{"id":10,"date":"2021-10-22T19:17:00","date_gmt":"2021-10-22T18:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/csamarche.glomeda.org\/?p=10"},"modified":"2026-04-11T15:23:58","modified_gmt":"2026-04-11T13:23:58","slug":"stato-di-transizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/2021\/10\/22\/stato-di-transizione\/","title":{"rendered":"Stato di transizione"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p id=\"c2ec\"><strong>Nel volgere di pochi mesi il tema della transizione ecologica \u00e8 dilagato.<\/strong>\u00a0<br>Capi di governo, istituzioni internazionali, organismi europei, giornalisti, studiosi, piani economici, come in una grande orchestra a cui \u00e8 stato improvvisamente consegnato uno spartito dimenticato in qualche cassetto, hanno iniziato a suonare la stessa sinfonia. Draghi ha persino messo nel suo governo un musicista\u00a0<em>ad hoc<\/em>, titolare di un ministero che ha proprio quel compito l\u00ec, quello di realizzare la <em>\u201ctransizione ecologica\u201d<\/em>, quasi come se si trattasse di bonificare qualche terreno paludoso. <br>La repentinit\u00e0 del passaggio, l\u2019oggettiva inadeguatezza degli strumenti istituzionali predisposti per gestirlo e, soprattutto, le scelte operate a stretto giro di posta nella gestione dei fondi europei, hanno giustamente portato i movimenti ambientalisti a denunciare le strategie di <em>\u201cgreenwashing\u201d<\/em>, neppure troppo celate, che si muovevano e continuano a muoversi dietro alla propaganda della transizione ecologica. <br>Eppure, nonostante le strategie di <em>greenwashing <\/em>che si dipanano al suo interno, crediamo che sarebbe un grave errore interpretare la <em>\u201ctransizione ecologica\u201d <\/em>in termini di mero <em>\u201cmarketing\u201d<\/em>, cos\u00ec come sarebbe un errore misurare l\u2019autenticit\u00e0 o meno del passaggio sulla base del significato che noi attribuiamo al concetto di <em>\u201ctransizione ecologica\u201d<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"6fe6\"><strong>NON SOLO GREENWASHING<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p id=\"c7bc\">Di certo, la transizione ecologica che ci stanno propinando non \u00e8 quella che noi vorremmo, ma questo fatto di per s\u00e9 non esclude che quella <em>\u201ctransizione ecologica\u201d<\/em>, e cio\u00e8 la transizione ecologica capitalistica, sia meno reale: non \u00e8 il titolo della transizione che ci interessa, ma la realt\u00e0 che essa contiene e che dobbiamo indagare perch\u00e9 con ogni probabilit\u00e0 quella realt\u00e0 condizioner\u00e0 fortemente i prossimi decenni. <br>Si tratta di una realt\u00e0 di straordinaria potenza perch\u00e9 al suo interno per la prima volta la classe dominante, il capitalismo nelle sue diverse articolazioni collettive ed istituzionali, si pone il problema della propria sopravvivenza ad una crisi che non appartiene all\u2019antologia delle ciclicit\u00e0 economiche o ad una frattura determinata dalla soggettivazione sociale, ma al nodo prevedibile e pur sempre rimosso dell\u2019intrinseca ed insanabile contraddizione tra un sistema economico basato sulla crescita infinita ed un mondo che invece \u00e8 finito e che, proprio per questo, si basa su equilibri che, oltre ad un determinato livello di tensione, si rompono in maniera irreversibile. Contrariamente alle narrazioni che tendono a bypassarla come una strategia di mera conservazione dello stato di cose presente, la transizione ecologica capitalistica definisce un passaggio non solo reale, ma strategico nelle prospettive di governo e gestione del sistema economico globale. <br><br>Non si tratta di una semplice trovata propagandistica, ma di un nuovo stadio del capitalismo, quello pi\u00f9 maturo e avanzato, quello in cui la classe che detiene il potere economico e politico assume, per l\u2019appunto come classe, consapevolezza della sua mortalit\u00e0 e cerca soluzioni che possano quantomeno ritardare, se non eludere, la propria fine. Il problema \u00e8 che proprio dentro questa speranza o illusione si giocheranno le sorti del pianeta e verr\u00e0 scientemente preclusa l\u2019unica strada realmente efficace nel sottrarre la specie umana e le altre specie che ne condividono l\u2019habitat ad una crisi irreversibile, ovvero quella che aggredisce il problema alla sua radice e, cio\u00e8, il sistema di produzione e di sfruttamento. <br>Il passaggio che si sta producendo concretizza un processo progettuale di dimensionamento complessivo che investe, ed investir\u00e0 sempre di pi\u00f9, non solo il campo strettamente economico, ma anche quello istituzionale, giuridico e culturale o, pi\u00f9 esattamente, ideologico. <br>La velocizzazione del passaggio all\u2019interno del contesto pandemico non \u00e8 un caso. <br>La transizione ecologica capitalistica si radica per sua natura in un fondamento emergenzialista. <br>Nella transizione ecologica capitalistica la condizione emergenziale assume un dimensionamento estremo, realmente senza precedenti perch\u00e9 mai, al di fuori di qualche\u00a0<em>disaster-movie<\/em>, un dispositivo generale di emergenza \u00e8 stato posto in diretta relazione con la possibile <em>\u201cfine del mondo\u201d<\/em>. <br>Nella transizione ecologica capitalistica l\u2019emergenza oltrepassa lo stato di eccezione e si incardina di diritto tra le fonti ordinarie di normazione, regolazione e disciplinamento sociale. Risulta, pertanto, logico o, meglio ancora, intelligente che proprio nella spinta emergenziale generata dalla pandemia essa abbia trovato un eccezionale volano di espressione ed affermazione e che con quel contesto emergenziale essa tenda a porsi in diretta continuit\u00e0. Il tema della transizione ecologica capitalistica non \u00e8 nato nella pandemia, ma ha colto le condizioni e le precipitazioni che essa ha prodotto per occupare lo spazio strategico che oggi le \u00e8 assegnato.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"8dd6\">In realt\u00e0 il problema della transizione ecologica \u00e8 un tema che gi\u00e0 da tempo occupa le analisi e le ricerche degli economisti impegnati nel trovare soluzioni in grado di affrontare la problematica generale dell\u2019infinitezza della crescita costretta nella finitezza del mondo e delle sue risorse. <br>Ci\u00f2 ha prodotto nel tempo diverse scuole di pensiero ed un acceso dibattito tra gli stessi economisti circa le strade percorribili e le prospettive pi\u00f9 o meno realistiche ed efficaci. <br>Ad oggi, volendo fare uno schema necessariamente semplicistico ed approssimativo delle ipotesi in campo, potremmo dire che sostanzialmente sono individuabili tre diversi approcci che convivono in una dialettica di scontro\/incontro nel corpo della classe capitalistica. <br>Il primo nettamente conservatore in cui prevale l\u2019idea della transizione ecologica come dimensione tattica: mettere in campo azioni di aggiustamento\/contenimento come ombrello al di sotto del quale mantenere sostanzialmente inalterato l\u2019impianto produttivo e le sue dinamiche di espansione. <br>Il secondo, che potremmo definire moderato, che invece assume la transizione ecologica come orizzonte strategico e che demanda la gestione\/soluzione del problema ad una rapida intensificazione del cosiddetto <em>\u201cdecoupling\u201d<\/em>, \u201c<em>\u2026cio\u00e8 il disaccoppiamento della crescita economica, in cui si riduce l\u2019input di materie prime ed energia per produrre beni e servizi\u2026<\/em>\u201d, il che significa\u00a0<em>\u201c\u2026fare di pi\u00f9 con meno: pi\u00f9 attivit\u00e0 economica con meno danni ambientali, pi\u00f9 beni e servizi con meno consumi ed emissioni. In sostanza significa fare le cose con pi\u00f9 efficienza\u2026<\/em>\u201d\u00a0<em>(\u201cProsperit\u00e0 senza crescita\u201d &#8211; Tim Jackson)<\/em>. <br>Semplificando, secondo le teorie del\u00a0<em>decoupling<\/em>\u00a0la tempestiva accelerazione dell\u2019innovazione tecnologica consentirebbe di mantenere in crescita l\u2019output economico (cio\u00e8 l\u2019insieme dei beni e servizi prodotti) pur nel contesto di una drastica