{"id":6966,"date":"2026-02-27T14:30:09","date_gmt":"2026-02-27T13:30:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.glomeda.org\/?p=6966"},"modified":"2026-04-03T13:02:10","modified_gmt":"2026-04-03T11:02:10","slug":"dentro-la-tempesta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2026\/02\/27\/dentro-la-tempesta\/","title":{"rendered":"Dentro la tempesta"},"content":{"rendered":"\n<h6 class=\"wp-block-heading\"><strong><em>Riprendiamo e pubblichiamo un contributo originariamente apparso su<\/em><\/strong> <strong><a href=\"https:\/\/actamedia.org\/dentro-la-tempesta-tre-sfere-di-discussione-e-una-postilla-per-il-dibattito-collettivo\/\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/actamedia.org\/dentro-la-tempesta-tre-sfere-di-discussione-e-una-postilla-per-il-dibattito-collettivo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Actamedia.org <\/a>&#8216;<\/strong><em><strong>Tre sfere di discussione e una postilla per il dibattito collettivo&#8217; , un contributo di Laboratorio Crash Bologna<\/strong><\/em><\/h6>\n\n\n\n<p><em>Il mondo \u00e8 entrato in una fase di politica demolitrice. La distruzione radicale \u2013 piuttosto che riforme attente e correzioni graduali delle politiche \u2013 \u00e8 all\u2019ordine del giorno. [\u2026] Di conseguenza, a pi\u00f9 di 80 anni dall\u2019inizio della sua costruzione, l\u2019ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra \u00e8 ora in fase di distruzione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u201c<em>Under Destruction\u201d, Munich Security Report, febbraio 2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Iniziare un documento come questo citando il report della Munich Security Conference (uno dei pi\u00f9 importanti forum sulle politiche della sicurezza internazionale, a cui ogni anno partecipano capi di stato, generali, etc.) pu\u00f2 risultare straniante, ma \u00e8 un segno dei tempi e la limpida affermazione di un momento storico che ha dinamiche davvero inedite.&nbsp;<strong>Viviamo in uno spartiacque, una linea di separazione tra due periodi storici<\/strong>. <br>Dentro una linea tempestosa.<\/p>\n\n\n\n<p>Con queste riflessioni vorremmo&nbsp;<strong>contribuire a un dibattito sulle forme di lotta e le ipotesi politiche sovversive, di parte, autonome, da costruire in questa turbolenza. <\/strong><br><strong>Con l\u2019ambizione di arrivare a costruire in modo collettivo una proposta politica complessiva, fuori dalle secche della geopolitica, dentro il terreno dei conflitti sociali<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Proviamo a farlo cercando di restituire dei tratti del nostro dibattito a partire da tre sfere di discussione: proponendo alcuni riquadri per interpretare la fase, delle riflessioni sulle forme di azione politica, e alcuni lineamenti su proposte di lotta. Per chiudere con una postilla.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>1. Riquadri<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Da dove partiamo? Ucraina? Gaza? Sudan? Venezuela? Iran? Groenlandia? Siria? \u2026? <br>Ogni settimana si organizzano presidi per invocare la cessazione delle aggressioni militari. <br>Eppure, troppo spesso, ci si accorge di non aver fatto un centimetro di strada, correndo il rischio di trasformare la militanza in una rappresentazione inefficace. Dall\u2019altra parte della barricata si agisce diversamente, dentro regole del gioco che sono cambiate. Da un lato, le iper-semplificazioni, gli slogan facili, i posizionamenti da comfort zone ideologica, non funzionano. Allo stesso tempo, senza una capacit\u00e0 di&nbsp;<em>tagliare politicamente la complessit\u00e0<\/em>, il rischio \u00e8 l\u2019inazione, lo stare ferme. Dentro questa tensione, dentro una mappa del mondo in velocissima trasformazione, oggi difficile da abitare, proviamo a fissare alcune coordinate generali e alcuni spartiacque, a partire dal fissare un&nbsp;<em>turning point<\/em>&nbsp;storico: la pandemia planetaria del 2020.