{"id":6610,"date":"2026-02-09T11:20:24","date_gmt":"2026-02-09T10:20:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.glomeda.org\/?p=6610"},"modified":"2026-02-18T01:34:59","modified_gmt":"2026-02-18T00:34:59","slug":"il-mosaico-che-nasce-dalle-lotte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2026\/02\/09\/il-mosaico-che-nasce-dalle-lotte\/","title":{"rendered":"Il mosaico che nasce dalle lotte"},"content":{"rendered":"\n<h6 class=\"wp-block-heading\"><em><strong>Da Torino a Milano la riaffermazione di una prospettiva autonoma nella frattura istituzionale<\/strong><\/em><\/h6>\n\n\n\n<p><strong>All&#8217;inizio sembrava il solito dipanarsi di un copione scontato<\/strong>: le forsennate accuse del governo, la sentita solidariet\u00e0 alle forze dell&#8217;ordine da parte di tutti i competitor elettorali, i titoli sui giornali stampati e on-line, le immagini opportunamente selezionate e riproposte come spot ossessivi per sostenere la grande campagna di criminalizzazione. <strong>Invece ad un certo punto, nel volgere di poche ore, il meccanismo si \u00e8 inceppato<\/strong>: come per magia le urla da caccia alle streghe hanno cominciato a risultare stridule, stonate, nevrotiche e i palloni con le scritte <em>\u201cdagli all&#8217;untore!\u201d<\/em>  hanno iniziato a sgonfiarsi, apparendo sempre pi\u00f9 goffi nel loro dimenarsi per restare in aria. Certo ci sono sempre le nuove norme-sicurezza, gi\u00e0 da tempo nel cassetto del governo, che scalpitano nella linea di partenza in attesa del via libera. <strong>Eppure, nonostante questo, la retorica terroristica del potere<\/strong>, sempre l\u00ec pronta a cogliere ogni tensione, ogni frattura, grande o piccola, del suo ordine delle cose per stringere le maglie del controllo, <strong>\u00e8 risultata sempre pi\u00f9 debole, ridicolizzata dal suo stesso linguaggio<\/strong>, dalla pedante ripetizione delle medesime immagini, infine diventate caricaturali e inefficaci.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>E&#8217; passata solo una settimana dalla oceanica manifestazione di Torino<\/strong> <strong>e le piazze sono tornate a riempirsi<\/strong> con i porti bloccati dagli scioperi e dai cortei che li hanno attraversati e la manifestazione di Milano che ha rovinato il siparietto dell&#8217;inaugurazione dei giochi olimpici. <strong>Minacce e intimidazioni governative accompagnate dalla retorica poliziottesca del campo largo non hanno silenziato le piazze<\/strong>, che sono tornate ad esprimersi con determinazione, ma anche con quella gioia che solo la ritrovata potenza dell&#8217;osare collettivo \u00e8 capace di dare. <br><strong>Le mobilitazioni di questi giorni, che continuano e si ostinano a tenere la parola, rendono evidente la forza di sedimentazione comune che la molteplicit\u00e0 e diversit\u00e0 dei fronti di lotta sono in grado di produrre al di l\u00e0 del contenuto di volta in volta trainante. <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>E&#8217; indubitabile che gli attuali spazi di conflittualit\u00e0 sono il prodotto diretto di un accumulo generato dalle imponenti mobilitazioni autunnali al fianco del popolo palestinese<\/strong>, contro le complicit\u00e0 criminali nel suo genocidio, contro le politiche di riarmo e di guerra che i nuovi assetti globali impongono ai governi in carica e alle forze politiche che si candidano ai futuri avvicendamenti nell&#8217;esecutivo. <br><strong>Un patrimonio comune di lotte e di pratiche che nel contempo ha fatto emergere la forza dei movimenti e<\/strong> <strong>la materiale delegittimazione della consunta narrazione sulla legalit\u00e0, messa in crisi nel sentire comune dalla stessa frattura istituzionale dall&#8217;alto<\/strong>, dalla necessit\u00e0 delle classi dominanti di violare a tutela dei propri interessi quella stessa legalit\u00e0 formale a cui si vorrebbero sottomesse le classi sociali subalterne.