riduzione dell\u2019assorbimento di risorse e dell\u2019impatto ambientale. <br>E\u2019 bene precisare che la definizione di tale approccio come <em>\u201cmoderato\u201d<\/em> \u00e8 calibrata in rapporto al tema della crescita: i sostenitori del\u00a0<em>decoupling<\/em>\u00a0non mettono in discussione la crescita in quanto tale bens\u00ec il livello tecnologico all\u2019interno del quale essa si determina, segnando la necessit\u00e0 di un\u2019impennata nell\u2019innovazione orientata proprio alla transizione ecologica. Al di fuori di tale profilo si tratta, tuttavia, di un approccio tutt\u2019altro che moderato in quanto una reale politica di\u00a0<em>decoupling<\/em>\u00a0comporta cambiamenti rilevanti, anche sotto il profilo dell\u2019organizzazione sociale e del lavoro. <br>Il terzo approccio, che potremmo definire radicale, \u00e8 quello che sostanzialmente ruota intorno all\u2019idea di <em>\u201ceconomia stazionaria\u201d<\/em>. In questo caso analisi, critica e proposte affrontano direttamente il problema della crescita per arrivare ad ipotizzare la possibilit\u00e0 di un\u2019economia in equilibrio, dove la crescita \u00e8 tendenzialmente<em> \u201cstazionaria\u201d<\/em> ed i processi di valorizzazione si preservano spostando gli investimenti nei settori della cura della persona e dell\u2019ambiente. Tale terzo approccio \u00e8 quello che maggiormente assume la natura sistemica della crisi e la necessit\u00e0 di intervenire sul versante della produzione, assumendo, in parte, contenuti ed argomentazioni propri delle teorie della decrescita. <br><br>Ed \u00e8 proprio in forza dell\u2019assunzione consapevole della contraddizione rappresentata dalla necessit\u00e0 di una crescita senza fine che tale approccio rappresenta probabilmente il punto pi\u00f9 avanzato dell\u2019elaborazione di quel <em>\u201ccapitalismo collettivo\u201d<\/em> che per risolvere la contraddizione introietta elementi tipici della pianificazione socialista con un rinnovato ruolo in tale funzione dello Stato stesso. <br>Non \u00e8 questa la sede per entrare nel merito di una discussione accademica circa l\u2019effettiva possibilit\u00e0 di un\u2019economia stazionaria all\u2019interno di un sistema economico che, in ogni caso, resta di stampo capitalistico o circa le conseguenza dello spostamento delle catene di valorizzazione del capitale nei settori della cura della persona e dell\u2019ambiente. Ci\u00f2 che invece \u00e8 importante <em>\u201cfotografare\u201d<\/em> \u00e8 che la transizione ecologica \u00e8 pratica di un progetto, che tale progetto ha inevitabilmente natura processuale e che al suo interno gli approcci riconducibili al mero <em>\u201cgreenwashing\u201d<\/em>, pur se ancora pesanti sul terreno delle azioni concrete poste in essere nelle attuali contingenze, non occupano affatto l\u2019interezza dello spazio progettuale ma, al contrario, rappresentano al suo interno la componente pi\u00f9 conservativa, destinata ad essere progressivamente superata e marginalizzata da opzioni in grado di mettere in campo una visione strategica ed un piano di intervento di ampio respiro.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"d749\"><strong>LA TRANSIZIONE ECO-DIGITALE<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p id=\"af75\">Se \u00e8 vero, dunque, che le operazioni di <em>greenwashing<\/em> continueranno ad occupare in una prima fase uno spazio importante, \u00e8 altrettanto vero che la reale dimensione progettuale con la quale dovremo fare i conti \u00e8 proprio quella rappresentata dal secondo degli approcci che sopra abbiamo brevemente richiamato, ovvero dall\u2019insieme di teorie e pratiche che assegnano primariamente all\u2019evoluzione tecnologica e digitale, implementata da adeguati assetti normativi e accordi internazionali, la funzione di mediare la crisi <em>\u201ccompatibilizzando\u201d<\/em> la crescita. <br>La narrazione ideologica che sorregge l\u2019operazione si basa sull\u2019asserita possibilit\u00e0 di <em>\u201cdisaccoppiare\u201d<\/em> la crescita dall\u2019incremento dell\u2019impatto ambientale che essa determina: in sostanza pi\u00f9 crescita, meno inquinamento e minore assorbimento di risorse naturali. <br>Si tratta, in realt\u00e0, di una narrazione gi\u00e0 smentita da economisti di diversa estrazione e provenienza culturale, secondo i quali, all\u2019interno di un\u2019economia basata sul mantenimento di un dato tasso di crescita, sarebbe possibile un disaccoppiamento relativo, ma non un\u00a0<em>decoupling\u00a0<\/em>assoluto. <br>In altri termini, lo sviluppo tecnologico accompagnato da efficaci politiche attive, potrebbe ridurre l\u2019impatto ambientale di una specifica produzione, ma tale riduzione sarebbe, comunque, compensata dall\u2019aumento complessivo della produzione imposto dalla conservazione del tasso di crescita, cos\u00ec che un eventuale\u00a0<em>decoupling<\/em>\u00a0relativo non riuscirebbe mai a tradursi in un\u00a0<em>decoupling<\/em>\u00a0assoluto.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"7133\">Ma a prescindere dall\u2019effettiva efficacia, quantomeno in termini assoluti, delle politiche di\u00a0<em>decoupling<\/em>, resta il fatto che nella transizione ecologica di matrice capitalistica il volano primario del costrutto progettuale e di quello ideologico, \u00e8 rappresentato dallo sviluppo tecnologico e digitale, a cui \u00e8 demandato il compito di conciliare l\u2019inconcialibile, ovvero il mantenimento di un\u2019economia basata sulla crescita permanente con le urgenze imposte dalla crisi climatica. <br>D\u2019altra parte, in un contesto in cui la crescita, nella sua accezione capitalistica, non pu\u00f2 essere messa in discussione, le scelte sul campo diventano obbligate ed il perseguimento degli obiettivi sul terreno della riduzione delle emissioni deve necessariamente essere ricondotto alle potenzialit\u00e0 dell\u2019innovazione tecnologica. <br>E\u2019 in questo contesto che, ad esempio, riemergono con sempre maggiore insistenza le pressioni per riaprire e rilanciare l\u2019opzione nuclearista o si costruisce la narrazione dello <em>smart working<\/em> come strumento di riduzione delle emissioni legate alla mobilit\u00e0 del lavoratore o, addirittura, si avvia la discussione sulla possibilit\u00e0 di quote di carbonio assegnate ai singoli cittadini e commercializzabili, sistema che il direttore del\u00a0<em>Climate Action Centre del KTH-Royal Institute of Techology<\/em>\u00a0 (Svezia) chiama nientemeno che \u201c<em>dichiarazione dei redditi per le emissioni<\/em>\u201d. <br><br>La transizione ecologica capitalistica \u00e8, necessariamente, una transizione tecnologica e digitale: non solo perch\u00e9 l\u2019innovazione tecnologica \u00e8 necessaria per mediare e gestire la crisi climatico-ambientale, ma anche perch\u00e9 essa costituisce una necessit\u00e0 in s\u00e9 ed impone un processo generale di transizione verso modelli organizzativi e culturali in grado di massimizzare le potenzialit\u00e0 offerte dalla rivoluzione digitale. <br>Si potrebbe osservare che in realt\u00e0 tale transizione sia gi\u00e0 avvenuta, considerato il livello di digitalizzazione dei processi produttivi e di sfruttamento gi\u00e0 sedimentato nel corso degli anni. <br>Eppure, proprio la pandemia ha rivelato in maniera trasparente quanto solo all\u2019inizio del 2020 fosse ancora arretrata l\u2019organizzazione del lavoro e l\u2019organizzazione sociale in rapporto alle potenzialit\u00e0 gi\u00e0 insite nei processi di digitalizzazione e, tuttavia, ancora inespresse. <br>Nel decorso di un brevissimo lasso di tempo <em>smart working<\/em> e addestramento sociale al fare digitale ed interconnesso hanno conosciuto un salto di qualit\u00e0 fino a poco tempo prima impensabile. <br>I cambiamenti a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni descrivono solo l\u2019inizio di un lungo capitolo ancora in gran parte da scrivere.