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Coordinate della fase:<\/em><\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><em>Crisi egemonica statunitense:<\/em>&nbsp;al di l\u00e0 delle diverse letture (crisi dell\u2019unipolarismo o tensioni del multipolarismo), \u00e8 un\u2019evidenza leggibile tanto nella situazione di pre-guerra civile interna quanto nella proiezione <em>\u201cemisferica\u201d<\/em> della nuova visione USA.<\/li>\n\n\n\n<li><em>Congiuntura di guerra<\/em>: processi di militarizzazione che si esprimono nella moltiplicazione degli scenari bellici, nell\u2019economia politica del riarmo e nell\u2019inasprimento del disciplinamento sociale.<\/li>\n\n\n\n<li><em>Ascesa dell\u2019 \u201cInternazionale nera\u201d<\/em>: una matrice reazionaria comune che, a diverse latitudini, guida o tenta di guidare la nuova fase politica planetaria, adattandosi ai contesti nazionali (Trump, Meloni, Milei, Le Pen, AFD, etc.).<\/li>\n\n\n\n<li><em>Tecno-autoritarismo<\/em>: la torsione della cosiddetta<em> \u201crivoluzione digitale\u201d<\/em> dopo la sua fase progressista (neoliberalismo inclusivo della Silicon Valley), dentro un\u2019accelerazione di AI, robotica e piattaforme governata da oligarchie, monopoli e visioni autoritarie che intensificano la polarizzazione economica e sociale.<\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p><strong>Questo non \u00e8 un quadro di <em>\u201cordine\u201d<\/em>, n\u00e9 i suoi protagonisti perseguono la stabilit\u00e0<\/strong>. <br>Scavare politicamente in tale scenario significa cercare contraddizioni, punti deboli delle controparti, zone di rottura, evitando ubriacature ideologiche, automatismi analitici e chiavi di lettura universalizzanti. <br>Il richiamo al <em>\u201cdiritto internazionale\u201d<\/em> nel 2026 \u00e8 una direzione bizzarra, dopo che la sua parvenza ideologica \u00e8 stata demolita dallo stesso attore che l\u2019ha storicamente prodotto: gli Stati Uniti, attraverso trent\u2019anni di invasioni <em>\u201cillegali\u201d<\/em> per quello stesso diritto. Che oggi potenze come Cina o Brasile lo rivendichino \u00e8 comprensibile e legittimo per loro; la domanda \u00e8 se&nbsp;<em>noi<\/em>&nbsp;dobbiamo stare su quel terreno, fino ad adottarne le lenti liberali (societ\u00e0 civile, governance, ordine globale). La risposta \u00e8 evidentemente negativa. <br>Cos\u00ec come la ricerca di un nuovo ordine non \u00e8 certo il nostro compito. Non sta a noi proporre ricette globali: dobbiamo rifiutare politicamente la chiusura intrinseca alla stagnazione del&nbsp;<em>tutto<\/em>&nbsp;per rivendicare quella apertura, illimitatezza e movimento del&nbsp;<em>farsi parte<\/em>. Dobbiamo accogliere ci\u00f2 che il termine stesso ci impone, e cio\u00e8 l\u2019incompletezza, la differenza, la contraddizione, rendendoli attributi di forza.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che viviamo \u00e8 anche un&nbsp;<em>effetto boomerang<\/em>&nbsp;imperiale. Negli USA, decenni di guerre esterne hanno prodotto una militarizzazione interna che oggi si condensa nell\u2019operato dell\u2019ICE e nelle pratiche di controllo metropolitano di agenti che operano come fossero in <em>\u201cterritorio nemico\u201d<\/em>, senza che questo rappresenti una novit\u00e0 esclusivamente trumpiana. Cos\u00ec come non \u00e8 certo casuale che Meloni parli delle recenti manifestazioni in Italia come popolate di <em>\u201cnemici della nazione\u201d<\/em>. Ma l<strong>\u2019internazionale nera si muove nelle dinamiche di guerra civile embrionale giocando dentro una forzatura del quadro costituzionale, non nella sua rottura<\/strong>. <br>\u00c8 sempre stato cos\u00ec: le esperienze reazionarie piegano l\u2019ordine esistente