che ne ha costituito il fondamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Appare evidente come gli <em>\u201cstrascichi\u201d<\/em> delle mobilitazioni di settembre e ottobre e la radicale opposizione alle politiche del governo sul genocidio, sulla guerra e sul posizionamento di sudditanza a Usa e Israele, abbiano sovrascritto e <em>\u201csormontato\u201d<\/em> il tema referendario. Ma tutto questo coglie solo in parte il punto pi\u00f9 significativo, e quindi quello meno analizzato e volutamente ignorato: <strong>il voto contro, in questo contesto, \u00e8 solo un\u2019altra modalit\u00e0 di poter e voler contare. <\/strong><br><strong>Nessuno spazio per la rappresentanza, nessuna fiducia nell\u2019alternativa del campo largo, ma la pura e semplice rivendicazione di una possibilit\u00e0 di contare.<\/strong> Un\u2019articolazione di quel protagonismo sociale visto nelle piazze attraverso lo strumento non tanto del voto, ma del <em>No<\/em> pi\u00f9 che alla riforma giudiziaria in quanto tale, alle politiche complessive del governo. Un&#8217;aspirazione a <em>\u201cesserci\u201d<\/em> e <em>\u201ccontare\u201d<\/em> che, in mancanza di spazi politici autonomi per esprimersi, ha prodotto, per l&#8217;appunto, <strong>un ibrido <em>\u201csingolare\u201d<\/em>: una rivendicazione avanzata di protagonismo sociale incardinata sul terreno estremamente arretrato di un sostanziale giustizialismo<\/strong>, basato su una visione inquisitoria dell&#8217;ordinamento penale e dell&#8217;organizzazione della magistratura, opportunamente riabilitata attraverso la narrazione strumentale di chi si candida a gestire il futuro governo del paese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>E&#8217; necessario quindi disaccoppiare l\u2019analisi<\/strong>, divaricando le valutazioni sull&#8217;infrastruttura politico-propagandistica della campagna referendaria, piegata a un calcolo di profitto elettorale, da quelle sul meccanismo sociale che ha messo in moto o meglio che ha riattivato quella volont\u00e0 di partecipazione e protagonismo sociale in una determinata composizione. Quella offerta dal referendum \u00e8 stata un\u2019occasione di contrariet\u00e0 al governo, un&#8217;occasione che \u00e8 stata sfruttata, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Relazionarsi con questa composizione sociale implica <strong>la messa a verifica del rapporto tra organizzazione e autonomia sociale<\/strong> a partire da occasioni e condizioni che saremo in grado di fornire e costruire a partire dalle nostre mobilitazioni e dal conflitto. <strong>E&#8217; nella conflittualit\u00e0 che si esprime l&#8217;agire libero e quindi autonomo della soggettivit\u00e0.<\/strong> Il periodo storico che stiamo attraversando \u00e8 caratterizzato da sconvolgimenti di enormi proporzioni alimentati da interessi e agglomerati di potere di dimensioni planetarie. <br><strong>Non c&#8217;\u00e8 allo stato proporzione<\/strong> tra i poteri in campo e il livello di conflittualit\u00e0 alla nostra portata. <br><strong>Con quali modalit\u00e0 e in quali forme l&#8217;autonomia pu\u00f2 sviluppare e sedimentare un <em>\u201cconflitto asimmetrico\u201d <\/em><\/strong>capace di essere efficace nonostante la sproporzione dei rapporti di forza?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Una<em> \u201csoggettivit\u00e0 autonoma\u201d<\/em> \u00e8 una <em>\u201csoggettivit\u00e0 rivoluzionaria\u201d<\/em><\/strong>. L&#8217;idea di rivoluzione ci riporta inevitabilmente a recuperare quel grande patrimonio culturale, pratico e politico che \u00e8 stato <strong>lo zapatismo<\/strong>. <br>Un patrimonio che esprime ancora una forza di attrazione e contaminazione, come raccontano i portavoce, senza volto e dall&#8217;alias immortale, delle diverse fazioni della resistenza palestinese. <br><strong>La <em>\u201crivoluzione\u201d<\/em> dunque come componente<em> \u201cimmanente\u201d<\/em> dell&#8217;agire nel presente<\/strong>, come processo <em>\u201cin itinere\u201d<\/em> e permanente, una <em>\u201crivoluzione\u201d<\/em> che si autodefinisce nel percorso, volta no alla conquista del <em>\u201cpalazzo\u201d<\/em>, bens\u00ec alla redistribuzione sociale del potere e del reddito <strong>come dinamica progressiva di insediamento di forme di <em>\u201cpotere altro\u201d<\/em> nel sociale.