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"5a1f\">La transizione ecologica capitalistica non \u00e8 solo una strategia per gestire la crisi climatica e ambientale: \u00e8, invece, una strategia di ridefinizione complessiva del sistema che assolve alla funzione epocale di adeguamento dell\u2019impianto organizzativo, istituzionale, normativo e culturale alle necessit\u00e0 e potenzialit\u00e0 date dall\u2019 <em>\u201cera\u201d <\/em>digitale. Si tratta di una transizione di ampia portata che non ha un termine prevedibile e che, anzi, forse il termine proprio non ce l\u2019ha. <br>A dispetto del concetto di<em> \u201ctransizione\u201d<\/em> che lo caratterizza, si tratta di un processo che di transitorio ha ben poco: la transizione eco-digitale \u00e8 una condizione, uno <em>\u201cstato\u201d<\/em> che caratterizzer\u00e0 i prossimi anni, il parametro di definizione e legittimazione delle scelte, il motore di cambiamenti destinati ad investire la visione stessa dell\u2019organizzazione sociale e del ruolo del singolo al suo interno. <br>Ed in questa prospettiva sar\u00e0 anche uno <em>\u201cStato\u201d <\/em>con la esse maiuscola perch\u00e9 i processi dovranno necessariamente investire anche il campo istituzionale, gli assetti normativi e quelli ordinamentali.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"52d7\">La transizione eco-digitale, tornando alle premesse iniziali, non \u00e8 affatto un\u2019operazione di mera propaganda. Risponde, al contrario, ad una duplice e vitale necessit\u00e0 del capitale: da un lato quella di assumere come classe e, quindi, dal punto di vista degli interessi collettivi del capitale, la crisi climatica ed ambientale e le precipitazioni che essa \u00e8 destinata a produrre; dall\u2019altro quella di emanciparsi da modelli di organizzazione del lavoro e della societ\u00e0 ancora troppo condizionati dalla fase pre-digitale del capitalismo e dalle sue istituzioni culturali, politiche e giuridiche. Tale duplice necessit\u00e0 trova una formidabile composizione nella transizione eco-digitale, dove le due necessit\u00e0 non solo convivono, ma si compenetrano, accreditandosi l\u2019una con l\u2019altra e generando un potente dispositivo di intervento e di cambiamento.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"0492\"><strong>NECESSITA\u2019 DI UNA PROSPETTIVA STRATEGICA<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p id=\"c895\">Il fatto che attraverso la transizione eco-digitale il capitalismo assuma la crisi climatico-ambientale riconoscendone non solo l\u2019esistenza, ma anche il dimensionamento e la rilevanza nelle strategie economiche e nelle scelte politiche, ha implicazioni importanti anche sul versante dei movimenti di opposizione e di contrasto alle politiche di devastazione ambientale. <br>In un simile contesto riuscire a costruire un discorso realmente autonomo, ovvero non recuperabile all\u2019interno della transizione eco-digitale capitalistica, \u00e8 difficile, anche perch\u00e9 le ordinarie strategie di <em>\u201cautonomizzazione\u201d<\/em>, basate sulla radicalit\u00e0 dei contenuti e delle pratiche, risultano spesso spuntate e poco efficaci. Il tema della <em>\u201cfine del (nostro) mondo\u201d<\/em>, dell\u2019irreversibilit\u00e0 della crisi e del poco tempo a disposizione per arrestare\/deviare il processo, hanno di per s\u00e9 un contenuto <em>\u201cradicale\u201d<\/em>, in qualche maniera estremizzano il discorso anche nella sua declinazione ufficiale. <br>Persino il tema della imputazione delle responsabilit\u00e0 al sistema economico, produttivo e finanziario capitalistico non riesce di per s\u00e9 a sovvertire il discorso dominante, all\u2019interno del quale anche le<em> \u201ccolpe\u201d <\/em>del capitalismo sono in qualche maniera assunte e problematizzate. <br>La radicalit\u00e0 delle pratiche, comunque sempre utile e positiva laddove si determina, non riesce di per s\u00e9 a garantire una prospettiva strategica per un duplice ordine di motivi: <br>1) La radicalizzazione delle azioni nelle condizioni attuali non riesce a raggiungere un livello tale da produrre nel tessuto propagandistico, ideologico e progettuale della transizione eco-digitale uno strappo in grado di mettere realmente in crisi i complessivi dispositivi di recupero; <br>2) Le pratiche possono scardinare il discorso dominante se, al di l\u00e0 degli obiettivi di volta in volta perseguiti, sono riconducibili ad una visione generale, imposta proprio dalla dimensione della crisi, che sia credibile, leggibile ed efficace sotto il profilo delle soluzioni praticabili.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"609f\">L\u2019emergenza climatica, proprio in quanto emergenza, pone i movimenti in una posizione estremamente difficile. Sappiamo bene quanto le <em>\u201cemergenze\u201d<\/em>, reali o strumentali che siano, avvantaggino i dispositivi di potere rispetto ai movimenti di opposizione, perlomeno quando non siano tali da determinare di per s\u00e9 precipitazioni sociali di ampie proporzioni. <br>La forza dell\u2019emergenza climatico-ambientale \u00e8 data non solo dalle proporzioni della crisi ma anche e soprattutto dal tempo breve delle possibili soluzioni. <br>Ma proprio l\u2019urgenza del tempo breve, che attribuisce alla contraddizione una dimensione strategica anche nel campo avversario, rischia di tradursi in una debolezza dei movimenti, in una difficolt\u00e0 strutturale a generalizzare il proprio discorso. <br>L\u2019affermazione, ovviamente giusta, secondo cui non esiste soluzione reale alla crisi climatico-ambientale che non passi attraverso il superamento, la fine del capitalismo, produce un\u2019utile evocazione, ma nella concretezza del <em>\u201ctempo breve\u201d<\/em> finisce con l\u2019essere marginalizzata a vantaggio degli obiettivi presentati come <em>\u201cconcretamente praticabili\u201d<\/em> proprio perch\u00e9 assunti o assumibili, magari su pressione dei movimenti di opinione e con il concorso delle istituzioni nazionali e internazionali, all\u2019interno della transizione eco-digitale capitalistica. <br>D\u2019altra parte, \u00e8 pur vero che anche dal punto di vista dei movimenti di opposizione \u00e8 necessario misurarsi con gli obiettivi intermedi, con le possibili conquiste parziali che forzando il confine della transizione eco-digitale capitalistica, da un lato saldano le necessit\u00e0 immediate con le prospettive di lungo periodo e dall\u2019altro accumulano potenza nei movimenti mentre indeboliscono il campo avversario.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"f26b\">La transizione eco-digitale capitalistica costituisce uno spazio all\u2019interno del quale calare istanze che sono nel contempo rivendicative e sovvertitrici. Un determinato obiettivo non \u00e8 compatibile per il semplice fatto di essere immediatamente raggiungibile all\u2019interno del sistema dato. Le conquiste, seppur parziali, generano potenza e modificano da subito le condizioni materiali di esistenza: per questo esse sono pi\u00f9 che mai necessarie. <br>Il problema vero non \u00e8 il piano rivendicativo in quanto tale, ma la visione politica e di prospettiva in cui esso si radica e che esso esprime. Ogni conquista segna e comunica la vittoria della visione strategica che ha prodotto quella determinata battaglia, che ne ha condizionato il percorso ed orientato gli esiti. <br>Nella fase che stiamo attraversando l\u2019individuazione degli obiettivi rivendicativi, anche di ampia portata, avviene costantemente ed innerva in maniera organica tutti i territori, dove le contraddizioni si manifestano in maniera brutale, aggredendo direttamente le condizioni di vita delle persone. <br><br>Il problema, dunque, riguarda primariamente proprio la visione generale e strategica, la sua ridefinizione e la sua espressione nei percorsi organizzativi, la sua materializzazione nell\u2019immaginario del possibile. <br>Ma perch\u00e9 una visione strategica possa tornare ad essere visione viva, pulsante, conflittuale, possa tornare a produrre senso di appartenenza e, di converso, discriminanti, possa rompere la retorica buonista dell\u2019 <em>\u201cavversario\u201d<\/em> per ricostruire un discorso efficace sul <em>\u201cnemico\u201d<\/em>, \u00e8 necessario che