ai loro fini, non lo spezzano. La rottura, storicamente, \u00e8 stata invece praticata dai movimenti comunisti e dalle lotte di classe: costruzione di&nbsp;<em>altro<\/em>&nbsp;potere, eccezione reale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>2. Forme di azione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>La sollevazione di fine estate\/inizio autunno per la Palestina globale ha rappresentato uno spartiacque soggettivo, riportando in campo elementi gi\u00e0 presenti nel <em>\u201cdecennio delle rivolte\u201d<\/em> (2010\u20132020): tratti insorgenti delle mobilitazioni; diffusione virale, tempistica e ritmica<em> \u201cda social media\u201d<\/em>; enigmi organizzativi; legami spesso invisibili ma reali tra dimensione internazionale e territoriale<\/strong>. <br>Ha riqualificato in modo straordinario cosa significhi oggi <em>\u201csciopero generale\u201d<\/em>, ha fatto davvero paura. <br>Allo stesso tempo, \u00e8 emersa con forza l\u2019impossibilit\u00e0 di garantire una durata a quel sommovimento attraverso <em>\u201cscorciatoie\u201d<\/em>: n\u00e9 la semplice linearit\u00e0 monotematica del <em>\u201ccontinuiamo sulla Palestina\u201d<\/em> (come se si trattasse di costruire campagne<em> \u201csu\u201d<\/em>, e non invece intrecciare lotte<em> \u201cper\u201d<\/em> e <em>\u201ccon\u201d<\/em>), n\u00e9 lo spostamento meccanico sull\u2019opposizione al governo o alle politiche di riarmo (necessit\u00e0 vere e urgenti ma che, anche qui, non possono essere generate con manovre eterodirette).<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le persone si mobilitano se percepiscono che la loro azione&nbsp;<\/strong><em><strong>conta<\/strong><\/em><strong>, se incide sui rapporti di forza<\/strong>. <br>In tal senso, anche la scorciatoia elettoralistica \u2013 tra frontismo democratico e settarismi di varia natura \u2013 non offre risposte credibili davanti alla richiesta di lotta e pretesa. Ma dobbiamo anche dirci che la metodologia della&nbsp;<em>convergenza<\/em>, pur essendo uno sguardo importante per smarcarsi dal pericolo dell\u2019autoreferenzialismo, ha mostrato limiti strutturali in una fase radicalmente mutata. La risposta nazionale allo sgombero di Askatasuna ha di certo rappresentato una boccata d\u2019aria fresca in tale panorama, coniugando una mobilitazione quantitativamente significativa con eruzioni di forza sociale qualitativamente importanti, affermando una netta indisponibilit\u00e0 al comando e alla paura come forme di governo. <br>Da settembre a oggi, il movimento del <em>\u201cBlocchiamo tutto\u201d<\/em> ha attestato la sua capacit\u00e0 di riconvocarsi laddove ha individuato la possibilit\u00e0 di agire concretamente, disertando i palcoscenici ed<em> \u201cesplodendo\u201d<\/em> laddove si sono sviluppate proficue sincronizzazioni tra realt\u00e0 organizzate e <em>\u201csentimenti\u201d<\/em> diffusi socialmente.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 questo il luogo per approfondire un\u2019analisi di come si sia definito il rapporto tra <em>\u201cl\u2019evento\u201d<\/em> di inizio autunno e i processi che l\u2019hanno reso possibile e che rimangono aperti. Di certo le novit\u00e0 di quella <em>\u201crivolta\u201d<\/em> dovrebbero essere prese sul serio. Quel <em>\u201cblocchiamo tutto\u201d<\/em> \u00e8 stato invece visto talvolta quasi con fastidio, come un\u2019anomalia, un\u2019irruzione episodica, e ora si torna a quel che si stava facendo prima. <br>Oppure \u00e8 stato quasi letto come il prodotto lineare di forme organizzate pre-esistenti. <br>Non siamo riuscite, in senso generale, a produrre a caldo un\u2019assemblea nazionale, un momento di confronto, elaborazione e rilancio del movimento nel corso dell\u2019autunno. \u00c8 stato un evidente limite politico. <br>Da quel vuoto si sono definite varie ipotesi in questi mesi, da quella della coalizione a quella prettamente elettoralistica, dal rilancio di una nuova Flotilla a terreni di gioco <em>\u201cnecessari\u201d<\/em> anche se non scelti come quello della difesa rispetto agli spazi sociali.