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Concepire l&#8217;autonomia come forma creatrice, come forza organizzata<\/strong>, significa allora essere in grado di rispondere ad altre domande determinanti: come trasformiamo queste spinte in organizzazione reale? <br>Come garantiamo continuit\u00e0 tra momenti di mobilitazione? <br>Come evitiamo che l\u2019energia politica venga catturata o neutralizzata? <br>Quando una mobilitazione smette di essere un evento isolato e diventa progettualit\u00e0 politica complessiva, capace di unire frammenti di resistenza in un&#8217;unica aspirazione di rottura, allora diventa una vera minaccia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I centri sociali<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I centri sociali<\/strong>, in questo senso, <strong>non possono essere dati per scontati <\/strong>come luoghi automaticamente politici. <br><strong>La loro stessa esistenza oggi \u00e8 attraversata da una crisi di senso<\/strong>: possono ancora essere laboratori politici, oppure rischiano di funzionare come spazi di mera aggregazione o, peggio, come luoghi di riproduzione di codici interni sempre meno leggibili all\u2019esterno?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 evidente che molti dei simboli, dei linguaggi e delle pratiche sedimentate negli anni non risultino pi\u00f9 immediatamente intellegibili per una nuova composizione che pure si affaccia al conflitto.<br><strong>Questo non significa che l\u2019esperienza dei centri sociali sia esaurita, ma che va radicalmente interrogata<\/strong>: non tanto per essere difesa, quanto per essere trasformata. Se <em>\u201cfare male\u201d <\/em>\u00e8 il criterio, allora reimmaginare i centri sociali oggi non pu\u00f2 significare conservarli. Significa rischiare di perderli pur di trasformarli. <br><strong>Se vogliono continuare a esistere come spazi politici, devono misurarsi con la necessit\u00e0 di riaprire i propri codici<\/strong>, di rendersi attraversabili, di produrre forme di organizzazione che non presuppongano appartenenza ma la producano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Spazi di analisi, basi organizzative, strumenti attivi di prossimit\u00e0 territoriale<\/strong>, cabine di regia di vertenze sociali e ambientali. Spazi progettuali liberi e laboratori di sperimentazione dell&#8217;agire politico, di nuove ipotesi di riappropriazione, di forme di vita che si sottraggono allo sfruttamento; nodi dell&#8217;autorganizzazione come alternativa sociale concreta. <strong>I centri sociali rappresentano l&#8217;ambito primario entro cui costruire relazioni, sviluppare autonomia, praticare contropotere materiale<\/strong> a partire dai bisogni primari e ricostruire rapporti di forza in grado di strappare porzioni di diritto &#8211; e, soprattutto, porzioni di vita liberata e dignitosa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Centri sociali come motori che alimentano, estendono, diffondono lo spazio dell&#8217;autonomia nel sociale, come luoghi di organizzazione della soggettivit\u00e0, di organizzazione degli interessi di classe.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Essere disposti a riaprire i propri codici significa essere anche pronti ad abbandonarli. <\/strong><br>Non aggiornarli, non comunicarli meglio: ma lasciarli andare, se necessario. <br>Perch\u00e9 se non producono pi\u00f9 effetti, se non sono pi\u00f9 intellegibili o vengono immediatamente riassorbiti, allora sono un problema, non una risorsa. Vuol dire <strong>accettare l\u2019errore come condizione della prassi politica.<\/strong><br>Non come incidente, ma come metodo. <strong>Smettere di muoversi solo dentro ci\u00f2 che conosciamo<\/strong>, dove sappiamo gi\u00e0 come andr\u00e0 a finire, dove ogni pratica \u00e8 gi\u00e0 riconoscibile. L\u00ec non si apre niente.