essa non sia ideologica ed enunciativa. Non \u00e8 sufficiente dichiararsi anti-capitalisti o alludere alla fine del capitalismo come la panacea di tutti i mali per ricostruire una visione strategica. <br>La crisi climatico-ambientale, pur nella sua drammaticit\u00e0, crea condizioni straordinarie per riaprire una progettualit\u00e0 complessiva che ponga dichiaratamente il tema della storicit\u00e0 del sistema capitalistico e della sua fine come necessit\u00e0 umana, come l\u2019unica prospettiva realistica per poter continuare ad avere un futuro degno di essere vissuto. <br>Ma a nostro avviso sarebbe un errore pensare che una simile dimensione progettuale possa originarsi come per caduta dalla crisi climatico-ambientale. <br>La crisi crea delle condizioni ed il capitale, attraverso la transizione eco-digitale, sta costruendo le sue risposte strategiche, che, al di l\u00e0 delle critiche e delle demistificazioni, occupano ed occuperanno spazi rilevanti, anche perch\u00e9 potranno avvalersi di risorse e dispositivi di potere e di controllo giganteschi. Per riuscire a ricostruire una progettualit\u00e0 realisticamente anticapitalista, non possiamo limitarci a fronteggiare le strategie del nemico: dobbiamo attaccare direttamente lo stratega.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/miro.medium.com\/max\/875\/1*65564Deu3aSS3dDIFgHdQA.jpeg\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p id=\"fb8c\"><strong>LA TRANSIZIONE ECO-DIGITALE COME IMPIANTO IDEOLOGICO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p id=\"8bfd\">La transizione eco-digitale \u00e8 una progettualit\u00e0 in fieri, all\u2019interno della quale si sono gi\u00e0 determinate e si determineranno ancora di pi\u00f9 in futuro conflittualit\u00e0 endo-capitalistiche anche di forte impatto. <br>Le condizioni generali all\u2019interno delle quali si producono i processi di valorizzazione impongono cambiamenti rilevanti in mancanza dei quali la stessa tenuta del sistema \u00e8 a rischio. <br>L\u2019assunzione della crisi climatico-ambientale come scenario generale all\u2019interno del quale ricalibrare le strategie di riorganizzazione sia della produzione che del lavoro, e quindi anche degli apparati normativi ed amministrativi, segna un cambio di stadio epocale che non ha facili paragoni nella storia del capitalismo. <br>Forse se volessimo fare un improprio parallelismo, dovremmo tornare con il pensiero a quando il capitalismo si \u00e8 trovato nell\u2019improrogabile necessit\u00e0 di assumere al suo interno il tema della democrazia e delle rappresentanze sociali come forma-Stato adeguata ad uno sviluppo delle forze produttive che oramai si traduceva in soggettivazione politica e in una rivendicazione di potere che non poteva pi\u00f9 essere elusa. <br>Anche in quel caso il passaggio fu accompagnato da un imponente costrutto ideologico e da aperti conflitti tra le componenti pi\u00f9 avanzate e quelle pi\u00f9 retrive della classe capitalistica. <br>Ed anche in quel caso la <em>\u201ctransizione\u201d<\/em> ad un maturo sistema liberal-democratico aveva imposto di ridefinire la figura del <em>\u201ccittadino\u201d<\/em>, le sue caratteristiche, il suo profilo sociale e le forme della sua responsabilizzazione all\u2019interno del sistema. <br>Si tratta, dicevamo, di una parallelismo improprio perch\u00e9 ovviamente le differenze sono molto profonde e perch\u00e9 in quel caso il cambiamento traeva origine da un problema di potere, mentre nella transizione eco-digitale il tema del potere e della sua ridistribuzione \u00e8 totalmente estromesso.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"6f81\">Tuttavia, anche nella transizione eco-digitale si rende necessaria una ridefinizione della figura del <em>\u201ccittadino\u201d<\/em>, in realt\u00e0 gi\u00e0 in corso da tempo. Nella transizione eco-digitale, coerentemente con un impianto generale in cui l\u2019individuo \u00e8 connesso ma sempre pi\u00f9 separato e <em>\u201cdistanziato\u201d<\/em> dagli altri, si incrementano i processi di <em>\u201cindividualizzazione\u201d<\/em> e parcellizzazione. <br>La colpevolizzazione del proprio stile di vita, la responsabilizzazione del singolo in una sorta di missione per la salvezza del mondo che vede impegnata l\u2019umanit\u00e0 senza differenze di classe e di condizione sociale, l\u2019idea che in ogni singolo atto della nostra quotidianit\u00e0 sia contenuto l\u2019universo, costruiscono un\u2019opprimente etica dell\u2019 <em>\u201cessere responsabili\u201d<\/em>, che pone l\u2019individuo da solo difronte all\u2019enormit\u00e0 del mondo e dei suoi problemi. <br>Un binomio quello della <em>\u201ccolpa e responsabilizzazione\u201d <\/em>che assolve anche alla funzione di preparare il terreno per la compartecipazione del cittadino ai costi della transizione, presentati come un dovere per rimediare alla propria porzione di responsabilit\u00e0 nella distruzione degli ecosistemi. <br><br>Digitando in un qualsiasi motore di ricerca \u201c<em>calcolatore di impronta ecologica<\/em>\u201d \u00e8 possibile accedere a diversi siti che in base alle tue abitudini quotidiane, che poi rivenderanno come metadati, calcolano il tuo specifico apporto alla distruzione del mondo. Attraverso la progressiva estensione del diritto differenziale sempre pi\u00f9 accreditato come diritto ordinario, anche i sistemi sanzionatori si individualizzano: al principio generale del <em>\u201ctutti i cittadini sono uguali difronte alla legge\u201d<\/em> si sostituisce progressivamente l\u2019idea del diritto individualizzato, ritagliato sul singolo o su specifici aggregati di persone. <br>Il nostro Paese \u00e8 un eloquente esempio di come attraverso l\u2019introduzione di aggravanti o l\u2019esclusione di determinati reati dall\u2019accesso a benefici o garanzie e l\u2019inserimento di nuove fattispecie calibrate su contesti specifici, anche il dispositivo repressivo divenga sempre pi\u00f9 modulare ed individualizzato. <br>Lo stesso versante dei diritti civili sta subendo un\u2019incredibile torsione attraverso la quale la rivendicazione dell\u2019effettivit\u00e0 dei diritti riconosciuti viene direttamente riconvertita in istanza repressiva e sanzione carceraria. <br>La critica alle istituzioni totali ed in particolare al carcere, per lungo tempo parte integrante ed insostituibile del dna dei movimenti, arretra giorno dopo giorno lasciando spazio proprio sul versante dei diritti civili ad una visione in cui la reclusione riacquista cittadinanza, purch\u00e9 volta alla punizione del soggetto socialmente riprovevole. Ma nel momento in cui la critica si sposta dall\u2019istituzione totale alla selezione di chi \u00e8 giusto che vi venga rinchiuso, la partita \u00e8 gi\u00e0 persa. <br>La difficolt\u00e0 nella pratica a ricondurre l\u2019ineffettivit\u00e0 dei diritti civili alle condizioni sociali che il sistema produce e riproduce ogni giorno, fa s\u00ec che la loro efficacia finisca con l\u2019essere demandata alla capacit\u00e0 impositiva e repressiva dello Stato, che proprio di quel sistema \u00e8 parte qualificata. <br>Il sempre pi\u00f9 diffuso rovesciamento del rapporto tra particolare e generale, tra singolo e collettivo, favorisce grandemente i processi di individualizzazione che sono parte necessaria del costrutto ideologico che deve accompagnare la transizione.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"100d\">Nella transizione eco-digitale il cittadino \u00e8 <em>smart<\/em>, ecologicamente benpensante, consapevole delle proprie colpe, disposto a pagare per sistemare le cose, rispettoso delle differenze fino a quando non diventano trasgressioni, adeguatamente critico nei confronti del potere purch\u00e9 questo non venga messo in discussione, disposto a comprarsi l\u2019auto elettrica anche se costa di pi\u00f9, attento ai diritti civili, senza disdegnare un po\u2019 di carcere quando serve. E\u2019 un cittadino che responsabilmente assume la lente dell\u2019 <em>\u201cincuria\u201d<\/em> come strumento di interpretazione della realt\u00e0 e delle sue contraddizioni. Ma soprattutto il cittadino nella transizione eco-digitale \u00e8 un cittadino solo, senza legami di classe, individuato e individualizzato.