&nbsp;<strong>Stiamo dunque uscendo dall\u2019inverno con un\u2019agenda di lotta primaverile che \u00e8 importante, ma che rischia di replicare uno schema gi\u00e0 visto: una successione di singoli pezzi (tutti fondamentali!) che per\u00f2 non riesce a produrre un\u2019ondata sociale e un\u2019opzione politica complessiva ma solo una serie di iniziative<\/strong>&nbsp;\u2013 dal 5 marzo studentesco contro la guerra allo sciopero transfemminista, dal 28 marzo romano alla Flottilla, dal 25 aprile al Primo maggio, alle varie mobilitazioni internazionaliste, etc.<\/p>\n\n\n\n<p>Di fronte a queste domande ed esigenze pensiamo sia importante l\u2019apertura di un cantiere di elaborazione politica su come poter strutturare un\u2019opzione autonoma, cercando un nuovo&nbsp;<em>salto in avanti<\/em>. <br>Possiamo finalmente lasciarci alle spalle il piangersi addosso del <em>\u201cnon sta succedendo niente\u201d<\/em> o la romanticizzazione di passate epoche di movimento. \u00c8 un momento storico denso di possibilit\u00e0, in cui la crisi che attraversiamo nel formulare proposte politiche complessive ed efficaci pu\u00f2 essere guardata come una&nbsp;<em>crisi di crescita<\/em>: delle militanze, delle forme aggregative, della territorializzazione, del raggio d\u2019azione, delle possibilit\u00e0 di rottura. Una crisi che, evidentemente, non garantisce esiti positivi di per s\u00e9.&nbsp;<br><strong>Serve insieme pazienza strategica e capacit\u00e0 di uscire dalle comfort zone militanti, rompendo routine e automatismi. Il pensiero strategico nasce da questa frizione: tra immediato e lungo periodo, tra lotte situate e orizzonte di liberazione, tra piano sociale e piano politico<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi un<em> \u201cagire rivoluzionario\u201d<\/em> va&nbsp;<em>inventato<\/em>&nbsp;per le nostre latitudini, dentro un\u2019Europa che si periferizza sempre pi\u00f9. Paradossalmente, proprio questa perdita di centralit\u00e0 potrebbe aprire possibilit\u00e0 di rottura inedite. <br>\u00c8 un\u2019ipotesi da esplorare, non una certezza. Quello che ci sembra necessario \u00e8&nbsp;<strong>ripensare con forza il tema del conflitto e dell\u2019autonomia. Autonomia&nbsp;<\/strong><em><strong>\u00e8<\/strong><\/em><strong>&nbsp;conflitto, cos\u00ec come la ricerca del conflitto va tenuta insieme alla costruzione di autonomia. Non come alternative, ma come tensione permanente tra accumulazione di forza e scontro con le controparti<\/strong>. Se la crisi che attraversiamo, come<em> \u201cnoi\u201d<\/em> inteso in senso ampio, \u00e8 crisi di crescita, ci\u00f2 richiede trasformazione. Lasciando alle spalle modalit\u00e0 organizzative del passato, e provando ad assumere il punto di vista della lotta di classe nel non chiedersi solo cosa \u00e8 possibile&nbsp;<em>ottenere<\/em>&nbsp;con il nostro agire, ma anche cosa \u00e8 necessario&nbsp;<em>colpire<\/em>. Il criterio non \u00e8 l\u2019inclusivit\u00e0, ma l\u2019efficacia. <br>Non la rappresentanza, ma l\u2019aumento reale dei rapporti di forza.<\/p>\n\n\n\n<p>I centri sociali, le assemblee permanenti, i rituali militanti hanno prodotto in passato identit\u00e0 e attivazione sociale, ma oggi tendono a ristagnare nella propria&nbsp;<em>inerzia<\/em>. Lontano dall\u2019autoreferenzialit\u00e0 e dalla riproduzione dei singoli collettivi,&nbsp;<strong>l\u2019autonomia non \u00e8 uno spazio, n\u00e9 una tradizione da difendere: \u00e8 una pratica di rottura che vive solo se si sposta, se attraversa, se organizzandosi disorganizza il campo nemico<\/strong>. <br>Su questo pensiamo che sia necessario anche cominciare a sperimentare