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Per\u00f2 non funziona cos\u00ec: se un giocatore si alza e rovescia il tavolo da gioco, non pu\u00f2 pretendere che gli altri giocatori restino seduti a giocare una partita inesistente su un tavolo da gioco immaginario. <\/strong><br>Ma per giocare efficacemente un&#8217;altra partita, quella vera che si \u00e8 spostata nelle piazza, <strong>\u00e8 necessario leggere correttamente la realt\u00e0 dei fatti, le indicazioni che quell&#8217;accumulo comune in progressiva espansione ci consegna<\/strong>, vincolarci alla materialit\u00e0 delle sue caratteristiche per individuare passaggi e prospettive che siano capaci di essere propulsivi perch\u00e9 si sviluppano dentro i processi in atto, e non all&#8217;esterno, sopra o collateralmente ad essi. Le piazze di questi mesi dimostrano con chiarezza come la forza generalizzante del conflitto non sta, quantomeno in questa fase, nella uniformit\u00e0 di una sorta di <em>\u201cpiattaforma\u201d<\/em> generale che infarcita di tutto si riproduce sempre uguale a se stessa.<\/p>\n\n\n\n<p>Al contrario, anche sulla scorta di quelle che sono le attuali dinamiche di comunicazione, <strong>i momenti di precipitazione conflittuale di volta in volta si generano e si sviluppano su un nucleo di contenuti che per un insieme di fattori riesce a costruire un campo gravitazionale<\/strong>, che poi diventa il luogo di espressione di una insubordinazione mirata, di un conflitto che, seppur radicato in un desiderio di cambiamento generale, ogni volta sceglie consapevolmente il terreno di scontro. <strong>Le sessantamila persone che il 31 gennaio hanno invaso le strade di Torino<\/strong>, non stavano manifestando per la sanit\u00e0 o le pensioni, ma <strong>per reagire e contrastare la chiusura di spazi sociali <\/strong>che innegabilmente costituiscono un presidio politico fondamentale nel tessuto urbano, un laboratorio dove l&#8217;aggregazione sociale si trasforma in comunit\u00e0 politica, dove la produzione culturale diventa critica del presente e immaginazione di un futuro diverso, dove la rabbia si organizza in conflitto. <br>Sono luoghi di controinformazione, di mutualismo, di sperimentazione di forme di vita fuori dalle logiche del mercato e del controllo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Sgomberare un Centro Sociale non significa solo chiudere uno <em>&#8220;stabile abusivo&#8221;<\/em><\/strong>, ma sradicare un nodo di socialit\u00e0 ribelle, tentare di spezzare una trama di relazioni, cancellare uno spazio di pensiero e organizzazione libero. <strong>Le mobilitazioni a difesa di Askatasuna contengono in s\u00e9 un pezzo di progettualit\u00e0<\/strong>, la difesa del diritto alla citt\u00e0, della possibilit\u00e0 di esistere collettivamente al di fuori della merce e della repressione, la necessit\u00e0 della riappropriazione collettiva dello spazio pubblico strappato all\u2019occupazione militare che ha caratterizzato il quartiere Aurora e Vanchiglia nelle settimane successive allo sgombero. <br>La militarizzazione dei quartieri, i sistemi repressivi, i divieti e le identificazioni di massa costituiscono la risposta classica dello Stato quando viene intaccata la sua sovranit\u00e0 su un territorio: <strong>la risposta di piazza ha intaccato quel dispositivo rifiutandosi di essere confinata nei margini consentiti<\/strong>, trasformando la solidariet\u00e0 emotiva in un fatto organico e politico, che riconosce in uno spazio sociale autogestito un nodo cruciale della rete di resistenza che unisce la citt\u00e0 alle sue periferie e alle comunit\u00e0 in lotta. <strong>Quel campo gravitazionale specifico, proprio per la sua capacit\u00e0 di essere motore e, quindi, <em>\u201cmoto\u201d<\/em> sociale e popolare<\/strong>, non deve essere disperso in una visione generalista, che rischierebbe in ultimo di essere depotenziante, ma<strong>deve trovare una sua specifica prospettiva di continuit\u00e0 e di espansione.