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"bb65\">La transizione eco-digitale \u00e8 un processo&nbsp;<em>in itinere<\/em>&nbsp;di ampie proporzioni, all\u2019interno del quale si determinano cambiamenti rilevanti destinati ad investire anche il campo della produzione culturale e gli stessi assetti valoriali. C\u2019\u00e8, per\u00f2 un elemento, un fattore fondamentale che anche all\u2019interno della transizione eco-digitale assume le caratteristiche della inamovibilit\u00e0, un paradigma che nonostante tutto non pu\u00f2 essere messo in discussione e che anzi costituisce la ragione primaria della stessa transizione eco-digitale: la crescita.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"26b8\"><strong>IL PARADIGMA DELLA CRESCITA<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p id=\"7be0\">La transizione eco-digitale, come anticipavamo all\u2019inizio del documento, mantiene intatta la contraddizione primaria tra il paradigma della crescita infinita, che costituisce il fondamento dell\u2019intero sistema economico capitalistico, e la finitezza del mondo in cui viviamo. All\u2019interno di tale contraddizione si gioca una partita vitale. <br>E\u2019 evidente, infatti, che qualsiasi miglioramento conseguito attraverso la tecnologia o altre politiche di contenimento dell\u2019impatto ambientale, \u00e8 destinato inesorabilmente ad essere fagocitato dalla costante tensione a mantenere alti o, comunque, attivi i tassi di crescita. Il tema della crescita nella sua accezione capitalistica rappresenta, pertanto, un tema centrale con il quale dobbiamo necessariamente misurarci. <br>E\u2019 indiscutibile che anche nel pensiero operaio e nella tradizione marxista un approccio di matrice sviluppista e industrialista ha svolto per lungo tempo un ruolo dominante. <br>D\u2019altra parte \u00e8 anche comprensibile che in contesti ancora caratterizzati da condizioni di grave e diffusa povert\u00e0, si individuasse nella stessa crescita capitalistica un motore di emancipazione sociale, destinato, sulla scorta della pressione esercitata dal conflitto di classe, a migliorare le condizioni di vita delle classi subalterne e contemporaneamente, riducendo il ricatto sulla sopravvivenza, a favorirne i processi di soggettivazione e di organizzazione. Ad oggi, tuttavia, risulta evidente come un simile approccio si riveli anacronistico e come tra crescita capitalistica ed emancipazione sociale si sia oramai prodotta una profonda divaricazione, destinata progressivamente ad allargarsi. <br>Una divaricazione che oramai emerge nitida e spazia nella consapevolezza generale. <br>Il furto ambientale e la devastazione degli habitat perpetrati nel corso della storia, consumati a vantaggio di un gigantesco accumulo di profitti, non sono pi\u00f9 mediati dal tempo e le ricadute non sono pi\u00f9 relegabili in un futuro lontano dalla nostra quotidianit\u00e0: l\u2019espropriazione di risorse vitali e la condizione di cattivit\u00e0 in cui siamo costretti esplicano i loro drammatici effetti qui ed ora. Sin dagli albori del ventunesimo secolo \u00e8 emerso con altrettanta chiarezza come la dinamica della crescita economica eretta a parametro assoluto di definizione generale delle scelte e delle strategie, producesse vasti processi di destabilizzazione, impoverimento, guerre, crisi degli stessi dispositivi di democrazia liberale.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"9ebb\">Nell\u2019attuale stadio della parabola capitalistica, ancor pi\u00f9 all\u2019interno della transizione eco-digitale, crediamo che sia necessario superare ogni tentennamento ed aggredire con forza e chiarezza il paradigma della crescita economica, che costituisce il cuore delle strategie avversarie. <br>Il che significa aggredire il tema del perch\u00e9, del come, del dove e del quanto produciamo e del rapporto tra ci\u00f2 che viene prodotto ed i bisogni sociali complessivamente intesi. <br>Il problema non \u00e8 la <em>\u201ccrescita\u201d<\/em> in quanto tale, ma il modello di crescita capitalistica, che \u00e8 anche un modello di produzione e di organizzazione del lavoro. Il problema non \u00e8 tra crescere e decrescere, ma come crescere e cosa significa crescere nelle condizioni generali in cui ci troviamo a vivere. <br>La necessit\u00e0 di una crescita diversa e alternativa a quella basata sul PIL, non \u00e8 pi\u00f9 una questione relegata nel dibattito accademico, teorico o politico. Tale necessit\u00e0, anche alla luce dell\u2019evidenza del disastro ambientale prodotto dal sistema economico, \u00e8 oramai entrata nella percezione sociale, costruisce giorno dopo giorno una nuova sfera desiderante che ruota intorno al bisogno di riappropriarsi del proprio habitat naturale, di ricostruire il legame sociale e di recuperare<em> \u201ctempo\u201d<\/em>, cio\u00e8 parti di vita sottratte ai dispositivi di messa al lavoro. <br>Il tentativo di mantenere al centro dei processi di crescita il PIL colorandolo di verde, non modifica nulla delle condizioni generali che oggi pi\u00f9 che mai impongono di scalzare il PIL da quella posizione dominante in cui la garanzia di crescita del profitto lo ha collocato. <br>Le stesse teorie economiche sull\u2019 <em>\u201ceconomia stazionaria\u201d<\/em> a cui accennavamo sopra, al di l\u00e0 delle prospettive progettuali a cui esse sono ancorate, che non risultano credibili proprio perch\u00e9 non mettono in discussione il sistema economico capitalistico in quanto tale e presuppongono di contenere i cambiamenti al suo interno, risultano tuttavia utili nell\u2019evidenziare come gi\u00e0 oggi, pur all\u2019interno del sistema economico dato, sia possibile imprimere una svolta radicale sul terreno del modello di crescita: ci\u00f2 significa che \u00e8 possibile individuare e praticare spazi concreti di azione gi\u00e0 da subito, a partire dal nostro presente.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"2fb9\">In un contesto in cui oramai solo pochi anni ci separano dall\u2019irreversibilit\u00e0 del collasso ambientale, mantenere inalterato il parametro della crescita basata sul PIL \u00e8 una follia. Non \u00e8 quella la crescita che ci serve e che vogliamo. Crescita sociale e crescita economica seguono oramai traiettorie divergenti e possono incrociarsi nuovamente solo in una condizione: quella confliggente dello scontro.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"cd03\"><strong>LA CONTRADDIZIONE CAPITALE <\/strong>&#8211; <strong>LAVORO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p id=\"4ae3\">Aggredire il paradigma capitalistico della crescita significa inevitabilmente aggredire l\u2019organizzazione della produzione e l\u2019organizzazione del lavoro, contesti che anche il capitale si trova nella necessit\u00e0 di ridefinire all\u2019interno della transizione eco-digitale. <br>Sotto questo profilo dobbiamo sottrarci alla retorica moralista e disciplinante che, individualizzando colpe e responsabilit\u00e0 sistemiche, ascrive il cambiamento o, quantomeno, una parte importante di esso, alla sommatoria di personali stili di vita votati alla sobriet\u00e0. <br>Certamente, una visione diversa di ci\u00f2 che pu\u00f2 essere la crescita posta al di fuori dei parametri dell\u2019economia capitalistica produce anche una cultura diversa e una diversa percezione di s\u00e9 e del proprio rapporto con tutto ci\u00f2 che compone il mondo in cui viviamo: ci\u00f2 inevitabilmente condiziona anche gli stili di vita e gli assetti valoriali intorno ai quali essi vengono costruiti. <br>Ma i cambiamenti generali richiedono azioni collettive a ben altri livelli. <br>Ed \u00e8 anche importante disinnescare la narrazione secondo cui ad ogni rilevante intoppo nei processi capitalistici di crescita corrisponde necessariamente una caduta verticale del tenore di vita. <br>In realt\u00e0, ci sono interi settori produttivi che potrebbero essere dismessi o ridimensionati senza che questo, di per s\u00e9, si traduca in un abbassamento