nuove modalit\u00e0 di stare nel terreno di battaglia della comunicazione, dentro e contro le piattaforme digitali e gli attuali sistemi informativi, ma anche sviluppando infrastrutture autonome. E cercando di <em>\u201cguardarci dall\u2019esterno\u201d <\/em>rispetto a quello che stiamo <em>\u201cproponendo\u201d <\/em>con il nostro agire. Quello che oggi <em>\u201cmanca\u201d<\/em> \u00e8 una capacit\u00e0 di parlare anche di una condizione economica che da anni vede aumentare l\u2019impoverimento generalizzato, la proletarizzazione, ma senza trovare voci o risposte che sul <em>\u201ccaro-vita\u201d <\/em>propongano iniziative di lotta. Lo sviluppo di&nbsp;<em>contropotere&nbsp;<\/em>rispetto all\u2019impoverimento, il conflitto sulla riproduzione sociale, sui tagli alla sanit\u00e0, sulle espulsioni urbane, su quello che in termini sloganistici possiamo chiamare welfare&nbsp;<em>vs<\/em>&nbsp;warfare, ci pare un terreno strategico da immaginare.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>3. Proposte di lotta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il&nbsp;<em>nostro<\/em>&nbsp;nodo di fondo. Il rischio che abbiamo di fronte, dopo la <em>\u201csollevazione\u201d<\/em> che abbiamo alle spalle, \u00e8 un ritorno alle piccole rivendicazioni, slegate da un orizzonte di trasformazione generale. <br>Il problema centrale resta il&nbsp;<em>legame materiale<\/em>&nbsp;tra: lotte situate e territoriali \u2013 dimensione internazionale della fase \u2013 costruzione di un orizzonte complessivo di rottura. Assumere il punto di vista della&nbsp;<em>lotta di classe<\/em>, e non quello del governo, delle compatibilit\u00e0 o della gestione dell\u2019esistente, \u00e8 una linea di demarcazione. <br>Questo non significa che le lotte sociali siano sufficienti a organizzare la rottura politica. <br>Ma nemmeno l\u2019inverso, che basti una dimensione politica senza dinamica sociale. <br>Va ripensato il<em> \u201crapporto\u201d<\/em> tra autonomia di classe e autonomia del politico. <br>Di nuovo, senza scorciatoie possibili.<\/p>\n\n\n\n<p>Chi siamo e come agiamo? La domanda sull\u2019agire riguarda direttamente la nostra identit\u00e0 politica. <br>L\u2019identit\u00e0 non \u00e8 un qualcosa che si disegna a tavolino: \u00e8 quel che&nbsp;<em>si fa<\/em>&nbsp;e come questa azione viene socialmente percepita che definisce l\u2019identit\u00e0 politica, non altro. Non&nbsp;<em>La proposta Sul&nbsp;<\/em>movimento, ma&nbsp;<em>Una proposta Nel&nbsp;<\/em>movimento, n\u00e9 con la pretesa di dover essere l\u2019unica n\u00e9 con l\u2019arroganza di dover essere imposta da fuori. <br>Lo accennavamo gi\u00e0 prima, l\u2019autonomia va pensata come pratica materiale e conflittuale, come postura e non dottrina: l\u2019unica invarianza tracciabile nella prassi autonoma \u00e8 l\u2019attestazione della variabilit\u00e0 storica intrinseca a ogni terreno di conflitto e, di conseguenza, l\u2019attestazione della necessit\u00e0 sempre presente di innovarsi, superarsi, sperimentare per essere all\u2019altezza di lotte e soggetti sempre in divenire.&nbsp;<br><strong>L\u2019obiettivo \u00e8 misurarsi realmente con i&nbsp;<\/strong><em><strong>rapporti di forza<\/strong><\/em><strong>, ponendo il problema della politica di massa, di un\u2019opzione politica credibile perch\u00e9 radicata ed efficace&nbsp;<\/strong>\u2013 evitando tanto l\u2019autoreferenzialit\u00e0 quanto l\u2019illusione della rappresentanza (non solo in senso elettorale, ma anche<em> \u201cdi movimento\u201d<\/em>).&nbsp;<strong>La rappresentanza va rotta, non occupata.