<br>Vuol dire anche fare i conti con noi stessi. <strong>Attaccare i <em>\u201cvecchi s\u00e9\u201d<\/em> che tornano sotto forma di nostalgia<\/strong>, di pratiche che funzionavano, di immaginari che rassicurano. Non perch\u00e9 fossero sbagliati allora, ma perch\u00e9 riprodotti oggi rischiano al pi\u00f9 di diventare caricature. E le caricature non fanno male a nessuno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Allo stesso tempo, significa muovere altrove<\/strong>. Andare verso terreni che non controlliamo, linguaggi che non padroneggiamo, soggettivit\u00e0 che non ci somigliano. Senza la pretesa di tradurle subito nei nostri schemi.<br>Esporsi, quindi. A un mondo che non \u00e8 pi\u00f9 quello in cui siamo cresciuti politicamente. <br><strong>Un mondo pi\u00f9 frammentato, pi\u00f9 ambiguo, meno leggibile. Forse anche meno governabile. <br>Ma \u00e8 esattamente l\u00ec che si gioca la possibilit\u00e0.<\/strong> Perch\u00e9 <em>\u201cfare male\u201d<\/em>, oggi, non passa dalla ripetizione di pratiche consolidate, ma dalla capacit\u00e0 di aprire campi imprevisti.<br>Dove non siamo gi\u00e0 riconosciuti, dove non siamo gi\u00e0 compatibili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Dentro la realt\u00e0 materiale, contro il sistema che la determina<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Non \u00e8 possibile ridefinire compiutamente il concetto e la pratica dell&#8217;autonomia se non si recupera e attualizza il concetto di <em>\u201cautonomia degli interessi di classe\u201d<\/em>.<\/strong> Non pu\u00f2 esistere una <em>\u201csoggettivit\u00e0 autonoma\u201d <\/em>che non affondi le proprie radici nella capacit\u00e0 di analizzare e praticare l&#8217;autonomia degli interessi di classe. <br>Come definire e individuare oggi gli interessi di classe? <strong>Una domanda che inevitabilmente rimanda anche a cosa \u00e8 la classe oggi e quindi inevitabilmente a cosa oggi possiamo definire come <em>\u201clavoro\u201d<\/em>.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Oggi il <em>\u201cdentro\u201d <\/em>non \u00e8 pi\u00f9<\/strong> solo la fabbrica, l\u2019universit\u00e0, il quartiere.<br><strong>\u00c8 un\u2019infrastruttura diffusa, opaca, fatta di piattaforme, algoritmi, dispositivi <\/strong>che organizzano comportamenti, visibilit\u00e0, relazioni. Per essere dentro questo mondo e nel contempo contro di esso, occorre darsi una propria progettualit\u00e0 e una propria organizzazione. <br><em>\u201cNell\u2019epoca digitale i processi di valorizzazione si basano essenzialmente su un sistema di \u201cflussi\u201d [&#8230;] la \u201cclasse\u201d non si sottrae a questa dinamica generale\u201d<\/em>, affermavamo in <em>Flowing<\/em>, nel 2021.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Una societ\u00e0 algoritmica che non si attraversa semplicemente occupando spazi, ma entrando nei flussi che producono realt\u00e0. \u201c<em>Dentro\u201d<\/em>, allora, significa stare in questi circuiti, comprenderli, usarli, forzarli. <br>Ma per farlo serve una rottura netta:<\/strong> il linguaggio e le pratiche non possono pi\u00f9 essere quelli del movimentismo ereditato che rischiano di tradursi in politichese. Non funzionano l\u00ec dentro, non aprono, non incidono. A volte insistiamo su contenuti giusti, su pratiche anche efficaci, ma le esprimiamo in forme che questo tempo non riconosce, o peggio, neutralizza immediatamente. <strong>Dobbiamo saper interpretare le condizioni politiche, sociali, economiche, culturali e tecnologiche entro le quali ci troviamo ad agire.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201c<em>E se la classe \u201cin s\u00e9\u201d assume le caratteristiche di un flusso dinamico di persone, vite e conoscenze, la classe \u201cper s\u00e9\u201d, ovvero il processo di soggettivazione, <\/em><em>assume <\/em><em>tendenzialmente <\/em><em>le <\/em><em>caratteristiche <\/em><em>della <\/em><em>capacit\u00e0 <\/em><em>di \u201cre-direct\u201d del flusso, ovvero della sua deviazione. [\u2026] <\/em><em>Il <\/em><em>flusso <\/em><em>travolge <\/em><em>e <\/em><em>valorizza <\/em><em>tutto <\/em><em>ci\u00f2 <\/em><em>che <\/em><em>ne <\/em><em>fa <\/em><em>parte, <\/em><em>anche <\/em><em>le <\/em><em>forme <\/em><em>di \u201cdialettica critica\u201d, laddove questa non si traduca in una deviazione, strozzatura, ostruzione del flusso.\u201d (Flowing, 2021)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Dove individuiamo il punto di <em>\u201cdeviazione, strozzatura, ostruzione del flusso\u201d<\/em>? Come materializziamo il <em>nostro<\/em> stretto di Hormuz?