del tenore di vita sociale. <br>Pensiamo, per fare un esempio semplice, all\u2019obsolescenza programmata dei prodotti: si tratta di un meccanismo che decuplica la produzione di beni, con tutte le implicazioni che questo determina sotto il profilo del consumo di risorse, dell\u2019inquinamento, dei rifiuti ecc\u2026, ma che non ha una reale rilevanza sul tenore di vita delle persone, che resterebbe inalterato se quel determinato bene durasse di pi\u00f9. <br>In realt\u00e0, \u00e8 vero che ad una crisi dei processi di crescita capitalistica corrisponde un impoverimento sociale, ma questo \u00e8 vero in quanto la ridistribuzione (miserabile) della ricchezza avviene sostanzialmente attraverso il lavoro contrattualizzato (espressione nella quale comprendiamo qualsiasi forma di <em>\u201ccontrattualizzazione\u201d<\/em> dell\u2019attivit\u00e0 lavorativa e della sua retribuzione, compreso l\u2019accordo <em>\u201cin nero\u201d<\/em> tra lavoratore e datore di lavoro). <br>Ci\u00f2 determina inevitabilmente il ricatto storico che vincola le condizioni sociali di vita al tasso di crescita: laddove la crescita si contrae intervengono i licenziamenti e, quindi, l\u2019espulsione del lavoratore dal circuito di distribuzione delle risorse. Non c\u2019\u00e8, dunque, possibilit\u00e0 di aggredire il paradigma capitalistico della crescita senza aggredire i meccanismi di ridistribuzione della ricchezza e, quindi, l\u2019organizzazione della produzione e quella del lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"fbde\">Nel nostro ultimo documento <em>(<a href=\"https:\/\/statoditransizione.medium.com\/flowing-38c436fe8e31\">Flowing<\/a>)<\/em> avevamo evidenziato la necessit\u00e0 di ricentralizzare il ragionamento sulla contraddizione capitale\/lavoro. Ovviamente, come avevamo gi\u00e0 specificato nel documento, il riferimento era alla contraddizione capitale\/lavoro per come essa si riproduce nell\u2019epoca che stiamo vivendo e nell\u2019attuale stadio dello sviluppo capitalistico. Nessuno dei due termini della contraddizione \u00e8 statico: al contrario, entrambi sono estremamente dinamici e hanno subito nel tempo trasformazioni radicali. <br>Sotto questo profilo, la digitalizzazione del lavoro e delle nostre vite rappresenta uno spartiacque senza precedenti per le trasformazioni che ha prodotto nell\u2019organizzazione del lavoro e dello sfruttamento. <br>Si \u00e8 scritto molto negli ultimi anni circa la natura estrattiva del capitale ed i nuovi dispositivi di sfruttamento diffusi a livello sociale. Ciononostante sembra quasi che il concetto di <em>\u201clavoro\u201d<\/em>, per uno strano fenomeno di cristallizzazione storica, sia destinato a rimanere ancorato al fantasma di se stesso, alla sua declinazione novecentesca, all\u2019immaginario, per alcuni esaltante per altri angosciante, della fabbrica se non, addirittura, dell\u2019opificio.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"baf0\">Non \u00e8 possibile affrontare il tema della contraddizione capitale\/lavoro se non si ridefinisce il concetto di lavoro nell\u2019epoca digitale e nella transizione eco-digitale del capitalismo. <br>E nell\u2019effettuare tale ridefinizione, dobbiamo andare fino in fondo, operare una cesura verticale con il concetto di lavoro pre-digitale, sovvertirne il discorso, affermare che siamo gi\u00e0 nella piena occupazione, anzi in un\u2019occupazione cos\u00ec<em> \u201cpiena\u201d <\/em>che nella storia dell\u2019umanit\u00e0 non ha eguali. <br>Il problema della distribuzione del reddito non riguarda pi\u00f9 la diversa posizione tra chi lavora e chi non lavora, ma tra il lavoro riconosciuto e quello non riconosciuto, tra quello pagato e quello non pagato, tra quello normato e quello reso volutamente clandestino. <br>Questo, ovviamente, non significa che non esistono pi\u00f9 le forme classiche di lavoro subordinato, ma anche in questo caso il lavoro effettivo \u00e8 contrattualizzato solo in una sua porzione, mentre resta impagata ed occultata l\u2019attivit\u00e0 produttiva che il lavoratore contrattualizzato continua a svolgere al di fuori del rapporto di lavoro riconosciuto. Nell\u2019epoca digitale la produzione di plus-valore non avviene in luoghi confinati, ma in un\u00a0<em>continuum<\/em>\u00a0spazio-temporale che occupa interamente la nostra quotidianit\u00e0: parlare di lavoro oggi significa parlare della nostra stessa vita messa a lavoro. <br>Un lavoro che non \u00e8 un\u2019astrazione, un\u2019articolazione filosofica, ma un dato materiale che ogni giorno produce un\u2019immensit\u00e0 di profitti. E questo non solo perch\u00e9 produciamo costantemente nella nostra condizione di <em>\u201csoggetti connessi\u201d<\/em> dati e metadati che consentono livelli di valorizzazione altissimi, ma anche perch\u00e9 ogni giorno ognuno di noi <em>\u201cinternalizza\u201d<\/em> nella propria giornata di vita\/lavoro, attivit\u00e0 che prima costituivano parte organica, e pagata, dell\u2019organizzazione di impresa e dell\u2019amministrazione dello Stato o di altri enti. <br>Ogni volta che acquistiamo un bene on line, non solo produciamo il plusvalore dei dati, ma svolgiamo anche attivit\u00e0 che prima venivano svolte da lavoratori in carne ed ossa addetti all\u2019ufficio vendite. <br>Ogni volta che sbrighiamo telematicamente una pratica amministrativa o che effettuiamo un\u2019operazione di <em>home banking<\/em> internalizziamo gratuitamente nella nostra giornata biolavorativa attivit\u00e0 che prima venivano retribuite ed erano dislocate all\u2019interno dell\u2019organizzazione del lavoro contrattualizzato. <br><br>A ben vedere, la cosiddetta <em>\u201cdelocalizzazione\u201d<\/em> non riguarda solo il fenomeno della migrazione degli impianti produttivi all\u2019estero, ma anche il trasferimento di frazioni produttive dall\u2019organizzazione <em>\u201caziendale\u201d<\/em> alla compagine dei nostri impegni quotidiani, sempre pi\u00f9 ampia e sempre pi\u00f9 difficile da inseguire. <br>Pi\u00f9 procediamo in questo ventunesimo secolo e pi\u00f9 ci rendiamo conto che la tecnologia, anzich\u00e9 liberare la vita dal lavoro, ha liberato il lavoro dalla vita, ha fatto s\u00ec che il lavoro uscisse dai luoghi, sempre pi\u00f9 ampi, in cui era relegato, per <em>\u201coccuparci\u201d<\/em> nel senso pi\u00f9 vero del termine: oggi siamo tutti <em>\u201coccupati\u201d<\/em>. <br>Lo sfondamento di ogni confine e l\u2019occupazione delle nostre vite \u00e8 tale che non ha neppure pi\u00f9 senso distinguere tra lavoro <em>\u201cproduttivo\u201d<\/em> e lavoro<em> \u201criproduttivo\u201d<\/em>, perch\u00e9 in realt\u00e0 oramai \u00e8 tutto sussunto nel lavoro connesso, che spazia liberamente nella nostra esistenza individuale e sociale e taglia trasversalmente tutte le sfere della nostra quotidianit\u00e0. Nello<em> smart working<\/em>, che nella pandemia ha trovato uno straordinario viatico di generalizzazione, lavoro contrattualizzato, non contrattualizzato e di riproduzione si intrecciano in un groviglio inestricabile, i tempi si compenetrano e si funzionalizzano fino a lasciare un\u2019unica distinzione: il lavoro retribuito e quello non retribuito. Con il progressivo sviluppo dell\u2019<em>Internet of Things<\/em>\u00a0anche la pi\u00f9 banale operazione quotidiana, come ad esempio l\u2019utilizzo di un elettrodomestico, \u00e8 destinata a tradursi in un <em>\u201catto\u201d<\/em> di produzione e, nel contempo, di controllo: controllo e produzione, cio\u00e8 lavoro. <br>E\u2019 quello che per l\u2019appunto nel nostro documento definivamo come il <em>\u201cflowing\u201d<\/em>, quel flusso che ci subordina alla valorizzazione capitalistica in ogni momento della nostra giornata e che ridefinisce, in rapporto a chi lo gestisce ed a chi lo subisce, i confini di classe. Tornando, dunque, alla contraddizione capitale\/lavoro, la necessit\u00e0 di una sua ricentralizzazione nel ragionamento e, quindi, nelle strategie, risponde ai verticali cambiamenti materiali che sono intervenuti nel corso degli anni e che hanno trasformato radicalmente gli stessi termini della