{"id":8003,"date":"2026-05-14T12:02:29","date_gmt":"2026-05-14T10:02:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.glomeda.org\/?p=8003"},"modified":"2026-05-14T12:52:41","modified_gmt":"2026-05-14T10:52:41","slug":"la-guerra-che-trasforma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2026\/05\/14\/la-guerra-che-trasforma\/","title":{"rendered":"La guerra che trasforma"},"content":{"rendered":"\n<h6 class=\"wp-block-heading\"><em><strong>Laboratorio politico a cura di Glomeda.org \/ 6 giugno &#8211; Fano, Spazio Autogestito Grizzly<\/strong><\/em><\/h6>\n\n\n\n<p><strong>LA GUERRA CHE TRASFORMA<\/strong><br><em>Per una prospettiva politica autonoma, dentro e contro il regime di guerra<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>La guerra non \u00e8 e non \u00e8 mai stata solo un fatto militare<\/strong>, sia essa <em>\u201ctradizionale\u201d<\/em>, ibrida o cibernetica, sia essa asimmetrica o <em>boots on the ground.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>La guerra \u00e8 un dispositivo molto pi\u00f9 complesso<\/strong> rispetto alla sua <em>\u201csemplice\u201d<\/em> dimensione bellica, che investe profondamente l\u2019agire sociale e le sue relazioni, cos\u00ec come le forme di vita.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La guerra, o meglio, il <em>regime di guerra<\/em> <\/strong>nel quale a livello globale siamo pienamente immersi, <strong>\u00e8 un apparato totalizzante<\/strong>, un meccanismo totale innescato dalle singole vicende militari, che sta ridefinendo complessivamente la forma del vivere sociale.<br><strong>Una ridefinizione radicale che sta travolgendo<\/strong>, con intensit\u00e0 diverse ed effetti differenti a seconda delle latitudini, <strong>il mondo per come lo conoscevamo fino a pochi anni fa.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La guerra non \u00e8 un <em>Moloch,<\/em> \u00e8 prima di tutto <strong>un articolato di rapporti di forza, rapporti di produzione e relazioni sociali<\/strong>, che segue linee di sviluppo imposte dal capitale, dove la posta in palio non \u00e8 primariamente la distruzione del nemico, ma la produzione, singolare e collettiva, di soggettivit\u00e0 disposte ad obbedire passivamente e ad accettare <em>\u201cnaturalmente\u201d<\/em> la sua inevitabilit\u00e0.<br><br><strong>Dove l&#8217;obiettivo \u00e8 la trasformazione di ogni rapporto, politico, economico e culturale<\/strong> che il dispositivo della guerra impone, ottemperando alle strategie di riassetto globale dettate dal capitale. <br><strong>La guerra che cambia, trasforma in profondit\u00e0 <\/strong>e, contestualmente, consente di contrarre al massimo livello il tempo dei cambiamenti.<br>Nel volgere di una finestra temporale estremamente ridotta <strong>l\u2019intero impianto istituzionale internazionale \u00e8 stato travolto<\/strong>, violato dall&#8217;interno, <strong>segnato irrimediabilmente da una frattura esercitata dall&#8217;alto<\/strong>, nel tentativo di riaffermare il dominio occidentale sui processi di accumulazione capitalistica.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La crisi climatica \u00e8 stata cancellata dalle agende<\/strong>, l&#8217;<em>establishment<\/em> fossile \u00e8 tornato ad affermare la sua centralit\u00e0, sussumendo nelle sue logiche estrattiviste e predatorie su larga scala anche le potenzialit\u00e0 della cosiddetta transizione energetica, che in via complementare e sussidiaria alimentano la stessa macchina bellica energivora.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La <em>\u201cdemocrazia liberale\u201d<\/em> <\/strong>cos\u00ec come l\u2019abbiamo conosciuta <strong>\u00e8 stata intaccata nei suoi assi portanti<\/strong>, <em>in primis <\/em>quello dell\u2019intermediazione del diritto, soppiantata, in forma diretta e rivendicata, dall\u2019uso della forza militare e della potenza economica, esercitate stracciando il dogma ideologico del libero mercato. <br><strong>Ridurre il processo innescato dalla guerra diffusa e costituente<\/strong> che ci sta risucchiando <strong>alla problematica di una <em>\u201csvolta autoritaria\u201d<\/em><\/strong> indotta dai governi di destra, <strong>significa ignorare la vastit\u00e0 dei cambiamenti in atto<\/strong> e l\u2019evidente corresponsabilit\u00e0, scelta o subita poco importa, che in essi svolgono i governi, a prescindere dalla matrice politica della loro compagine.