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>La latitudine di una mobilitazione non \u00e8 data dai contenuti che le vengono cuciti addosso, ma dalla massima valorizzazione del significante primario che ne ha catalizzato l&#8217;aggregazione ed il <em>\u201csentimento\u201d<\/em> comune. <\/strong>Questo non riduce affatto le potenzialit\u00e0 di generalizzazione che ogni conflitto porta con s\u00e9, ma al contrario ne dipana le strategie articolandole in una pluralit\u00e0 di fronti di lotta, che maturano <em>\u201csul campo\u201d<\/em> la loro unificazione e i successivi passaggi di connessione. La medesima visuale \u00e8 possibile applicarla alle mobilitazioni milanesi contro le<em>\u201cinsostenibili olimpiadi\u201d<\/em> con il suo giusto monito <em>\u201cknow your enemy\u201d<\/em>, allo sciopero internazionale dei porti o, guardando alle nostre spalle, alle mobilitazioni a fianco del popolo palestinese dell&#8217;autunno. <br><strong>Le diecimila persone che hanno attraversato le strade di Milano il 7 febbraio sanno benissimo che le sessantamila persone che erano il 31 gennaio a Torino sono dalla loro parte, sono con loro, <\/strong>cos\u00ec come chi \u00e8 defraudato dei suoi diritti pensionistici e dell&#8217;assistenza sanitaria sa benissimo che i sessantamila manifestanti di Torino e i diecimila manifestanti di Milano sono dalla loro parte.<\/p>\n\n\n\n<p>E anche i nemici sono bravi a fare questo genere di conti. <strong>La dinamica di moltiplicazione dei terreni di scontro e la forza trainante della loro specificit\u00e0, che nel contempo afferma il senso di comune appartenenza, costituiscono in questa fase il dispositivo pi\u00f9 efficace di sedimentazione e consolidamento di un accumulo che pu\u00f2 creare le condizioni per ulteriori passaggi di costruzione e stabilizzazione del conflitto<\/strong>: <em>\u201cagilit\u00e0\u201d <\/em>dei contenuti che si traduce in <em>\u201cagibilit\u00e0\u201d<\/em> politica dei percorsi e delle pratiche che essi esprimono. <br>Al contrario, crediamo vadano in tutt&#8217;altro senso le <em>\u201cgrandi alleanze\u201d<\/em>, con lunghi scadenzari e piattaforme, che dentro la logica sostanziale del <em>\u201cgrande fronte\u201d<\/em>, burocratizzano i percorsi, sclerotizzano i contenuti e legittimano dinamiche e formazioni politico-istituzionali che sono parte del problema e non della soluzione.<br> Esiste in questo momento un problema di organizzazione? Certo, esiste sempre un problema di organizzazione nei processi di sviluppo dei movimenti. <strong>Tuttavia, l&#8217;organizzazione \u00e8 a sua volta un processo capace di interpretare i dati materiali, di implementare le connessioni organizzative che gi\u00e0 si producono nella sperimentazione concreta e, soprattutto, di misurarsi con lo stadio di avanzamento di una progettualit\u00e0 a cui il processo organizzativo \u00e8 necessariamente orientato.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un fondamentale tratto distintivo che emerge dalle mobilitazioni di questi mesi \u00e8<\/strong> <strong>la forte rivendicazione di autonomia che si esprime nei contenuti e nelle pratiche e che emerge non come dato ideologico, ma come necessit\u00e0 imposta dalle condizioni, come reazione realistica e attuale ai cambiamenti di sistema in atto.<\/strong> <br>Il potere ama le piazze inermi, telegeniche, possibilmente lontane. Le piazze che non mettono in discussione il proprio manganello, le proprie scelte, la propria idea di ordine. Le piazze di questi giorni e di questi mesi sono state l&#8217;esatto contrario: <strong>un corpo politico vivo, denso, conflittuale, che ha posto al centro la questione del conflitto reale, della sua autonomia e della sua auto-organizzazione.