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Cosa possiamo apprendere dal&nbsp;<em>Blocchiamo Tutto<\/em>? Tra le varie cose, ci insegna che contano le risonanze, le scintille, gli <em>\u201cartifici politici\u201d<\/em>: dispositivi che vanno disegnati sapendo che dovranno essere rotti, superati, rilanciati. In questo orizzonte, proporre dei campi di intervento, per come li abbiamo mappati sinora, significa almeno lavorare su:<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><em>Territorialit\u00e0<\/em>: agire metropolitano, spazi, conflitto abitativo e lotta per la casa;<\/li>\n\n\n\n<li><em>Dimensione giovanile<\/em>: scuola, universit\u00e0, quartieri, nuove generazioni;<\/li>\n\n\n\n<li><em>Comunicazione<\/em>: come campo di battaglia e non solo come supporto;<\/li>\n\n\n\n<li><em>Riconoscibilit\u00e0 e organizzazione<\/em>: forme, livelli, articolazioni;<\/li>\n\n\n\n<li><em>Reddito\/lavoro<\/em>: come terreno di conflitto e di rottura, non di mediazione;<\/li>\n\n\n\n<li><em>Lotta alla guerra<\/em>: contrapposizione al riarmo e al disciplinamento, internazionalismo.<\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p>Il problema non \u00e8 che le lotte siano troppo&nbsp;<em>concrete<\/em>, ma che siano&nbsp;<em>innocue<\/em>: assorbibili, negoziabili, traducibili nel linguaggio della governance. Quando la lotta perde il suo nesso con un orizzonte generale, smette di essere pericolosa e rischia di diventare amministrazione del danno.&nbsp;<br><strong>Rendere praticabile la rottura significa cambiare&nbsp;<\/strong><em><strong>come<\/strong><\/em><strong>&nbsp;stiamo nei conflitti<\/strong>. <br>Non significa una postura purista delle lotte, n\u00e9 il rifiutare che esistano piani tattici che implicano spesso la necessit\u00e0 che singole lotte sedimentino risultati parziali. Ma questi, evidentemente, devono funzionare come accumulo per nuovi rilanci, non come obiettivi in s\u00e9 stessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Alcune note veloci sui primi due precedenti punti.&nbsp;<em>Territorialit\u00e0<\/em>&nbsp;non significa presidio, ma capacit\u00e0 di rendere ingovernabile, o quantomeno contendibile, un territorio. Tramontata da tempo la stagione dei centri sociali, sugli&nbsp;<em>spazi<\/em>&nbsp;la sfida che abbiamo davanti \u00e8 come rendere politicamente efficace un<em> \u201csalto di scala\u201d<\/em>, anche a partire dalla spregiudicatezza degli attacchi che il nemico pone su questo ambito.&nbsp;<br><strong>La nostra nuova territorialit\u00e0 non pu\u00f2 coincidere con una sequenza di spazi autogestiti come fine in s\u00e9, ma deve articolarsi su scala metropolitana pi\u00f9 ampia<\/strong>. Qui la sfida, di immaginazione e di pratica politica.<\/p>\n\n\n\n<p>La&nbsp;<em>lotta per la casa<\/em>&nbsp;(e le lotte<em> \u201csui bisogni\u201d<\/em> in generale) si muove sempre su una linea sottile e ambivalente, tra potenziale politico e rischio di mero assistenzialismo.&nbsp;<strong>La casa, come orizzonte, non \u00e8 un diritto da rivendicare, \u00e8 un terreno da strappare al comando capitalistico<\/strong>. Sulla casa, come possiamo non ridurci a una contesa coi servizi sociali, a un conflitto solo sul piano <em>\u201cmicro\u201d<\/em>? <br>Cosa vuol dire passare dalla difesa caso per caso nell\u2019antisfratto a una campagna permanente contro la rendita: mappare pubblicamente fondi e grandi proprietari, legare occupazioni e sfratti a nomi di piattaforme e grandi proprietari, flussi finanziari, politiche urbane; usare le occupazioni come nodi politici aperti, attraversabili, capaci di parlare alla citt\u00e0; praticare autoriduzioni e forme di&nbsp;<em>sabotaggio sociale<\/em>&nbsp;che rendano la rendita instabile e costosa.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei&nbsp;<em>quartieri<\/em>, una pratica che sostituisce il welfare senza produrre conflitto rischia di finire per essere un regalo allo Stato. Il mutuo appoggio senza rottura rischia di diventare pacificazione.