contraddizione, assegnandogli un dimensionamento prima sconosciuto. <br>E\u2019 evidente che approcciare il tema con un armamentario teorico e di analisi pre-digitale, quindi con un armamentario che dobbiamo brutalmente definire<em> \u201cvecchio\u201d<\/em>, porta fuori strada e non consente di valorizzare le potenzialit\u00e0 che un nuovo discorso sul<em> \u201clavoro\u201d<\/em> o meglio sul <em>\u201clavoro connesso\u201d<\/em> e sulla giornata <em>\u201cbiolavorativa\u201d<\/em> possono offrirci. Potenzialit\u00e0 che si ricollegano direttamente al tema della crisi climatico-ambientale, perch\u00e9 se la crisi impone di aggredire il paradigma della crescita, diventa pi\u00f9 che mai urgente ridefinire i meccanismi di ridistribuzione del reddito rivendicando il loro progressivo sganciamento dai processi di crescita capitalistica. Drastica riduzione dell\u2019orario di lavoro, continuit\u00e0 del reddito, riconoscimento economico della giornata biolavorativa, individuazione delle produzioni e dei prodotti che possono da subito essere aggrediti non solo perch\u00e9 inquinanti, ma anche perch\u00e9 inutili sotto il profilo dei bisogni sociali, costituiscono assi strategici attraverso cui \u00e8 possibile materializzare quell\u2019attacco al paradigma della crescita, all\u2019organizzazione del lavoro ed alla redistribuzione del reddito, che garantisce l\u2019autonomia del nostro discorso dentro la crisi ambientale e climatica. Ci\u00f2 a maggior ragione se si considera che anche il capitale ha la necessit\u00e0 di intervenire sugli stessi terreni per imporre, attraverso la transizione eco-digitale, le proprie ricette. <br>Le strategie di\u00a0<em>decoupling<\/em>, laddove attuate, portano con s\u00e9 un\u2019ulteriore contraddizione. <br>La spinta ad intensificare il processo di innovazione tecnologica e digitale comporta inevitabilmente anche un innalzamento della produttivit\u00e0 del lavoro, con conseguente riduzione del lavoro contrattualizzato impiegato: \u00e8 evidente, dunque, che anche il capitale si trover\u00e0 nella sempre pi\u00f9 stringente necessit\u00e0 di misurarsi con nuovi dispositivi di ridistribuzione del reddito, in assenza dei quali l\u2019intero processo diventerebbe ingestibile.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"9558\">L\u2019espansione e la sistematizzazione delle forme di lavoro in <em>smart working<\/em>, con i cambiamenti che inevitabilmente introducono sul versante della gestione delle risorse umane, se da un lato intensificano i livelli di sfruttamento e di controllo, dall\u2019altro producono come interfaccia conflittuale una maggiore agibilit\u00e0 delle tematiche connesse alla giornata biolavorativa. <br>Ovviamente quelle stesse forme di lavoro sono destinate ad approfondire la parcellizzazione sociale e, quindi, a rendere ancora pi\u00f9 difficili i processi di ricomposizione e di soggettivazione. <br>Per questo abbiamo bisogno di ricostruire un nostro paradigma di appartenenza e di riconoscibilit\u00e0 della classe, un immaginario che abbia la forza di oltrepassare la frammentazione imposta dall\u2019attuale organizzazione del lavoro e la disarticolazione degli interessi di classe che essa produce. <br>Come ricostruire un nostro paradigma di classe adeguato all\u2019epoca che stiamo vivendo introduce un ragionamento complesso e denso di sfaccettature. <br>Pensiamo, tuttavia, che un simile percorso non possa che partire dalla <em>\u201csoppressione\u201d<\/em> della vecchia idea di lavoro, dalla scelta di liberare il concetto di lavoro dal portato ideologico nel quale esso \u00e8 rimasto prigioniero per farne, invece, il veicolo rappresentativo dell\u2019attuale condizione di sfruttamento e quindi anche della comune appartenenza alla classe sulla quale lo sfruttamento \u00e8 esercitato. <br>Guardando alle nostre spalle \u00e8 facile rendersi conto di come il pi\u00f9 alto livello di composizione e soggettivazione di classe si sia sempre determinato laddove i processi ricompositivi si determinavano sulle comuni condizioni di sfruttamento e, quindi, sulla comune condizione lavorativa. <br>Cosa significa oggi tradurre i processi di ricomposizione sulla base della comune condizione di sfruttamento rappresentata dal <em>\u201clavoro connesso\u201d<\/em> ? Assegnare un significato radicalmente nuovo al concetto di lavoro, significa assumere fino in fondo i cambiamenti gi\u00e0 intervenuti e quelli che interverranno sul terreno dell\u2019organizzazione del lavoro e dello sfruttamento. Se misurassimo lo sfruttamento in rapporto al concetto classico di lavoro, dovremmo necessariamente affermare oggi che gran parte dello sfruttamento avviene al di fuori dei suoi confini. Ma se misuriamo lo sfruttamento in rapporto a ci\u00f2 che oggi \u00e8 effettivamente il <em>\u201clavoro\u201d <\/em>dovremmo giungere alla conclusione opposta, ovvero che lo sfruttamento \u00e8 tutto l\u00ec dentro, perch\u00e9 l\u2019attuale organizzazione del lavoro coincide con l\u2019organizzazione delle nostre vite e che l\u2019idea di una <em>\u201cvita\u201d<\/em> che non sia messa al lavoro \u00e8 un mero costrutto ideologico destinato, in ultima analisi, ad occultare le reali condizioni di classe. Tutto \u00e8 oggi mediato dall\u2019attuale organizzazione del lavoro. <br>Il costante ed esponenziale esproprio delle risorse naturali ed il travolgimento degli eco-sistemi non configura una sorta di ambito parallelo. Non c\u2019\u00e8 nessun<em> \u201cpadrone\u201d <\/em>che pu\u00f2 autonomamente recarsi in un campo per rubare qualche <em>\u201ckilowattora\u201d<\/em> di energia: \u00e8 sempre attraverso l\u2019organizzazione della produzione e del lavoro che pu\u00f2 realizzarsi quell\u2019esproprio senza limiti che sta portando il mondo al collasso. <br>Ed anche la relazione tra la specie umana e le altre specie viventi, il rapporto <em>\u201cecologico\u201d<\/em> tra l\u2019umano ed il non-umano, non \u00e8 il portato di un\u2019etica individuale ma il prodotto (sempre individualmente rinunciabile laddove possibile) dell\u2019organizzazione del lavoro, che definisce a prescindere da noi la relazione tra le nostre vite ed il resto del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"2401\">Parlare, dunque, della contraddizione capitale\/lavoro nella nostra epoca assume significati totalmente diversi rispetto a quelli a cui potrebbe pensare chi rimane ancorato ad una visione di quella contraddizione scolastica e ideologica. \u201c<em>La tradizione di tutte le generazioni passate pesa come un incubo sul cervello dei vivi\u201d,\u00a0<\/em>scriveva giustamente Marx<em>.<\/em>\u00a0La contraddizione capitale\/lavoro \u00e8 una contraddizione storicamente determinata ed assume significati diversi a seconda del contesto storico in cui essa agisce. <br>Risignificare il concetto di lavoro alla luce della attuali condizioni di classe \u00e8 determinante per riconfigurare il terreno conflittuale e la stessa ricomposizione di classe. <br>Ci\u00f2 anche perch\u00e9 un simile processo di risignificazione, oltre ad essere coerente con le attuali condizioni materiali di esistenza, nel momento stesso in cui afferma e rivendica il riconoscimento anche economico del lavoro sociale, ne afferma e rivendica anche il rifiuto in quanto insostenibile organizzazione della nostra e delle altrui vite, insostenibile al punto tale di aver condotto il mondo al collasso. Risignificare oggi il paradigma del lavoro \u00e8 un passaggio obbligato per restituire portata strategica all\u2019immaginario ed alla pratica del rifiuto del lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"072e\"><strong>IL RIFIUTO DEL LAVORO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p id=\"08f9\">Sull\u2019onda della pandemia si \u00e8 verificato un fenomeno, di cui nel nostro Paese si \u00e8 parlato poco, ma che in molti altri paesi occidentali ha, invece, impegnato il dibattito pubblico sia per la sua apparente anomalia, sia per le diverse implicazioni ad esso riconducibili. <br>Negli Stati Uniti lo hanno definito <em>\u201cGreat Resignation\u201d<\/em>, dimissioni di