<\/strong> <br>La verit\u00e0 \u00e8 semplice e fa male: ci\u00f2 che la <em>&#8220;democrazia&#8221;<\/em>, oggi, teme realmente \u00e8 il conflitto reale e la sua capacit\u00e0 politica. Teme la possibilit\u00e0 che una soggettivit\u00e0 collettiva autonoma e determinata possa mettere in crisi i meccanismi di dominio, lo sfruttamento, il controllo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Per il potere il vero <em>\u201cscandalo\u201d<\/em> della manifestazione di Torino <\/strong>\u00e8 il fatto che sessantamila persone abbiano dimostrato di sapere perch\u00e9 erano l\u00ec e contro cosa. <strong>Questo \u00e8 il conflitto politico che atterrisce il potere<\/strong>, sia quello di chi gi\u00e0 governa, che quello di chi si candida a farlo, perch\u00e9 \u00e8 irriducibile, perch\u00e9 non pu\u00f2 essere ricondotto a negoziazione, <strong>perch\u00e9 \u00e8 forza e coscienza, \u00e8 autonomia che si rende costituente al di fuori dei dispositivi ordinamentali. E&#8217; su questo dato che bisogna misurare la progettualit\u00e0 e i correlati processi organizzativi. <\/strong>Il punto non \u00e8, ovviamente, fare una radiografia di chi partecipa o non partecipa alle mobilitazioni, perch\u00e9 la forza dei movimenti \u00e8 proprio nella loro straordinaria capacit\u00e0 di trascinamento, nella capacit\u00e0 di coinvolgimento anche di pezzi, realt\u00e0 e soggettivit\u00e0 che si attivano pur in contraddizione con le proprie grandi o piccole <em>\u201cpatrie\u201d<\/em> di provenienza. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il punto \u00e8 la progettualit\u00e0 complessiva che ogni mobilitazione, seppur in forma frammentaria, porta con s\u00e9<\/strong>, le aspirazioni che essa esprime, le pratiche che mette in campo, il rigetto della retorica tossica e divisiva che cerca di imporre la distinzione tra <em>&#8220;manifestanti buoni&#8221; <\/em>e <em>&#8220;manifestanti cattivi&#8221;<\/em>, o che invoca il fantasma degli <em>&#8220;infiltrati&#8221;<\/em>, il ruolo centrale e propulsivo svolto da un radicale e diffuso protagonismo giovanile. <br><strong>Sono le nuove generazioni<\/strong>, quelle pi\u00f9 brutalmente colpite dalla precariet\u00e0 esistenziale, dallo smantellamento del futuro, dal ricatto formativo e lavorativo, <strong>ad aver incarnato con maggior forza la necessit\u00e0 del conflitto. <\/strong>Questo protagonismo non \u00e8 espressione di un generico <em>&#8220;malessere&#8221;<\/em>, ma di una presa di parola collettiva e di una pratica di lotta che rifiuta il ruolo di vittima passiva.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 la risposta generazionale a un sistema che non offre prospettive se non quella di una sopravvivenza impoverita e controllata. <strong>La loro presenza massiccia e determinata segna il passaggio da un disagio individuale a una assunzione collettiva della necessit\u00e0 della rottura.<\/strong> Alla drastica riduzione dei diritti e delle garanzie sociali, alla povert\u00e0 economica e culturale che ne deriva, al sentimento di solitudine, insicurezza e rabbia che queste politiche generano, il potere politico risponde con una sola, univoca risorsa: la repressione. <br>\u00c8 la legge ferrea del capitalismo in crisi: pi\u00f9 arretrano i diritti sociali, pi\u00f9 avanza la polizia. Lo Stato, svuotato di ogni funzione di welfare e di mediazione sociale, si riduce al suo nucleo duro, al suo apparato coercitivo, utilizzato come unico strumento per colmare il vuoto lasciato dai diritti negati e per gestire le tensioni esplosive che ne conseguono.