&nbsp;<br><strong>La questione non \u00e8 <em>\u201caiutare\u201d<\/em>, ma organizzare rabbia, tempo, bisogni contro i dispositivi di controllo, polizia, debito, rendita urbana<\/strong>. Non vuol dire aprire spazi come servizi ma come basi organizzative: luoghi dove casa, cura, reddito, tempo di vita vengono tenuti insieme. <br>Costruire campagne contro dispositivi specifici di comando \u2013 sulla riproduzione, sulla repressione poliziale, su grandi opere, logistica urbana etc. \u2013 e pratiche solidaristiche che aumentino la capacit\u00e0 di conflitto, non che lo sostituiscano.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Scuole e universit\u00e0<\/em>&nbsp;non sono bacini da mobilitare ciclicamente, ma macchine di produzione di soggettivit\u00e0 docili, precariet\u00e0 e guerra. Se la lotta qui resta confinata allo <em>\u201cstudentismo\u201d<\/em>, \u00e8 gi\u00e0 persa. <br>L\u2019obiettivo non \u00e8 migliorare l\u2019istituzione, ma renderla attraversabile dal conflitto: rompere la separazione tra studenti, lavoratori, territori e produzione di sapere. Si tratta di&nbsp;<strong>agire <em>\u201csui bordi\u201d <\/em>di scuole e universit\u00e0<\/strong>, costruire conflitti che partano dalle frizioni tra istituti formativi e vita materiale: lavoro povero, affitti, trasporti, precariet\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Un capitolo a parte meritano l\u2019analisi e le scommesse politiche sulla&nbsp;<em>soggettivit\u00e0<\/em>&nbsp;e la&nbsp;<em>composizione di classe<\/em>. Quando si aprono ambiti di intervento, infatti, non possiamo che basarci sull\u2019inchiesta coi <em>\u201csoggetti\u201d<\/em> assieme ai quali ci proponiamo di lottare. Dobbiamo&nbsp;<strong>muoverci tra le \u201ccontraddizioni strutturali\u201d e il potenziale soggettivo di conflitto<\/strong>. E ogni lotta dovrebbe sempre porsi la prospettiva della generalizzazione possibile, non della <em>\u201cdifesa categoriale\u201d<\/em> (qui la differenza tra una prospettiva sindacale riformista e le forme del <em>\u201csindacalismo rivoluzionario\u201d<\/em>) \u2013 giusto per fare un esempio. <br>Capacit\u00e0 di parlare a soggettivit\u00e0 non gi\u00e0 politicizzate, agire su molteplici linee di oppressione e rivolta. <br>\u00c8 questo un punto evidentemente decisivo, ma per il quale ci sar\u00e0 bisogno di altro spazio e altri approfondimenti.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa fase di possibilit\u00e0 e trasformazioni,&nbsp;<strong>serve un tempo politico condiviso capace di farci mettere in discussione vecchi schemi, automatismi, compartimentazioni, producendo una proposta riconoscibile, non una sommatoria. L\u2019obiettivo non \u00e8 durare, ma&nbsp;<\/strong><em><strong>incidere<\/strong><\/em><strong>. Se si finisse per accettare che autonomia e conflitto siano separabili, si continuerebbe a oscillare tra gestione del poco e fiammate inconcludenti<\/strong>. <br>La crisi, dell\u2019almeno ultimo decennio, di un\u2019opzione politica autonoma tangibile e credibile, non \u00e8 un incidente: \u00e8 il segnale che forme, linguaggi e organizzazioni vanno trasformati. <br>Non per nostalgia del vecchio o per nuovismo, ma per necessit\u00e0 storica.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Postilla <em>&#8220;sul lavoro&#8221;<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Intelligenza artificiale, piattaforme, Big Tech e digitalizzazione stanno rivoluzionando i mondi del lavoro (inteso come produzione, riproduzione e circolazione). Come possiamo riprendere in mano in modo nuovo questo tema? Riprendere la questione del&nbsp;<em>tempo di lavoro<\/em>&nbsp;significa tornare alla domanda:&nbsp;<em>cos\u2019\u00e8 un programma comunista oggi?<\/em>&nbsp;Eliminare il lavoro sfruttato non vuol dire smettere di produrre o tornare a comunit\u00e0 ideali, ma trasformare radicalmente la produzione, che non \u00e8 solo produzione di merci, bens\u00ec produzione sociale: di societ\u00e0, di mondo, di vita. Il tempo di lavoro \u00e8 una scelta politica: \u00e8 il modo in cui una societ\u00e0 distribuisce tempo, ricchezza, potere. Societ\u00e0 schiavistiche, fordiste, neoliberali hanno organizzato diversamente questa relazione.