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Guerra e capitale, nel loro binomio inscindibile e nella loro relazione di continua reciprocit\u00e0<\/strong>: un rapporto non sempre lineare e unilaterale, ma ciononostante <em>\u201csistemico\u201d<\/em>, all\u2019interno del quale la guerra, in un contesto complesso caratterizzato dalla <strong>scarsit\u00e0 di risorse disponibili<\/strong> e dalla <strong>parabola discendente del dominio occidentale<\/strong>, rappresenta la soluzione pi\u00f9 immediata per rompere e ricomporre nuovi equilibri, quindi nuovi margini di profitto, cio\u00e8 di potere, economico e politico insieme.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questo punto di vista <strong>il ruolo delle <em>big tech<\/em> nel modello attuale di guerra diffusa \u00e8 esemplare<\/strong>: la loro capacit\u00e0 infrastrutturale \u00e8 irrinunciabile e spazia senza soluzione di continuit\u00e0 dalla guerra all\u2019economia, dalla propaganda al controllo sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>Al di l\u00e0 di possibili scenari futuribili, <strong>quello che \u00e8 il paradigma della nostra contemporaneit\u00e0<\/strong>, qui ed ora, \u00e8 il tentativo antropologico, prima che sociale, dell\u2019<strong>imposizione della forma della guerra<\/strong> come modalit\u00e0 di costruzione del nostro mondo, delle nostre vite e dei nostri pensieri.<br><br><strong>Un&#8217;imposizione<\/strong> violenta, diretta e brutale, ma al contempo sfumata e silenziosa nella ricerca consensuale della sua accettazione.<br><strong><em>\u201cSiamo in guerra\u201d<\/em>, ci dicono<\/strong>, fatevene una ragione e adeguatevi.<br><strong>Allo stesso tempo ce ne persuadono<\/strong> e ci invitano ad arruolarci e ad arruolare.<\/p>\n\n\n\n<p>Proprio in questo scenario di condizionamento profondo, <strong>sorge l&#8217;urgenza di rivendicare un posizionamento politico e culturale autonomo<\/strong> rispetto allo scenario bellico attuale.<br><br><strong>\u00c8 necessario sottrarsi attivamente<\/strong> alla trappola della narrazione dominante che risolve la complessit\u00e0 dei processi in atto riducendola a una rappresentazione di opposizioni binarie che, mistificando il terreno reale di contesa della conflittualit\u00e0, prova a riassorbire anch&#8217;essa dentro a un quadro di compatibilit\u00e0 all&#8217;arruolamento.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dicotomie che forzando una semplificazione interessata<\/strong>, definiscono solo in superficie parti in causa e attori coinvolti, dicotomie che se mai abbiano avuto una funzione interpretativa, oggi appaiono del tutto inservibili e puramente strumentali a soffocare ogni pensiero critico, a restringere ogni agibilit\u00e0 al dissenso.<br><br><strong>Affermare una postura autonoma<\/strong> non vuol dire rifugiarsi in una neutralit\u00e0 astratta, ma al contrario <strong>significa dotarsi di una <em>presa di parola<\/em> chiara e netta<\/strong>, che sia <strong>riconoscibile nella sua radicale incompatibilit\u00e0<\/strong>, <strong>che sfidi l&#8217;<em>indicibile<\/em><\/strong> e sia capace di misurarsi con la cruda materialit\u00e0 dei conflitti globali in corso e delle conseguenze da questi indotte.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;individuazione delle <strong>traiettorie asimmetriche<\/strong> nella ridefinizione del potere globale; il <strong>rifiuto di un&#8217;equidistanza acritica<\/strong> che equipara l&#8217;opzione imperiale in declino alle polarit\u00e0 consolidate di nuova dominanza mondiale e alle potenze emergenti; l&#8217;<strong>assunzione di una prospettiva conflittuale<\/strong>, dal <em>fronte interno<\/em> al campo occidentale; la <strong>distinzione inequivocabile<\/strong> tra aggressione israelo-statunitense e difesa legittima nei paesi aggrediti come l&#8217;Iran; il <strong>riconoscimento dell&#8217;esperienza dei movimenti di resistenza<\/strong> e liberazione post-coloniale in Asia occidentale.<br><br><strong>Questi nodi centrali<\/strong> non possono pi\u00f9 essere elusi o semplificati, ma devono costituire la <strong>base da cui tracciare un discorso politico autonomo <em>sulla<\/em> guerra e <em>nella<\/em> guerra<\/strong>.<br>Solo attraverso questa <em>intelleggibilit\u00e0 politica<\/em> \u00e8 possibile <strong>aprire spazi di possibilit\u00e0 e di reale alternativa<\/strong> che la logica dell&#8217;obbedienza bellica vorrebbe precluderci.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio ricordavamo come nella <strong>ridefinizione operata dal regime di guerra<\/strong>, il suo impatto presente sia molto diversificato a seconda delle latitudini, una frase forse banale e scontata.<br><br><strong>Evidentemente non viviamo sulla nostra pelle<\/strong> morte e distruzione, bombardamenti, pulizia etnica e genocidi. Se questo \u00e8 senza dubbio vero, sappiamo bene come tutta <strong>la macchina bellica parta esattamente dai nostri territori<\/strong>.