massa. Nonostante le incertezze economiche determinate dalla crisi pandemica, tra il 2020 ed il 2021 \u00e8 stato registrato un volume di dimissioni volontarie dal lavoro che non ha precedenti. <br>Negli Stati Uniti il fenomeno ha assunto proporzioni macroscopiche, tanto che molte imprese si sono trovate a dover affrontare un duplice problema: quello della perdita di personale qualificato, non facilmente rimpiazzabile, e quello della perdita di dati, che ha generato un diffuso allarme negli ambienti imprenditoriali. <br>Code42, societ\u00e0 di Minneapolis specializzata in sicurezza informatica, ha evidenziato nel suo report come in corrispondenza con l\u2019accumularsi delle dimissioni volontarie gli eventi di esposizione dei dati aziendali (quindi di perdita di controllo sugli stessi) siano aumentati vertiginosamente, raggiungendo, nel rapporto tra la prima met\u00e0 del 2020 e lo stesso periodo del 2021, un aumento del 40%, che sale al 61% nel rapporto tra l\u2019ultimo trimestre e quello precedente. Si tratta di un fenomeno particolarmente significativo sia in s\u00e9, sia per alcune linee di tendenza che esso esprime. <br>Dalle indagini effettuate dai diversi istituti di ricerca (certo non annoverabili tra i nostri<em> \u201camici\u201d<\/em>) emerge che il fattore principale che ha concorso ha determinare il fenomeno delle dimissioni di massa \u00e8 stato proprio l\u2019aumento del carico di lavoro determinato dallo <em>smart working<\/em>. <br>Aumento che non \u00e8 dato solo da un parametro quantitativo, ma anche da un parametro estensivo: gli orari di lavoro sono saltati, tutta la giornata \u00e8 diventata spazio occupabile e, di fatto, \u00e8 stata occupata. <br>Stress, <em>burn-out<\/em>, senso di oppressione e di controllo hanno prevalso rispetto a quelli che avrebbero potuto essere i vantaggi di un lavoro estratto dal luogo di lavoro ed internalizzato nella propria abitazione. <br>Ma non \u00e8 mancato chi ha evidenziato come sul fenomeno della\u00a0<em>great resignation<\/em>\u00a0possa aver influito anche un ripensamento generale sulle proprie condizioni di vita indotto proprio dal contesto pandemico. <br>In ogni caso resta il fatto che all\u2019estensione dello <em>smart working<\/em> \u00e8 corrisposto un fenomeno di dimissioni volontarie dal lavoro, a cui devono essere associate anche quelle diffuse condizioni di disagio che, pur non essendo sfociate nelle dimissioni, hanno caratterizzato il passaggio a tale regime lavorativo. <br>Altrettanto significativo \u00e8 il fatto che al fenomeno delle dimissioni volontarie sia corrisposto un problema di sicurezza informatica, con ingenti dati che, riposti per necessit\u00e0 nel lavoratore connesso, sono stati oggetto di riappropriazione da parte del lavoratore e di suo utilizzo ad altri fini.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"0bff\">Ma al di l\u00e0 del fenomeno specifico \u00e8 fuori dubbio che la consapevolezza o, quantomeno, la percezione, che la propria vita \u00e8 oramai occupata, che la propria giornata non basta pi\u00f9, che i dispositivi di controllo e di estrazione dati sono oramai ossessivi e resi organici alla nostra esistenza, \u00e8 sempre pi\u00f9 diffusa e sempre pi\u00f9 tender\u00e0 a diffondersi nella transizione eco-digitale. <br>Si tratta di un contesto che offre potenzialit\u00e0 inedite alla pratica del rifiuto del lavoro, ovvero alla pratica del rifiuto dell\u2019organizzazione capitalistica del lavoro. Riduzione dell\u2019orario del lavoro contrattualizzato e riconoscimento in termini reddituali della giornata biolavorativa costituiscono una concreta estrinsecazione della pratica del rifiuto del lavoro e dei percorsi di ricomposizione. <br>Ma \u00e8 proprio la crisi climatica-ambientale e l\u2019urgenza con cui essa si pone che offre contenuti e prospettive nuovi alla pratica del rifiuto del lavoro. Non esiste via d\u2019uscita dalla crisi climatico-ambientale che non passi attraverso l\u2019attacco al paradigma della crescita capitalistica, ma non esiste una realistica prospettiva di attacco al paradigma della crescita capitalistica senza una declinazione del rifiuto del lavoro che in primo luogo rivendichi l\u2019autonomizzazione da essa del reddito e delle risorse. <br>Attaccare il paradigma della crescita capitalistica significa aggredire l\u2019attuale organizzazione del lavoro in cui essa si radica, il che implica, prima di ogni altra cosa, che il lavoro sia riconosciuto per quello che esso oggi \u00e8 effettivamente e, quindi, pagato e associato ad una nuova ed espansiva sfera di diritti. <br>Dentro la crisi climatico-ambientale si creano le condizioni straordinarie per restituire alla pratica del rifiuto del lavoro una portata strategica perch\u00e9 in essa \u00e8 possibile fondere i percorsi di liberazione con la necessit\u00e0 urgente di salvare il mondo dal baratro. E\u2019 proprio questa sua caratteristica, questo coniugio inscindibile tra libert\u00e0 e sopravvivenza che la rendono insussumibile alla propaganda ed ai processi della transizione eco-digitale, e strumento efficace di ricostruzione degli spazi di una conflittualit\u00e0 autonoma e progettuale. <br>E, a ben vedere, \u00e8 sempre l\u2019intreccio indistricabile tra libert\u00e0 e sopravvivenza a restituire pienamente e con rinnovata potenza alla lotta di una parte, cio\u00e8 alla lotta di classe, quella finalizzazione generale che fin dagli albori del pensiero rivoluzionario in essa \u00e8 stato ricercato e ad essa \u00e8 stato attribuito.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"c728\">La transizione eco-digitale \u00e8 un contesto di per s\u00e9 in movimento. Al suo interno si muovono interessi enormi e si sviluppano strategie di ridefinizione globale, in grado di mettere in campo operazioni di ampio respiro per riuscire a sussumere, sovrascrivere o neutralizzare pensieri e pratiche divergenti. <br>Per agire dentro la transizione eco-digitale \u00e8 necessario provare a ricostruire una visione strategica, capace di restituire l\u2019individuabilit\u00e0 di una progettualit\u00e0 ed il senso di appartenenza ad un percorso comune. <br>E\u2019 vero che evocare una possibilit\u00e0 \u00e8 facile, mentre realizzarla \u00e8 tutt\u2019altra cosa. <br>Ma \u00e8 anche vero che un discorso che non inizia \u00e8 un discorso che non \u00e8 mai esistito. <br>Facciamo esistere i discorsi e cerchiamo di far vivere il confronto perch\u00e9 \u00e8 dentro il confronto che, almeno qualche volta, si generano le possibilit\u00e0 e le evocazioni possono trasformarsi in percorsi concreti.<\/p>\n\n\n\n<p id=\"9bed\"><em>Centri Sociali Marche<\/em><\/p>\n\n\n\n<p id=\"9e9b\"><em>Ottobre 2021<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel volgere di pochi mesi il tema della transizione ecologica \u00e8 dilagato.\u00a0Capi di governo, istituzioni internazionali, organismi europei, giornalisti, studiosi,<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":62,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"colormag_page_container_layout":"default_layout","colormag_page_sidebar_layout":"default_layout","h5ap_radio_sources":[],"wp_social_preview_title":"","wp_social_preview_description":"","wp_social_preview_image":0,"footnotes":""},"categories":[8,3],"tags":[4,5],"class_list":["post-10","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-in-evidenza","category-long-form","tag-comunicato","tag-nota"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/10","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=10"}],"version-history":[{"count":89,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/10\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":7714,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/10\/revisions\/7714"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/62"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=10"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=10"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.glomeda.org\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=10"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}