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo scenario, dove saltano le mediazioni e le istituzioni<em> \u201cdemocratiche\u201d<\/em> tornano alla loro essenza pi\u00f9 nuda, ovvero quella del diritto che corrisponde alla forza,<strong> il primo passaggio organizzativo che si impone<\/strong> non \u00e8 tanto sul piano delle strutture, quanto, piuttosto, <strong>sul piano proprio della progettualit\u00e0, della visione e di una narrazione che assume la frattura istituzionale in atto per realizzarne l&#8217;interfaccia conflittuale, l&#8217;alternativa sociale, costruendo potere dal basso, nelle lotte, nelle comunit\u00e0, nelle pratiche di autorganizzazione<\/strong>: il che significa chiedersi non a tavolino ma nella concretezza dell&#8217;agire, quali siano i percorsi attraverso cui \u00e8 possibile tradurre la pratica dell&#8217;autonomia che gi\u00e0 si esprime nelle piazze <strong>nel progetto di un&#8217;autonomia organizzata, di un&#8217;autonomia costituente<\/strong>. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>Questo primario passaggio, questo interrogativo fondante che impone di misurarsi con il tema del contro-potere sociale, segna una diversit\u00e0 profonda, non ideologica ma concreta e basata sulla realt\u00e0 dei processi in atto, rispetto alla semplificazione del luogo centralizzato dell&#8217;indistinta alleanza anti-meloniana<\/strong>, gi\u00e0 predisposta per essere poi editata nei progetti di ricomposizione istituzionale e di rappresentanza, nazionale o locale, di una <em>\u201csinistra\u201d<\/em> che \u00e8 essa stessa parte dei dispositivi di regime. Un&#8217;alleanza dove tutto pu\u00f2 essere metabolizzato purch\u00e9 sia salvaguardato il terreno della rappresentanza istituzionale, dove si pu\u00f2 persino scoprire che dobbiamo difendere i pubblici ministeri e la Procura della Repubblica, perch\u00e9 sarebbero i garanti <em>super partes<\/em> dei diritti dei cittadini e non gli esecutori fedeli dei decreti-sicurezza e della repressione di Stato.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Non si tratta di un mosaico all&#8217;interno del quale le diverse prospettive si compongono: sono mosaici diversi che realizzano disegni diversi.<\/strong> Il mosaico che nasce dalle lotte, che si sviluppa nella pratica di un&#8217;autonomia che cresce e rivendica se stessa, \u00e8 un mosaico che si compone non sul pavimento ma sulla volta: \u00e8 per questo che \u00e8 possibile lavorarci senza calpestarlo e che \u00e8 possibile osservarlo senza dovere ogni volta chinare la testa.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Centri Sociali Marche<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da Torino a Milano la riaffermazione di una prospettiva autonoma nella frattura istituzionale All&#8217;inizio sembrava il solito dipanarsi di un<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":6611,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"colormag_page_container_layout":"default_layout","colormag_page_sidebar_layout":"default_layout","h5ap_radio_sources":[],"wp_social_preview_title":"","wp_social_preview_description":"","wp_social_preview_image":0,"footnotes":""},"categories":[288,8],"tags":[294],"class_list":["post-6610","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-autonomia-costituente","category-in-evidenza","tag-autonomia-costituente"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6610","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6610"}],"version-history":[{"count":25,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6610\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6681,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6610\/revisions\/6681"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/6611"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6610"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6610"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6610"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}