<br><br><strong>Una macchina integrata nella sua dimensione economica e politica<\/strong>, che agisce sul piano della propaganda di guerra, che opera nella produzione di sistemi d\u2019arma e tecnologie d\u2019<em>intelligence<\/em>, che segue catene logistiche di forniture e approvvigionamenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Dentro la dimensione globale ed infrastrutturale delle guerre, \u00e8 impossibile non comprendere <strong>la natura logistica e <em>\u201corganica\u201d <\/em>di un complesso militare industriale diffuso<\/strong>, proprio perch\u00e9 specializzato e diversificato al suo interno.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo processo che in prima battuta pu\u00f2 risultare astratto e distante da noi, lo possiamo osservare <strong>in atto e in costante e continua esecuzione nelle citt\u00e0 che abitiamo<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La guerra cambia anche le nostre citt\u00e0. La guerra trasforma i nostri territori.<\/strong><br><strong>La guerra rompe e stravolge le relazioni economiche ed i legami sociali<\/strong> dei luoghi in cui viviamo. <br><strong>La guerra <em>\u201carruola\u201d<\/em> le nostre vite<\/strong>, seppur senza farci indossare le divise: arruola il nostro lavoro, le risorse che produciamo, l\u2019economia dei nostri territori, l\u2019informazione e la cultura che ci circondano.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I luoghi del sapere e della formazione<\/strong>, le universit\u00e0 come le scuole, dai gradi inferiori a quelli superiori, sono <strong>attraversati senza distinzione da una propaganda di guerra<\/strong> sempre pi\u00f9 spinta.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli snodi ferroviari, come quelli portuali e aereo-portuali<\/strong> sono sempre pi\u00f9 parte integrante del <strong>sistema logistico nella macchina bellica<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>A fronte di un\u2019industria convenzionale sempre pi\u00f9 abbandonata a s\u00e9 stessa ed in perenne crisi, orfana di piani credibili d&#8217;investimento, <strong>la produzione civile di interi distretti viene riconvertita in produzione bellica<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quelle aree di sacrificio<\/strong> che hanno pagato il prezzo del dogma della crescita comandato dagli apparati nazionali dell&#8217;<em>oil&amp;gas<\/em>, della chimica come del siderurgico, <strong>sono riadattate in aree di servit\u00f9 multinazionali ad esclusione strutturale<\/strong>, con logiche ancora pi\u00f9 brutali e restie ad ogni mediazione politica, <strong>aggravando la nocivit\u00e0 del disastro ambientale<\/strong> sofferto dai nostri territori.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le basi militari Nato o ad uso esclusivo statunitense<\/strong>, dal Nord al Sud fino alle Isole, funzionano a pieno ritmo nel sostenere la macchina bellica, <strong>trasformando quei territori in veri e propri <em>hub<\/em> militari<\/strong> a sovranit\u00e0 limitata e condizionata agli interessi della guerra.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>A fronte di tutto ci\u00f2<\/strong> &#8211; e gli esempi potrebbero essere tanti altri &#8211; quello che sempre pi\u00f9 di frequente si sta verificando negli ultimi mesi \u00e8 la messa in campo, da parte dei movimenti sociali radicati in quei territori, di <strong>strumenti di lotta per opporsi all\u2019<em>\u201carruolamento\u201d<\/em><\/strong><em>,<\/em> per rifiutare la propaganda di guerra e insieme rallentare e inceppare, attraverso blocchi, scioperi e azioni dirette, la filiera di trasporto e approvvigionamento di forniture di armi e componentistica militare.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Se la guerra parte dalle nostre latitudini, allora \u00e8 qui che noi dobbiamo provare a sabotarla e a combatterla.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Se la guerra sta cambiando i nostri territori, allo stesso modo le lotte, <\/strong>producendo un accumulo capace di sedimentare un\u2019opposizione sociale reale,<strong> possono cambiare di segno alle trasformazioni di quegli stessi territori<\/strong>, rendendoli ostili ed insubordinati alla logica di obbedienza e sudditanza alle guerre imposte e ai genocidi, <strong>facendone luoghi di rinnovata resistenza e di liberazione.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Glomeda.org<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Laboratorio politico a cura di Glomeda.org \/ 6 giugno &#8211; 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