<\/p>\n\n\n\n<p>I mille miliardi di Musk non cadono dal cielo, sono ogni ora passata a smontare palchi, far funzionare macchine nei magazzini, curare, alimentare infrastrutture e piattaforme coi nostri&nbsp;<em>dati&nbsp;<\/em>(ossia: tempo di lavoro). <br>Qui si apre la contraddizione classica, ancora attuale, tra&nbsp;<em>forze produttive e rapporti di produzione<\/em>. <br>\u00c8 proprio da qui che una proposta politica autonoma e comunista pu\u00f2 tornare ad avere spessore strategico. Oltre alla necessaria critica all\u2019estrattivismo e al colonialismo digitale, \u00e8 necessario riprendere anche il punto di vista operaista sulla cooperazione sociale e sul&nbsp;<em>general intellect<\/em>&nbsp;che sta dietro a questo nuovo mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Un programma comunista oggi non \u00e8 una piattaforma politica, ma una posizione di arrembaggio, di scontro, di battaglia: abolire il lavoro salariato come rapporto sociale e riprendere la produzione di societ\u00e0, conflitto e autonomia. I miliardi accumulati dal capitale tecnologico sono tempo di vita rubato. <br>Questa non \u00e8 una metafora, \u00e8 il punto materiale da cui ricominciare a fare paura.<\/p>\n\n\n\n<p>Riprendere il tema del tempo di lavoro significa rendere visibile ci\u00f2 che tiene insieme tutte le lotte: ogni ora sottratta al salario, alla rendita, al comando \u00e8 tempo restituito alla vita collettiva. \u00c8 anche su questo terreno che una pratica autonoma pu\u00f2 tornare ad avere un senso strategico e una capacit\u00e0 reale di rottura.<\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Laboratorio Crash!, Bologna, febbraio 2026<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>&#8211; <a href=\"https:\/\/actamedia.org\/dentro-la-tempesta-tre-sfere-di-discussione-e-una-postilla-per-il-dibattito-collettivo\/\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/actamedia.org\/dentro-la-tempesta-tre-sfere-di-discussione-e-una-postilla-per-il-dibattito-collettivo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Leggi su <em>Actamedia.org<\/em><\/a><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8211; <strong><a href=\"https:\/\/actamedia.org\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Dentro-la-tempesta.pdf\">Scarica la versione in pdf <\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riprendiamo e pubblichiamo un contributo originariamente apparso su Actamedia.org &#8216;Tre sfere di discussione e una postilla per il dibattito collettivo&#8217;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6971,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"colormag_page_container_layout":"default_layout","colormag_page_sidebar_layout":"default_layout","h5ap_radio_sources":[],"wp_social_preview_title":"","wp_social_preview_description":"","wp_social_preview_image":0,"footnotes":""},"categories":[288,167],"tags":[],"class_list":["post-6966","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-autonomia-costituente","category-contributi"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6966","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6966"}],"version-history":[{"count":21,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6966\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6997,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6966\/revisions\/6997"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6971"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6966"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6966"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6966"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}