<\/strong> Attraverso quale <em>\u201corografia\u201d<\/em> della cooperazione sociale possiamo immaginare politicamente di sottrarre e assumere il controllo del flusso?<br><strong>\u201c<em>Contro\u201d<\/em>, allora<\/strong>, non pu\u00f2 essere opposizione esterna, ma <strong>capacit\u00e0 di deviare e riscrivere quei flussi con codici nuovi, opachi al recupero, capaci di produrre attrito reale.<\/strong><br>Non adattarsi, ma disallinearsi. Non parlare meglio, ma parlare altrove.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019autonomia, nella sua storia<\/strong>, non \u00e8 mai stata una forma fissa, ma <strong>una pratica in continua trasformazione.<\/strong> Proprio <strong>nei momenti di crisi e di chiusura degli spazi politici tradizionali ha saputo reinventarsi<\/strong>: ideando nuove modalit\u00e0 di organizzazione, ibridando strumenti, ridefinendo linguaggi e terreni di intervento. <br>Dalle esperienze di autogestione ai percorsi di mutualismo, dalle pratiche di inchiesta militante alle forme di coordinamento reticolare, l\u2019autonomia <strong>ha mostrato di poter produrre prassi politiche inedite a partire dai bisogni e dalle contraddizioni del presente.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Oggi questa capacit\u00e0 di reinvenzione torna ad essere decisiva<\/strong>: non si tratta di applicare modelli dati, ma di sperimentare, contaminare, produrre nuovo immaginario, aprire processi che sappiano tenere insieme conflitto e costruzione, immediatezza e prospettiva.<br><strong>L\u2019autonomia, se \u00e8 davvero creatrice<\/strong>, non \u00e8 nostalgia n\u00e9 testimonianza.<br><strong>\u00c8 capacit\u00e0 di anticipazione. \u00c8 capacit\u00e0 di determinare i rapporti di forza a partire da ci\u00f2 che gi\u00e0 esiste, ma che ancora non ha forma.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Oggi pi\u00f9 che mai, di fronte a una crisi profonda delle forme tradizionali della politica, questa prospettiva non \u00e8 un\u2019opzione tra le altre. \u00c8 una necessit\u00e0.<\/strong><br>Se quella <em>\u201cvoglia di essere\u201d <\/em>che abbiamo visto emergere non vuole esaurirsi in un gesto episodico o essere riassorbita da ci\u00f2 che gi\u00e0 conosciamo, deve trovare nell\u2019autonomia non un rifugio, ma un terreno fertile di sedimentazione. <strong>Un terreno in cui l\u2019organizzazione non soffochi la spontaneit\u00e0, ma la renda efficace; in cui il conflitto non sia solo espressione, ma trasformazione.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 una sfida aperta. Ma \u00e8 anche, probabilmente, l\u2019unico modo per dare continuit\u00e0 e senso a ci\u00f2 che si \u00e8 mosso, per tornare a incidere davvero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Centri Sociali Marche<\/em><\/strong><em> &#8211; Gennaio \/ Aprile 2026<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un contributo frutto della discussione interna alla comunit\u00e0 politica dei Centri Sociali delle Marche negli ultimi mesi Pubblichiamo un contributo<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":8186,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"colormag_page_container_layout":"default_layout","colormag_page_sidebar_layout":"default_layout","h5ap_radio_sources":[],"wp_social_preview_title":"","wp_social_preview_description":"","wp_social_preview_image":0,"footnotes":""},"categories":[288,167,3],"tags":[294],"class_list":["post-8183","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-autonomia-costituente","category-contributi","category-long-form","tag-autonomia-costituente"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8183","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=8183"}],"version-history":[{"count":16,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8183\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":8208,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8183\/revisions\/8208"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/8186"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=8183"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=8183"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=8183"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}